L’uomo senza carattere | M. Mannella


Il carattere è una costruzione storico-individuale necessaria a dare forma, ordine e senso, ad un mondo interno costitutivamente frammentato e indefinito. E’ la forma che il nostro sé assume per essere e per individuarsi mentre si relaziona con il mondo. E’ l’insieme stratificato delle forme (tratti caratteriali) autopoietiche che scaturiscono progressivamente dalla relazione fra il sé e le figure significative nelle diverse fasi dello sviluppo evolutivo.

L’originario paradigma energetico-pulsionale – attento alle determinazioni pulsionali del comportamento umano e per il quale le relazioni hanno un valore esclusivamente intrapsichico – ha lasciato il posto al paradigma dell’intersoggettività che evidenzia il carattere relazionale della vita.

L’odierno approccio sostiene che l’individuo è da sempre inglobato, fin dal suo concepimento, in una matrice di relazioni che rappresentano il nutrimento e il terreno fondamentale per un sano sviluppo psico-affettivo. “Il bambino, fin dai primi mesi di vita, possiede un insieme di competenze che lo orientano ad interagire e comunicare con gli altri in maniera efficace e puntuale (innate protoconversational readiness), utilizzando una gamma di segnali che concorrono a formare un vero e proprio dialogo sociale.[…] Lo sguardo, le vocalizzazioni, la mimica facciale e, soprattutto, la capacità di utilizzare regole conformi a quelle che governano le conversazioni, come l’alternanza di turni.” (Matarazzo, Zammuner, 2009, p. 121).

Queste esperienze primarie sono di fondamentale importanza sia perché possano definirsi i circuiti neurali e le funzioni mentali del bambino, sia perché in forma di precipitati mnesici andranno a costituire quella memoria implicita – il patrimonio di esperienze affettive e relazionali – che lo aiuterà ad andare nel mondo.

La relazione fra i caregiver e il piccolo non si risolve pertanto nella sola funzione di accudimento; decisiva risulta essere la qualità della presenza, cioè la disponibilità e la capacità dei caregiver di implicarsi nella relazione.

“Si tratta della affect regulation, oggetto di tante ricerche sperimentali psicologiche e neuropsicologiche, che si stabilisce tra madre e neonato/bimbo, che agisce soprattutto in epoca preverbale, strutturando la funzionalità psichica e le reti neurali del bimbo, con particolare riguardo alle funzioni emotive-affettive (quelle che più tardi potranno essere chiamate carattere, o personalità, o stili di vita, stili di attaccamento, disposizioni relazionali, o anche temperamento) e alla qualità strutturale della sua regolazione psicosomatica.” (Imbasciati, Aprile 2008).

Il caregiver deve essere dunque capace di relazionarsi empaticamente affinché si instauri con il piccolo un dialogo appropriato – fatto di atmosfere affettive, di gesti morbidi e sorrisi amorevoli, di rimandi attenti e gioiosi, di calda presenza più che di parole.

Soltanto in tal modo il piccolo acquisirà quell’alfabeto emozionale necessario a definire il proprio mondo interno, consentendogli di distinguere le diverse emozioni e di coglierne gli aspetti somatici e psichici. Un deficit relazionale primario, pertanto, avrebbe l’effetto negativo non solo del mancato riconoscimento del proprio mondo emotivo, ma anche della mancata integrazione delle componenti somatica e psichica del sé.

Che il dialogo fra i caregiver e il neonato/bambino accada fin dalle primissime fasi della vita, prima ancora della acquisizione della competenza linguistica, è dimostrato dalla scoperta dei neuroni specchio che ha fornito l’evidenza scientifica della comunicazione corporea.

Ammanniti e Gallese parlano al proposito di intercorporeità e “sebbene possano esserci ancora molti interrogativi sul ruolo dei neuroni specchio nei processi diadici precoci intersoggettivi e dell’attaccamento, le neuroscienze confermano l’esistenza e l’importanza di questo sistema, soprattutto quando opera in associazione con il sistema limbico e, in particolare, con l’insula destra, la corteccia cingolata anteriore e l’amigdala.” (Ammanniti, Gallese, 2014, p. XV).

Gli attuali studi neuroscientifici e neuropsicologici attestano la realtà della comunicazione primaria intercorporea ed intersoggettiva e ne sottolineano l’importanza per lo sviluppo mentale del piccolo.

Essere genitori richiede dunque una disponibilità e una presenza emotiva consapevole, e ciò a maggior ragione nel nostro tempo perché la funzione genitoriale non accade più nel solco della tradizione e in una chiara definizioni dei ruoli materno e paterno[1].

Bisogna poi considerare che, anche dal punto di vista dello sviluppo evolutivo del bambino e soprattutto del processo di individuazione del ragazzo, non valgono più le certezze del passato, i percorsi tradizionali, le identificazioni normative. La capacità di essere e di individuarsi rimanda, molto di più che nel passato, alla responsabilità individuale e molto di più che nel passato richiede la realtà di un patrimonio emotivo/affettivo/cognitivo personale da spendere nella costruzione della propria individualità.

Ma chiediamoci: nel nostro tempo sono presenti le condizioni per l’assunzione consapevole della funzione genitoriale? Il contesto sociale e culturale favorisce e sorregge gli individui nel loro faticoso cammino verso l’individuazione? Non prevalgono piuttosto spinte disorganizzanti che rendono difficile ogni impegno di vita responsabile e consapevole?

Viviamo in un mondo sociale caratterizzato da atteggiamenti smaccatamente narcisistici, dal trionfo di stili di vita individualisti ed edonisti. Il risultato inevitabile è una diffusa condizione di immaturità psicologica ed esistenziale e, frequentemente, assistiamo allo spettacolo di un vivere prosaico ed inconsapevole che esclude ogni impegno valoriale nel mondo.

persistenza della memoria persistence of memory

S. Dalì – La persistenza della memoria

L’approccio narcisistico alla vita non è una novità assoluta del nostro tempo; ad esser nuovo è il tipo di narcisismo ormai dilagante. Mentre nella società solida moderna il narcisismo era più strutturato, più dinamico e attivo, espressione di una forma carattere più complessa, un narcisismo intraprendente che si nutriva della spinta all’affermazione di sé; il narcisismo del nostro tempo, caratterizzato da apatia e dipendenza, ripiegato sul presente e sul godimento immediato, è piuttosto espressione di forme del carattere fissate in posizione orale, impossibilitate a procedere oltre i primi stadi dello sviluppo evolutivo.

E’ evidente che genitori narcisisti, immaturi e insoddisfatti, non possano svolgere con consapevolezza e responsabilità la propria funzione e che i figli non possano non andare incontro alla difficoltà di costruire una propria forma carattere e di realizzare un proprio progetto di individuazione.

In un tale contesto ambientale non solo non si danno le condizioni per una assunzione consapevole della genitorialità, ma è facile che venga a mancare anche la disponibilità ad affrontare con serenità le inevitabili incombenze che quella condizione comporta.

Per cui nel nostro tempo si assiste non soltanto, come spesso si sente dire, alla crisi della paternità – il fatto cioè che i padri, caduti gli stereotipi di ruolo, risultino assenti, incapaci sia di assumere la tradizionale funzione normativa sia di inventare un nuovo e personale modo di essere padre – ma anche alla crisi della maternità. Anche le madri, infatti, fanno fatica ad assumere la tradizionale funzione di accudimento e a stabilire una relazione empatica con il neonato/bambino.

Loro stesse infantili, distratte da preoccupazioni narcisistiche, è facile che non abbiano la maturità e la forza d’animo per instaurare e sostenere nel tempo quell’affect regulation che abbiamo visto costituire un’esperienza precoce di vitale importanza e che risolvano la propria funzione genitoriale soprattutto nella cura dei bisogni fisiologici e nell’attenzione medica del bambino.

Non è vero allora che la crisi della genitorialità dipende dal fatto che la nostra sarebbe una società senza il padre; a me sembra che tale crisi sia – ancor prima – dovuta all’assenza di genitori.

Ma, che ne è allora della crescita dei bambini? Sarà mai possibile per loro raggiungere la maturità psicologica? Saranno capaci di vivere creativamente e di impegno valoriale nel mondo? Che tipo di personalità potranno sviluppare? Quale forma carattere potranno assumere?

Il carattere – come abbiamo detto – è l’insieme dei tratti caratteriali, delle forme autopoietiche che scaturiscono dalla relazione fra il bambino e le figure significative nelle diverse fasi evolutive. Il carattere dunque si stratifica nel tempo e aumenta progressivamente in complessità. La sua forma sarà tanto più complessa, integrata e matura, quanto più le fasi evolutive saranno state funzionalmente attraversate e avranno lasciato dei segni eutonici, consentendo così il pieno passaggio alla fase evolutiva successiva.

In questo processo di costruzione del carattere appare evidente che le prime fasi della vita siano le più importanti in quanto il piccolo è un essere assolutamente aperto, ricettivo, completamente dipendente dai suoi caregiver.

Sono innanzitutto le relazioni primarie a segnare nel feto, nel neonato e nel bambino la possibilità dello sviluppo e dell’integrazione dei diversi aspetti del sé sui quali verrà ad edificarsi quel senso di benessere, di fiducia e di piacere verso la vita che costituisce l’ingrediente fondamentale per un’esistenza consapevole e creativa.

A mio parere, nel nostro tempo è proprio questa esperienza primaria – di affect regulation – ad essere sempre più deficitaria e ad impedire l’ulteriore sviluppo del carattere, che resta così fissato ai suoi primi stadi.

Le famiglie oggi formano persone dipendenti e infantili, però perfettamente integrate nella società postindustriale, perché nelle seduzioni antidepressive del consumo trovano la possibilità di riempire i propri vuoti e di lenire la propria insoddisfazione psicologica ed esistenziale.

“Siamo in un tempo borderline, sempre più rarefatto e meno liquido, con più istanti e meno radici, più emozioni e meno sentimenti, che sono fatti di tempo, più eccitazioni e meno consapevolezze, più comunicazioni e meno relazioni, anch’esse fatte di tempo, così con più informazioni e meno sapere, siamo più sul tempo che nel tempo.” (Ferri, Cimini, 2012, p. 201).

Ecco allora che la qualità e l’intensità delle nostre relazioni si è oggi rarefatta e ha assunto un carattere liquido, frettoloso, superficiale. Più che ad approfondire la conoscenza, si tende a moltiplicare i contatti. La preoccupazione dominante è rappresentata dal tema della giusta distanza, cioè di quel tanto di prossimità relazionale sostenibile, capace di garantirci dall’angoscia della separazione e della solitudine, così come dall’angoscia dell’invasione dello spazio, emozionale prima che esteriore.

Anche le affezioni e i disturbi psicologici sono diversi. Nel passato – fino a qualche decennio fa – era facile imbattersi in sindromi nevrotiche espressione oltresoglia di tratti caratteriali coatti e/o fallici[2], segnati dalla ridondanza, da un eccesso di strutturazione.

Oggi è più facile imbattersi in sindromi nevrotiche contraddistinte da un difetto di strutturazione, espressione di tratti caratteriali premuscolari[3], fino ad avvicinarci pericolosamente alle sindromi da rarefazione borderline.

“Abbiamo assistito alla liquefazione della corazza quale ipertono, ma anche quale giusto tono e al precipitare, scivolando sulla freccia del tempo, prima nella liquidità (stadio orale depressivo suggente), poi con la Volatilità delle Relazioni, ancora più giù, avvicinandoci pericolosamente alla rarefazione borderline.”(Ibidem, p.201).

Pertanto, se il compito dello psicoterapeuta nel passato era quello di alleggerire, ammorbidire, rendere più plastiche strutture caratteriali rigide e ipertoniche, oggi la finalità terapeutica è piuttosto quella di densificare, dare struttura e tono.

Il nostro tempo, allora, manca innanzitutto di caratteri, manca cioè di individui in grado di dare una direzione consapevole alla propria vita. Si assiste pertanto al trionfo dell’uomo senza qualità, di un uomo cioè che, mancando di definizione psicologica ed esistenziale, si dimostra sensibile e si rende disponibile ad ogni esperienza. Aperto ad ogni suggestione, sempre bisognoso di nuove emozioni per non avvertire un latente senso vuoto e di inutilità, testimonia con la sua vita l’incompiutezza e la casualità della propria esistenza.


[1] Oggi si tende a non parlare più di funzione materna e paterna, ma di funzione di accudimento (caregiver) e di funzione normativa. Tradizionalmente corrispondenti alla funzione materna – la prima – e alla funzione paterna – la seconda, possono essere indifferentemente proposte da entrambi i genitori.

[2] I tratti caratteriali coatto/fallici, che si definiscono rispettivamente in fase muscolare e 1° genito-oculare, presuppongono la realtà di un 2° campo (funzione normativa) ben delineato. Si veda Ferri, Cimini, 2012.

[3] Per muscolarità si intende dal punto di vista neurologico il raggiungimento del controllo della muscolatura volontaria. Dal punto di vista evolutivo tale traguardo – insieme al manifestarsi di altri fattori – indica l’inizio di una nuova fase – detta appunto muscolare – con l’abbandono della fase oro-labiale (grosso modo la fase orale freudiana). Per tratti caratteriali premuscolari si intendono allora tutti quegli aspetti di personalità che si definiscono nelle precedenti fasi evolutive. Si veda Ferri, Cimini, op. cit.


Bibliografia
  • Ammanniti, M., Gallese, V. (2014), La nascita della intersoggettività. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Ferri, G., Cimini, G. (2012), Psicopatologia e carattere. Roma: Alpes ed.
  • Imbasciati, A. (Aprile 2008), Bambini stressati: fin dalla nascita. Psycomedia on line.
  • Matarazzo, V., Zammuner, L. (a cura di), (2009), La regolazione delle emozioni. Bologna: Il Mulino.

* Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

Categories: Attualità

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