Perché a volte non sappiamo ciò che diciamo


 

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Articolo di Sara Madussi

Non sempre il nostro cervellosa quello che stiamo dicendo, soprattutto quando è impegnato in attività complicate e dinamiche. A suggerirlo è una ricerca dell’Università di Lund, in Svezia, che ha dimostrato come il feedback che il cervello riceve dall’apparato uditivo abbia un ruolo chiave nell’aiutarci a capire le frasi che stiamo formulando.

Andreas Lind e il suo team, in uno studio pubblicato su Psychological Science, ha sottoposto alcuni volontari al test di Stroop, una prova cognitiva in cui si chiede ai partecipanti di pronunciare a voce alta la tinta del carattere con cui una parola – il nome di un colore – è scritta. Quando il colore dei caratteri è diverso dal significato della parola (per esempio la parola “rosso” scritta in verde) si crea un’interferenza cognitiva e semantica che ci mette difficoltà: il cervello tende infatti a leggere automaticamente il significato della parola e non il suo colore effettivo.

Durante il test i partecipanti hanno ascoltato le loro voci attraverso delle cuffie, espediente che ha permesso a Lind – grazie a un particolare software chiamato RSE (Real-time Speech Exchange) – di sostituire la risposta data con una, diversa, registrata precedentemente. In particolare gli scienziati hanno scelto di sostituire “grå” con “grön”, rispettivamente “grigio” e “verde” in svedese, simili nel suono ma dal significato diverso. Nei due terzi dei casi, sorprendentemente, questa sostituzione è passata inosservata.Dopo ogni risposta, inoltre, veniva chiesto ai partecipanti di identificare su uno schermo la parola appena detta e l’85% dei volontari ha scelto la parola appena ascoltata e non quella effettivamente pronunciata.

Il lavoro dei ricercatori svedesi, quindi, suggerisce che il significato delle parole che diciamo non sia del tutto interno al parlante ma che sia anche, in parte, determinato dai feedback ricevuti dall’esterno e, quindi, allargando il punto di vista, dal contesto in cui ci si trova a parlare. Gli scienziati intendono ora continuare gli esperimenti, magari in contesti più socievoli e spontanei rispetto al test di Stroop, in modo da capire se e come la sostituzione o la comprensione errata di alcune parole influenzano il modo in cui si sviluppano le conversazioni.

Riferimenti: Psychological Science Doi: 10.1177/0956797614529797

Articolo originale su Galileo.it

Categories: Galileo | Rubrica di attualità, Servizio Consulenza Giovani “Wilhelm Reich”

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