La terapia comportamentale aiuta contro l’insonnia?


 

Articolo di Gianluca Casponi

La terapia cognitivo-comportamentalepotrebbe combattere l’insonnia meglio dei farmaci, e senza effetti collaterali. Lo afferma una ricerca condotta da scienziati del Melbourne sleep disorders centre, in Australia, pubblicata su Annals of Internal Medicine, che ha preso in esame i nuovi trattamenti per questo disturbo del sonno considerato concausa di problemi come ansia, depressione e diabete di tipo 2.

L’insonnia, raccontano gli autori dello studio, colpisce circa il 15% degli adulti ed è in genere trattata con farmaci che però comportano tolleranza, dipendenza ed effetti avversi. La valutazione di un’alternativa terapeutica in grado di aggirare questi problemi è quindi da prendere in seria considerazione.

I ricercatori hanno effettuato uno studio di tipo retrospettivo su 20 pubblicazioni che si sono occupate di questa materia. Le persone che erano state incluse nei test sono state sottoposte a una terapia non farmacologica: il faccia a faccia con psicologi e psichiatri. L’approccio mirava all’induzione di un cambiamento dell’atteggiamento nei confronti del sonno e delle abitudini che possono disturbarlo o, al contrario, agevolarlo.

Infatti, se per chi non ha problemi addormentarsi è un fatto naturale e quasi spontaneo, chi soffre di insonnia scivola invece in uno stato di ansia che si autoalimenta e che finisce per potenziare un circolo vizioso che peggiora ulteriormente la qualità del riposo notturno. Così, per esempio, ai partecipanti allo studio veniva spiegato che il letto deve essere soprattutto il luogo del riposo, evitando quindi di usarlo durante il giorno per leggere o studiare. Il trattamento, in sostanza, veniva gestito attraverso cinque fasi: durante la prima il terapista cercava di rimuovere dai pensieri del paziente l’atteggiamento negativo che induce l’ansia dell’avvicinamento della sera e del probabile fallimento nell’addormentarsi. La seconda fase contemplava l’evitare di compiere attività stimolanti nella stanza da letto come giochi o altre attività, associando quindi questa parte della casa esclusivamente al sonno. Come terzo passo è stato consigliato ai partecipanti di mettersi al letto solo quando il sonno si fa veramente sentire, riducendo al massimo il tempo passato sdraiati ma svegli. Nella quarta fase i consigli hanno riguardato la gestione delle attività nelle ore diurne, durante le quali le persone insonni devono evitare di schiacciare pisolini, specialmente nel pomeriggio, e verso sera devono evitare di assumere caffè o altre bevande stimolanti. Come ultima fase della terapia, alle persone sono state insegnate tecniche di rilassamento da mettere in pratica prima di mettersi a letto, allo scopo anche di allentare la tensione muscolare e predisporre meglio il corpo al riposo.

I ricercatori australiani hanno osservato che le persone trattate con laterapia comportamentale prendevano sonno circa 20 minuti prima rispetto al passato e avevano ridotto di circa 30 minuti il tempo passato da svegli dopo il primo addormentamento. Quando gli è stato chiesto di valutare la qualità del sonno, i risultati mostravano che era aumentata di quasi il 10 per cento.

Quanto osservato, concludono gli autori, è rilevante in funzione del fatto che un approccio come questo è più sicuro e largamente più tollerato di uno farmacologico. Inoltre le tecniche insegnate possono essere messe in pratica a tempo indeterminato senza doversi attendere effetti collaterali.

Riferimenti: Annals of Internal Medicine doi: 10.7326/M14-2841

Credits immagine: Lauren/Flickr CC

Articolo originale su Galileo.it

Categories: Galileo | Rubrica di attualità, Servizio Consulenza Giovani “Wilhelm Reich”

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