La mobilitazione dello sguardo in un caso di violenza estrema | R. Spinoso | T. Costa


L’esperienza clinica qui descritta riguarda uno dei casi portati avanti presso il centro dello SPRAR (Sistema Nazionale Protezione Richiedenti Asilo Politico) Karibu, nell’ambito della ricerca-intervento realizzata in collaborazione con la cattedra di Psicofisiologia Clinica dell’Università La Sapienza di Roma, negli anni 2007-2013.

La proposta terapeutica, sviluppata secondo l’Approccio Bioesistenziale Psicofisiologico Integrato, ha visto come centrale per la remissione dei principali sintomi riferiti dalla donna e per la riorganizzazione del vissuto di sicurezza personale, il lavoro con il distretto oculare.

C. è una giovane donna che proviene da un paese dell’Africa Centrale.

Quando la incontriamo lamenta forti sentimenti depressivi (“non voglio più vivere”), dice di piangere ogni giorno e di non riuscire a trattenersi neanche di fronte ai bambini. Non riesce a dormire tranquilla, ma si sveglia nel cuore della notte a causa di incubi terrificanti che la lasciano in uno stato confusionale al punto che ha difficoltà a realizzare dove iniziano i pensieri e dove il sogno; anche di giorno il pensiero va alle violenze subite, sotto forma di flashback ricorrenti ed intrusivi, e sente che l’attenzione sfugge al suo controllo.

Dalla somministrazione del test Body Perception, che indaga la percezione corporea in base alle sensazioni auto-percepite (Ruggieri, 1995) emerge che ha una percezione molto labile di sé e del suo corpo (la maggior parte dei distretti corporei sono visti e sentiti, come da lei indicato, con un gradiente di intensità prossimo allo zero) esclusi i distretti dell’area genitale, le mani ed i piedi, avvertiti con intensità massima che per lei è dolore.

Quando la incontriamo il sintomo principale segnalatoci riguarda la difficoltà di dormire a causa dell’immagine invasiva e ripetitiva degli uomini che hanno fatto irruzione a casa sua e l’hanno violentata.

La fenomenologia del volto sembra narrare quanto la donna è stata costretta a subire: il distretto oculare e quello orale esprimono simultaneamente ed in maniera estremamente intensa ed evidente il pattern del pianto e del disgusto.

Partendo dallo sguardo, sembra di vedere una muscolatura decisamente contratta: il corrugatore delle sopracciglia crea un complesso di linee centripete in cui il centro sono la radice del naso e la parte bassa della fronte, con formazione di rughe molto evidenti all’angolo mediale di entrambi gli occhi. I bordi delle palpebre presentano un andamento obliquo coerente con le linee di forze centripete e si intrecciano con l’accentuazione e la verticalizzazione del solco naso-labiale, culminando nella disposizione a V del labbro superiore. Gli occhi sono gonfi e spenti.

I sintomi e i segni fenomenologici descritti sono coerenti con la condizione psicodinamica in cui lei si trova, ovvero con il suo essere bloccata nell’elaborazione delle violenze ed umiliazioni subìte. È come se fosse rimasta ferma nell’osservazione delle scene vissute come più dolorose e disgustose.

Il marito era un militare che, ad un certo punto della sua vita, si è visto coinvolto in una setta a sfondo politico-religioso (il BDK), che lo ha condizionato al punto da alterare il rapporto con C. Il modo di rapportarsi a lei è stato una escalation di violenze iniziate con le violenze psicologiche (totale sottomissione alla volontà e al credo del marito) e continuate con quelle più prettamente fisiche (schiaffi, calci, pugni), culminando con l’obbligo di partecipare agli incontri ed assistere ai sacrifici e alle torture praticate in appositi luoghi di culto. Ogni tentativo di C. di manifestare il suo dissenso verso le pratiche del gruppo veniva punito con la violenza, lasciandole l’impossibilità di ribellarsi. (Krystal, 2007).

C. racconta alcuni episodi di tortura con grande repulsione e sempre ripete che lei non li condivideva, perché pensava che non fosse umanamente giusto infliggere sofferenze ad un uomo, ma non poteva fare niente perché il marito e i membri più anziani del gruppo non le permettevano di andar via.

Per quanto riguarda le violenze sessuali subìte, dopo l’irruzione delle forze governative nella sua casa, si apre un capitolo di umiliazione che le ha tolto la libertà di guardare in viso i suoi figli.

Dipinto di Donna L’ary – in “Ai miei occhi” Alpes ed.Sapendo del suo grande interesse per la geografia, in particolare per i paesi con paesaggi montani, dopo aver creato le condizioni per un contatto in cui la donna si è potuta sentire sicura, rispecchiata e sostenuta, le abbiamo proposto un’esperienza che avrebbe coinvolto lo sguardo, per facilitare lo sviluppo del processo di riacquisizione del senso di padronanza personale e quindi di rafforzamento dell’Io; l’esperienza si sarebbe realizzata con l’ausilio di una fotografia in cui c’era l’immagine di una montagna che aveva come sfondo il cielo azzurro.

La prima fase dell’esperienza comprendeva la consegna di mettersi comoda, ascoltare il proprio respiro e seguire la voce del terapeuta; quindi appoggiare lo sguardo sul bordo della montagna per poi seguirne il contorno accarezzandolo da sinistra a destra e viceversa. C. é stata invitata a soffermarsi sulla sensazione dell’accarezzare questa linea con lo sguardo.

Il gesto ha sortito un immediato senso di liberazione già dopo la prima sperimentazione: la donna ci dice che seguire il contorno della montagna, che sale e scende, le piace molto e l’andamento ha un effetto ritmico molto simile all’ondeggiamento di una culla.

Ci colpisce il fatto che l’esperienza che coinvolge lo sguardo, parte da un specifico distretto corporeo (quello visivo appunto) ma va oltre le sensazioni provate nella singola parte, per attivare un vissuto esperienziale più globale: il vissuto di sentirsi accolta e contenuta, in cui l’elemento affettivo e di calore umano era forte, perché lei assimilava la sensazione provata a quella che si prova quando si è cullati tra le braccia di una madre.

La seconda parte dell’esperienza comportava il visualizzare, ad occhi chiusi di fronte a sé, l’immagine su cui aveva appena lavorato, ascoltare il respiro nel suo ritmo e fluire, accarezzare la linea che separa la montagna dal cielo da destra a sinistra e viceversa e soffermarsi sul senso dell’accarezzare, sul vissuto esperito, sulla fluidità e morbidezza dell’andare da destra a sinistra e viceversa.

Durante questa fase, vediamo che è estrema l’intensità con cui la donna contrae il distretto fronto-oculare, che ritmicamente rilassa dopo alcuni secondi di tensione.

Quando interrompiamo l’esperienza, dopo circa un quarto d’ora, C. dice che aveva iniziato come “a dormire” e il vissuto dominante era, ancora una volta, la sensazione provata “come quando un bambino dorme tra le braccia della madre… era come una madre che accarezza il suo bambino”.

Finito l’incontro (il quarto di un ciclo di intervento durato in tutto 13 incontri, con un follow-up dopo un mese) la invitiamo a rifare l’esperienza con l’ausilio della fotografia ad occhi aperti e con l’immagine introiettata ad occhi chiusi, a casa, quando si sveglia e, se vuole, anche durante il giorno. A distanza di una settimana C. ritorna con lo sguardo visibilmente più aperto. Riferisce di sentirsi più tranquilla e riposata e che ha dormito bene ogni notte per tutta la notte.

Dice di aver fatto l’esperienza proposta ogni giorno, due volte al giorno e qualche volta anche prima di andare a dormire.

L’essere esposti ad una violenza estrema con il suo carico di sofferenza, impotenza e terrore, può generare nella persona i tipici sintomi da stress acuto (che possono andare verso quello che è stato definito Disturbo Post-traumatico da Stress). In particolare, la persona può sviluppare sintomi da sovraeccitazione (una condizione di hyperarousal che comporta difficoltà a dormire, concentrarsi, ipervigilanza, risposte esagerate, irritabilità, ansia generalizzata), sintomi intrusivi (flash back, incubi, ricordi), e ancora sintomi da evitamento e dissociazione. (Herman, 2011).

Le sindromi traumatiche sono disturbi complessi, che richiedono un trattamento altrettanto complesso, e poiché il trauma investe ogni aspetto del funzionamento umano, da quello biologico a quello sociale, l’intervento deve poter comprendere tutti questi aspetti facilitando l’organismo ad abbassare le soglie di attivazione e tensione muscolare, recuperando il controllo delle proprie funzioni corporee, affrontando ed elaborando le dinamiche psichiche connesse all’esperienza di violenza e promuovendo la ricostruzione dei rapporti sociali, attraverso un intervento di tipo psicofisico più che esclusivamente verbale.

La letteratura internazionale esistente in materia sottolinea come con persone vittime di violenze sessuali, violenze estreme e torture, è fondamentale l’utilizzo di approcci integrati che includano il lavoro sulla dimensione corporea (Giannantonio, 2013; Van Der Kolk, 2007).

L’Approccio Bioesistenziale Psicofisiologico Integrato (Ruggieri 1989, 2011) in particolare, si occupa delle interazioni fisiologiche esistenti tra le diverse funzioni corporee, e, tra Sitema Nervoso Centrale e Struttura dell’Io, non considerando la dimensione fisiologica e psicologica come universipredefiniti, ma come differenziazioni funzionali di un’unica attività fisiologica di un organismo strutturalmente unitario.

Nell’ambito della concezione Psicofisiologica, sulla base dell’esperienza clinica e di ricerca, si fa riferimento all’esistenza di un rapporto circolare tra Sistema Nervoso Centrale e attività corporea che, attraverso le vie nervose afferenti porta le informazioni sensoriali (esterocettive, viscerali-degli organi interni, propriocettive-muscolari) in corteccia, e questa, attraverso le vie nervose efferenti, stimola a sua volta, l’attività degli effettori (muscoli e ghiandole) che è alla base della produzione di gesti e azioni. Anche gli eventi mentali considerati astratti, come il pensiero, devono essere considerati come elaborazioni cerebrali di sensazioni corporee basali (Ruggieri, 2011). La Struttura dell’Io consiste nel dialogo tra Auto-Rappresentazione (immagine di sé a livello cerebrale) ed attività corporea, fonte dell’informazione sensoriale che genera il “vissuto sentimentale”. Sulla base di questo presupposto teorico e di questa teoria sulla struttura psicofisica dell’Io, attraverso l’Approccio Psicofisiologico Integrato, sono proposte delle esperienze di tipo immaginativo o posturale volte alla modulazione e riorganizzazione della tensione muscolare di specifici distretti o globale, con rielaborazione dei vissuti e degli aspetti di feeling implicati.

Il trauma defrauda la vittima dal senso di potere e di controllo, pertanto rendere stabile il senso di sicurezza della persona ha la precedenza su tutti gli altri compiti. I sopravvissuti si sentono insicuri nel proprio corpo e nelle relazioni con le altre persone, pertanto, stabilizzare le funzioni corporee di base è un preludio importante per rendere stabili le successive condizioni di vita.

L’esperienza qui descritta, mette in evidenza, in particolare, il ruolo degli occhi e della dinamica oculare nell’elaborazione delle immagini visive, a maggior ragione in un caso come questo di flashback acuto. Secondo l’approccio Bioesistenziale Psicofisiologico Integrato (Ruggieri, 2011) esiste anche per la dimensione immaginativa uno stretto rapporto tra l’orientamento dello sguardo e l’oggetto immaginato. Lo sguardo può infatti osservare l’oggetto immaginato sia frontalmente che obliquamente, che dall’alto verso il basso e viceversa.

Ora, anche una rappresentazione legata ad un’esperienza traumatica rientra in questa fisiologia del rapporto sguardo reale/rappresentazione corticale, ma ciò che in particolare caratterizza la rappresentazione traumatica, è la sua relativa fissità. Nel concetto di fissità dello sguardo si intende mettere a fuoco il ruolo della muscolatura perioculare in processi che si riferiscono alla capacità del soggetto di cambiare immagini mentali in rapporto a scelte cognitive, come avviene nel cambiamento soggettivo del punto di vista. Se il soggetto immobilizza gli occhi (attraverso la muscolatura estrinseca dell’occhio) si prolunga la durata del contatto con lo stimolo percettivo, con ipotetica inibizione del cambiamento percettivo-cognitivo, generando una condizione di blocco. Il soggetto traumatizzato guarda e riguarda le immagini traumatiche più angosciose ed il contatto con le stesse è continuo e ripetuto, anche se questo avviene senza la sua volontà.

Pertanto il nostro concetto sulla capacità di cambiamento di punto di vista, documentato anche sperimentalmente (Ruggieri, 2011), rappresenta una via d’accesso all’intervento sulla fissità della rappresentazione traumatica che una nuova acquisita motilità oculare potrebbe ricollocare in un più ampio contesto immaginativo, diluendone il ruolo aggressivo-distruttivo. La posizione spaziale assunta dagli occhi nell’osservare un oggetto, influisce infatti anche sugli aspetti connotativi della percezione, determinando delle variazioni nei vissuti emozionali presenti nell’atto percettivo (Ruggieri, 1993, Spinoso 2012).

L’esperienza fatta da C. la ha aiutata a ristrutturare una funzione cognitiva superiore, permettendole anche di recuperare un vissuto emotivo estremamente importante come quello della sicurezza personale (che la persona definisce come “tranquillità”), punto d’appoggio e slancio per lo sviluppo di altre armoniche operazioni quali il sentirsi in grado di cercare lavoro, sentire di aver recuperato il senso della propria vita e andare avanti. Sentendosi tranquilla C. non prova più quel senso di vergogna che le impediva di guardare negli occhi i propri figli, vergogna che ruotava intorno alla percezione di crollo della propria struttura psicofisica, alimentata dalla autosvalutazione indotta dalle critiche delle figure immaginate nei flashback ricorrenti.


Bibliografia
  • Giannantonio, M. (2013), Trauma, Attaccamento e Sessualità. Milano: Mimesis.
  • Herman, J., L. (2011), Guarire dal trauma. Roma: Edizioni Magi.
  • Krystal, H. (2007), Affetto, trauma, alessitimia. Roma: Edizioni Magi.
  • Ruggieri, V. (1993), Immaginazione e Percezione si incontrano nello sguardo, in “Realtà e prospettive in Psicofisiologia” 5-6, pp.119-131
  • Ruggieri V. (1989), Semeiotica dei processi Psicofisiologici e psicosomatici. Roma: Il Pensiero Scientifico.
  • Ruggieri, V., e Coll. (2011), Struttura dell’Io, tra Soggettività e Fisiologia Corporea. Edizioni Universitarie Romane.
  • Spinoso, R. (2012), Dialogando con Shapiro: confronto con una delle più recenti tecniche di intervento in psicoterapia. Politecnico numero 1-3
  • Van Der Kolk, B., Mc Farlane, A., Weisaeth, L. (2007), Stress Traumatico. Roma: Edizioni Magi.

Raffaella Spinoso: Psicologa con competenze psicofisiologiche, collaboratrice di ricerca presso AEPCIS
Tania Costa: Psicoterapeuta

Categories: Attualità

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