DA UNA TESI DI SPECIALIZZAZIONE S.I.A.R. | “Processi di sofferenza urbana” di Antonella Messina


PROCESSI DI SOFFERENZA URBANA

Antonella Messina*

Per sofferenza urbana si intendono le dinamiche psicologiche e sociali che si creano tra le grandi metropoli e i soggetti che le abitano.

                    

         Il lavoro di seguito riportato nasce da studi e ricerche che hanno avuto inizio nel 2012 a Catania, presso la ASP 3, all’interno del Centro Agorà, nell’ottica di rendere eventualmente ripetibile l’esperienza in altri contesti di sanità pubblica e per interrogarsi su come il modello post reichiano possa contribuire alle opere di prevenzione del disagio all’interno dei servizi pubblici.
        Dal 2011 esiste sul territorio di Catania, il Centro Agorà, un centro per la promozione della salute della popolazione in condizione di povertà, immigrata, nomade e senza fissa dimora; un centro che nasce proprio dall’idea che il sistema salute non è riducibile al mero corretto funzionamento del corpo umano, ma che la condizione di salute è il risultato oltremodo della compresenza di fattori sociali, ambientali ed esperienziali (cosiddetti determinanti sociali) che lo condizionano e ne determinano il possibile deterioramento.
        La struttura fa riferimento all’Azienda Sanitaria Provinciale di Catania (ASP) ed è coordinata dalla Responsabile per il Servizio Sociale Aziendale della ASP; vede al proprio interno i lavori di un ambulatorio di psichiatria transculturale, ambulatori di medicina generale, l’associazione Penelope impegnata nelle questioni di orientamento lavorativo e donne vittime di tratta.
         Il gruppo, formato dalla responsabile del servizio sociale Asp, un’assistente sociale, una psicologa referente per la S.I.A.R., nasce in maniera informale e porta avanti le narrazioni del proprio vissuto professionale, ponendo attenzione a come sono mutate le richieste degli utenti ASP e dei pazienti all’interno dei setting negli ultimi 5 anni.
      Viene definito che l’intento di ricerca è quello di osservare le modalità e gli effetti dell’interazione tra essere umano e tempo socio-storico attuale. Si includono come fenomeni caratterizzanti di questo tempo: le tecnologie dell’ubiquità (che consentono di connettere noi a più posti del mondo contemporaneamente), le richieste socio-lavorative richiedenti, performative e provvisorie, i ritmi di un fare razionalizzato volto a produrre risultati nel più breve tempo possibile, modalità relazionali sempre più sostituite da comunicazioni. Le città, in quanto spazi di coabitazione, sono luoghi che richiedono sin dal loro sorgere mediazioni e strategie di adattamento tra differenze sociali, stili relazionali, tempi e ritmi.
        L’ipotesi del progetto è che le città contemporanee producano un tipo di disagio che interagisce con i processi di costruzione e mantenimento sintonico della percezione di Sé. Tale disagio potrebbe essere veicolato dalla richiesta sociale di un agire centrato sul fare. Il paradosso è che rincorriamo tempi e ritmi provando a fare quante più azioni possibili, per poi avere la sensazione di non avere compiuto nulla. Ci riferiamo al tempo dettato dal ritmo di vita di chi conduce più lavori differenti, o di chi lavora così tanto da portare il lavoro a casa, o di chi per lavoro vive viaggiando e di chi a questi imperativi lavorativi aggiunge il contatto con i tempi dei telefoni che squillano, delle palestre, dei social network, delle molteplici applicazioni comunicative.
         La domanda di ricerca che avanziamo è relativa agli effetti che un ritmo di vita accelerato possa avere sulla relazione di consapevolezza che ognuno può stabilire con il proprio corpo, con il proprio sentire.
        Supponiamo che tale modo di vivere possa influenzare la condizione di salute generale dell’individuo, esitando in azioni esplosive e patologie. Lo stesso meccanismo di disconnessione potrebbe essere alla base di cadute drammatiche ed esiti violenti dal carattere del tutto inatteso, quali suicidi sul posto di lavoro, violenza tra i generi, violenze dettate da conflitti futili del qui ed ora.
        Anche chi si occupa della cura dell’altro è uomo e donna del proprio tempo, necessita quindi una riflessione su che qualità o densità di relazione può offrire oggi coinvolto anch’egli in una disconnessione dal sentire-pensare. Intendiamo esplorare in che modo chi opera nel settore della salute, seppur coinvolto nelle rincorse al tempo, può essere presente con l’altro in uno stile relazionale denso, consapevole, presente e che consenta a sé ed all’altro di esserci.
Foto di Alessandra Meli

 

Il processo di disconnessione dalla consapevolezza

L’ipotesi è che, seppure non percepite, le emozioni ed i disagi del tempo interno negato esistono e agiscono sul corpo.
      Il fenomeno da indagare è se e come sia possibile riconoscere la sofferenza di questi fenomeni invisibili alla nosografia, ai servizi, alla classificazione dei disagi psichici e sociali. Riteniamo che la connessione sentire-pensare e la consapevolezza del tempo interno dell’operatore sia fondamentale nel riconoscere un disagio come quello indicato e nel contagiare durante un incontro, un modo autentico di stare in relazione.
       La questione così impostata pone ai servizi della salute pubblica, l’obiettivo di intercettare i vuoti ed i come di relazione agenti nell’inconsapevolezza. L’intuizione, da verificare e sottoporre ad analisi, valuta la possibilità di inserire nuove categorie interpretative del disagio, al fine di intercettare lo stesso prima che questo sia reso leggibile secondo schede e nosografie già in uso.
       La proposta è di inserire in via sperimentale nei servizi e nei setting, la categoria della sofferenza urbana come paradigma di lettura di un tempo e di una relazione; il fine è di verificare se sia possibile avviare un lavoro di prevenzione utile a leggere la rarefazione sociale in atto prima che essa sfoci in una patologia da DSM.

 

Fenomenologia del furto del tempo nel corpo sociale

      Si riportano di seguito alcuni fenomeni, mode e abitudini, che proprio per il loro essere diffusi sembrano caratterizzanti di un tempo storico e delle innovazioni in esso sperimentate. Intorno al 2013 si diffuse tra gli adolescenti cinesi la moda di portare a spasso, al guinzaglio, una lattuga, o un cavolo, o comunque un vegetale.
      La moda fu denominata walk veggies. Il promotore di questa moda, Lui Ja Chen, 17 anni, rilasciò parecchie interviste ai media per sostenere l’idea che la lattuga funzionerebbe come un centro nevralgico in cui incanalare ed esorcizzare i pensieri negativi.
      Secondo questa tesi, dopo qualche giorno di terapia tutti i brutti pensieri finiscono nel cestino dei rifiuti, insieme alla compagna di passeggiata. Oltre alla compagnia della lattuga si più usufruire della compagnia di chi per strada decide di avvicinarsi e di dialogare, rintracciando in chi porta la lattuga una persona affidabile e in qualche modo vicina al proprio mondo. La passeggiata fu ritenuta dagli adolescenti, un valido aiuto nella gestione della depressione e della solitudine.

 

Dipendenza da lavoro

Nel 1971 Oates, individuò un fenomeno cui diede il nome di workaholism, detto anche work addiction (letteralmente dipendenza dal lavoro); l’esigenza nasceva dal fatto di indicare il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente al fine di provvedere alla realizzazione personale di sé e giungere al successo, facendo leva sul perfezionismo e sulla coscienziosità etica e morale. L’eziologia della workaholism non è chiara, tuttavia pare sia collegata alla presenza di tratti di personalità compulsivi in persone che sono spinte a lavorare di più rispetto a quanto richiesto dai loro contesti di lavoro; ciò che appare come frequente è che, per queste persone, il lavoro rappresenta il principale mezzo di gratificazione.

 

Abbuffata del guardare: binge watching

      Esiste una moda il cui nome è Binge watching: consiste nel fare una maratona di visione, ossia guardare cinque, dieci, quindici puntate di seguito di una serie televisiva ininterrottamente per giornate e nottate intere.
        Il nome binge è stato scelto sulla falsariga di «binge eating» e «binge drinking», (consumo esagerato di cibo e alcol). L’abitudine, iniziata con le video cassette e poi con i dvd, si colora di note pre-muscolari di presenza davanti alla tv e rappresenta un caso in cui la relazione con un oggetto è fondata su processi di oralità suggente che assorbono simbioticamente la gestione temporale del consumatore, immettendolo al contempo in un gruppo di condivisione all’interno del quale egli è riconosciuto come adeguato e-o vincente perché resistente.
       Al binge watching sono legati problemi come l’affaticamento, l’obesità e disturbi cardiaci, per cui ci sono buone ragioni per tenere alto il livello di guardia. Quando la dipendenza dalle serie tv diventa patologica, i soggetti possono iniziare a trascurare il proprio lavoro e le proprie relazioni con gli altri. “La nostra ricerca è un passo avanti nell’esplorazione del fenomeno e delle sue conseguenze per la salute e per la società”. Siete ancora sicuri di voler guardare solo un’altra puntata?

      Hikikomori

Il termine Hikikomori significa letteralmente, in lingua giapponese, “isolarsi, stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti e giovani adulti che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno.

       Al momento in Giappone ci sono oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano, il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l’1% dell’intera popolazione nipponica). Anche in Italia l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un qualcosa che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo. Secondo alcune stime (non ufficiali) nel nostro paese ci sarebbero almeno 100.000 casi.

 

Suicidi sul posto di lavoro

      Foto di Alessandra MeliDal febbraio 2008 al Settembre 2009 France Telecom ha registrato 23 suicidi fra i suoi dipendenti, di cui sei solo durante l’estate.

      Al contempo sono aumentati anche i congedi per malattia. La situazione si mostrò preoccupante ed a fronte del crescente malessere fra i dipendenti l’azienda decise di bloccare, almeno per 2 mesi, il programma di mobilità. Si tratta di uno tra i tanti esempi di un fenomeno che riguarda i lavoratori di più parti del mondo: in India i contadini che non rintracciano le sementi sono categorie a rischio di suicidio.

       In Cina 13 dipendenti si sono tolti la vita solo nel 2010 nella fabbrica elettronica Foxconn di Shenzhen; l’azienda decise allora di porre delle reti metalliche alle finestre per evitare la caduta di coloro che intendessero suicidarsi. Nel caso specifico, poste le reti, gli operai scelsero di farsi esplodere sul posto di lavoro.

        L’azienda scelse poi di inserire nei contratti delle clausole in cui gli impiegati si impegnavano a non suicidarsi. Dal punto di vista economico il management scelse di aumentare i salari del 30%. La struttura disponeva di confort come centri benessere e piscina, gli impiegati che lavoravano 8-10 ore al giorno dormivano in camerate e vivevano lontani dai parenti. Dal 2014 stanno aumentando i suicidi anche all’interno del mondo della finanza: la crisi economica ha avuto delle ricadute in termini economici su vari professionisti, le cui aspettative di successo personale e sociale erano decisamente elevate.
       In Italia il lavoro congiunto di Bonomi e Borgna (Bonomi, Borgna, 2011) propone una lettura dei suicidi sul posto di lavoro e fa riferimento alla questione del tempo e della sofferenza urbana presente nelle città. Il ritmo di lavoro, la quantità di ore di lavoro e l’insistere sull’essere creativi e coinvolti all’interno del proprio lavoro, favorisce la sovrapposizione simbiotica tra lavoro e persona, cancellando le differenze, tra la vita intima e le criticità che solitamente si frapponevano tra lavoro e lavoratore ed ancora tra lavoratore e datore di lavoro.
                                                                                        Svegli 24 ore, 7 giorni su 7

 

Il passero dalla corona bianca vola dall’Alaska fino al Messico in stato di veglia per un’intera settimana, batte ininterrottamente le ali sino a che non raggiunge la meta. Da tempo in una università americana studiano questo uccello per capire come possa resistere così a lungo desto e in piena efficienza. Secondo Jonathan Crary, studioso che insegna teorie dell’arte alla Columbia University di New York, l’obiettivo di questo tipo di ricerche, finanziate dall’esercito USA, è quello di abbattere il periodo di sonno che gli esseri umani dedicano alla ricarica e ripresa di loro stessi, in media sei ore per l’età adulta.

Sarebbe questa l’ultima barriera che la biologia umana oppone alla realizzazione del 24/7, come s’intitola il suo libro (2015), ovvero, come già accade per siti, call center, e persino negozi in tutto il mondo: aperti 24 ore, 7 giorni la settimana”. (Dalla primavera del 2015 in Italia sono circa cento i supermercati con l’orario h 24).

Nel libro l’autore sostiene che il sonno interrompe, il furto di tempo che avviene a nostre spese ogni giorno.

Si diffondono mode relative al non dormire: vengono accomunate dal nome di vamping: il fenomeno è caratterizzato dal rimanere svegli tutta la notte per chattare o connettersi tramite pc ad altri amici.

 

AB/DL Adult-Babies/Diapers Lovers 

(Adulti/Bambini-Gli amanti del pannolino)

     La moda che nasce nell’ambito delle pratiche della sessualità fetish e da qualcuno classificata come parafilia, è caratterizzata del forte desiderio di indossare abiti infantili o utilizzare articoli per l’infanzia. Il bambino, in questo caso, è proprio l’adulto. Una delle sensazioni più emozionanti del fingersi bambini è infatti la perdita momentanea della percezione del tempo.
     Molti degli adulti, specie uomini affermati disposti a pagare per tale accudimento, amano farsi imboccare, allattare, cullare, giocare e talvolta fare i capricci per ricevere la meritata punizione. Quasi tutti indossano abiti su misura d’ispirazione infantile: tutine intere, calzini con merletti e vestiti dai colori pastello. La maggior parte di essi trova estremamente eccitante l’essere accudito e non richiede alla persona retribuita di praticare sesso.

Fenomenologia del furto del tempo nei setting

     Nel 2012 sono stati svolti 3 incontri con le assistenti sociali che lavorano per la ASP 3 presso i consultori della città di Catania. Il gruppo riflette sul fatto che curare il sintomo o rispondere alla richiesta portata all’interno dei consultori, non sempre corrisponde al prendersi cura della persona. Anzi spesso per quanto siano state date le risposte richieste, rimane un certo senso di insoddisfazione. Ci si sofferma su questo ultimo aspetto particolarmente.

Le operatrici registrano un cambiamento netto delle richieste delle persone utenti ed una forte pressione dell’Azienda.

Le persone utenti

Si presentano in consultorio richiedendo soluzioni immediate (spesso anche farmaci) per questioni relative a sofferenze sentimentali o per mancate gravidanze all’età di 20 anni. La loro sensazione è di non resistere al dolore o di non avere più tempo.

Capita sempre più spesso che gli utenti richiedano al consultorio la soluzione di un problema (ad esempio affidamento dei figli) e che l’operatrice percepisca nella persona una sofferenza ed una rabbia ai limiti della soglia del disturbo borderline. Tale sofferenza non viene percepita dall’utente che insistentemente richiede soluzioni magiche del tutto subito.

Un’operatrice riporta la domanda di una signora che si presenta presso il consultorio e dice “io sono infelice, mi può dire dove posso andare?”

Le figure professionali e l’Azienda

Le operatrici narrano di un’azienda che impone loro ritmi e modalità che fanno sì che ci sia poco tempo da dedicare alle persone e che procedure burocratiche e compilazione di moduli al pc durante il colloquio con gli utenti impediscano di stabilire un clima di fiducia.

Percezione di tempo e spazio da parte delle figure professionali all’interno dei setting

Le figure professionali coinvolte dichiarano di essere pressate dal bisogno di fare tanto e bene, di rispondere con soluzioni immediate alle esigenze degli utenti, di essere intente a fare in modo di avviare dialoghi con tutte le persone che attendono in fila presso i consultori; aggiungono di fare fatica a dialogare con consapevolezza e presenza per via dell’ansia del fare bene, del telefonino che spesso squilla, della fatica che viene dai giorni già trascorsi, per la sensazione di volere essere presenti ma di non riuscirci.

La percezione del proprio corpo in questi casi è ridotta al minimo e spesso il corpo con le proprie esigenze fisiologiche di cibo, aria, acqua, costituisce un ostacolo al correre e fare di più. A questo si accompagnano le riflessioni su alcuni nodi tematici:

  • come può la medicina dei farmaci rispondere alla richiesta di relazione che ogni utente porta con sé;
  • in che rapporto sono salute mentale e vita sociale;
  • come sono cambiate le domande e le consapevolezze degli utenti;
  • cosa è accaduto nella storia di un utente che si presenta presso un consultorio per richiedere un intervento immediato e risolutivo minacciando fisicamente l’operatore;
  • quali sono gli strumenti che presso i consultori, possono essere messi in atto per dialogare con utenti che non manifestano sintomi classici nevrotici o psicotici e che tuttavia manifestano l’avanzare di un malessere che consta di:
  1. perdita di consapevolezza rispetto al che cosa faccio e perché;
  2. perdita di densità e di senso nelle relazioni;
  3. senso alterato delle proprie possibilità (in eccesso o in difetto);
  4. difficoltà nell’essere consapevole della propria identità quando si svolgono più lavori all’interno della stessa giornata;
  5. stanchezza e delusione date dal vivere esperienze con amici senza provarne il piacere;
  6. perdita di autostima in conseguenza del fatto di non possedere oggetti firmati o strumenti tecnologici di ultimo modello.

 

Il Servizio

Il Servizio ascolto Sofferenza Urbana propone la possibilità di riflettere su come abitiamo il nostro tempo/spazio e sulla consapevolezza del sistema mente/corpo. Tale servizio viene considerato come uno spazio di prevenzione, prima del disagio conclamato e poco dopo la riduzione di consapevolezza del sistema pensare/sentire.

Alla fine dei percorsi il 90% degli utenti non aveva sviluppato sintomi oltre soglia ma ha ritenuto opportuno iniziare un’analisi personale. La posizione con cui gli utenti si erano presentati al Servizio Sofferenza Urbana era di non riconoscimento del bisogno di un’analisi o di rifiuto di essa, poiché addebitavano a fatti esterni (telefonino, figlio, fidanzato, lavoro) il loro malessere. L’ipotesi è che possa esistere una connessione tra l’abitare il proprio tempo interno e il riconoscere il desiderio di essere consapevoli del proprio agire.

 

Foto di Alessandra Meli

 

Corpo e tempi di allarme

   La nostra risulta una società all’interno della quale si richiede un’attivazione performante e permanente, una ricerca di equilibri di ruolo, di lavoro, di relazioni di successo all’interno di un contesto sociale instabile.  Dentro questo cercare sono continuamente da definire i soggetti della prossima relazione necessaria. I

l noi dei social è aereo e rarefatto, il due delle relazioni stabili è sostituito da mutevoli gruppi incorporei che possono disciogliersi facilmente e che anche quando funzionano, in assenza di occhi, di rispecchiamenti facciali, di tempo di respiro condiviso, possono ridurre l’allarme ma non produrre relazioni serotoninergiche. Un sistema così connotato risuona di precarietà, le piattaforme relazionali ed affettive su cui stiamo, sono oscillanti e sono risignificate persino come superflue e ostacolanti in una società in corsa per la sopravvivenza, allarmata.

 

Lettura di stato-lettura evolutiva: dal corporeo al carnale

      L’ipotesi è che senza la percezione del sentire-pensare i livelli corporei, non ci sia percezione del tempo inteso come durata consapevole e come presenza della soggettività. In questa modalità d’esistenza, il tempo è senza respiro, allarmato dall’adesso e dal mai più. Questa è lettura di stato, orizzontale, di questo tempo storico contemporaneo. Su questo piano il nodo centrale, cogente, dolorante sembra essere il furto del tempo inteso come corporeità desensibilizzata e disconnessa e a rischio di dissoluzione borderline.
       A questa lettura storica e di stato possiamo accompagnare una lettura stratificata, verticale dei secoli trascorsi ed ancora a venire, inserendo la consapevolezza della verticalità della filogenesi, in un meta-tempo che riconnette il tempo storico contemporaneo al proprio tempo passato, al tempo futuro ed all’intelligenza del divenire del Sistema Vivente. In che modo questa rarefazione delle relazioni e dell’essere umano si incastona nello scorrere di senso della vita? Questa domanda, crea un punto di osservazione ad occhi aperti e connessi, che tiene conto delle letture di dolore e di sofferenza di questo tempo ed insieme ci consente di leggerne le intelligenze evolutive rispettando i nessi di sviluppo del passato e del futuro.
       Esistono parecchie interpretazioni catastrofiste ed apocalittiche di questo tempo.
       Autori come Bauman (1999), Augè (2009), Byung-Chul Han descrivono una società della quale non è possibile definire un’identità strutturata. Bauman parla di società liquida che non avendo un’identità solida prende la forma del contenitore. Augè parla di una surmodernità o sovramodernità. Si tratterebbe di una società caratterizzata da varie forme d’eccessi, esagerazioni e abbondanze, che seguono al postmodernismo. L’umanità della società vista da Augè è immersa nelle problematiche della tripla accelerazione, o del triplo eccesso: il primo è un eccesso di tempo composto da istanti che si rincorrono e all’interno del quale, a seguito della moderna sovrabbondanza di fatti, eventi, informazioni e avvenimenti che ci sovrastano, si annida la fatica di ciascuno di noi nel dare un senso alla realtà.
      A questo si aggiungono l’eccesso di spazio, dovuto alla nostra capacità di spostarci più velocemente nel mondo e l’eccesso di ego, per il quale l’individuo si considera un mondo a sé e ogni riferimento alla propria individualità e alla propria persona è valorizzato e messo in primo piano a scapito della vita collettiva. Chul Han descrive una società della trasparenza dove tutto è visibile e pertanto ciò che non può essere visibile non è contemplato, dicibile e sostenibile.
       In questa visione sparisce l’intimo, il segreto, la parte profonda e strutturante dell’identità, perciò ciò che si mostra è semplicemente e superficialmente ciò che è e può essere visto da chiunque.
       In questo lavoro ipotizziamo di lasciare aperta la possibilità di pensare un senso evolutivo, stratificato, verticale, anche dentro società che stanno lavorando alla loro rarefazione.
       Rintracciamo probabilmente una direzione differente di espansione, se prima il corpo sociale si espandeva incontrando e corazzando l’essere umano che vi abitava, in questo momento l’essere umano è in un’espansione-fusione con l’esterno, proponendo i temi del rapporto tra la massa ed il volume, ovvero della densità.
*Psicologa, Analista Reichiana
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