Un acting di vegetoterapia: il punto fisso nel modello analitico reichiano | R. Dolce


LA VEGETOTERAPIA CARATTERO-ANALITICA

La VegetoTerapia Carattero-Analitica è una metodologia introdotta da Wilhelm Reich (Reich, 1932) a partire dalla constatazione dell’unità indissolubile corpo-psiche e sistematizzata prima da Ola Raknes e Federico Navarro (Navarro, ried. 1998) e successivamente da Genovino Ferri e dalla S.I.A.R. (Società Italiana di Analisi Reichiana) da lui diretta.

E’ una terapia che va ad influire sul sistema neurovegetativo, da qui il suo nome, utilizzando principalmente il corpo con specifici movimenti per lo più filo-ontogenetici (acting).

Subito dopo l’esperienza dell’acting il terapeuta chiede al paziente di verbalizzare le sensazioni avute, le emozioni provate e le libere associazioni fatte durante l’attivazione, perché tutti i sistemi della persona (nervoso, endocrino, neurovegetativo, limbico, corticale, motorio…) sono sempre in connessione e in interrelazione fra loro. Attivarne uno significa poter aver possibile accesso agli altri.

Se, per esempio, io muovo una mano sto agendo un movimento corporeo, ma contemporaneamente in questo movimento è presente una intenzionalità affettiva: voglio dare una carezza o uno schiaffo? Nello stesso movimento è presente anche un’emozione: di tenerezza, di rabbia o di aggressività?

Attraverso un acting di Vegetoterapia, con uno specifico movimento, posso attivare un’emozione, o un ricordo o posso stimolare una rappresentazione psichica. Inoltre posso lavorare sulla storia evolutiva della persona, sulla sua freccia del tempo, poiché ogni acting di Vegetoterapia è in relazione con una delle fasi evolutive che la persona attraversa. Esse sono: la fase intrauterina; la fase oro-labiale; la fase muscolare; la fase genito-oculare 1; la fase genito-oculare 2. Alle fasi evolutive sono associati i corrispondenti livelli corporei, che Reich ha individuato, ma che la S.I.A.R. ha ridefinito relazionali, collocandoli sulla freccia del tempo della persona. I livelli corporei rappresentano il primo ricevente della relazione con l’altro da Sè, le aree di risonanza dei vissuti emozionali del lì ed allora, le interfacce periferiche delle fasi evolutive attraversate, puntuali nela dominanza in successione nel tempo. (Ferri, Cimini, 2012, pp. 100-101).

Per cui alla prima fase, quella intrauterina (il tempo della gravidanza) corrisponde il 6° livello (l’addome); alla seconda fase, quella oro-labiale (nascita-svezzamento) corrisponde il 2° livello (bocca); alla terza fase, quella muscolare (svezzamento-3 anni) corrisponde il 4° livello (torace, braccia); alla quarta fase, la genito-oculare 1 (3 anni-11/13 anni pubertà), corrispondono il 3° livello (collo) e il 5° livello (diaframma); alla quinta fase, genito-oculare 2 (pubertà-adolescenza-maturità), corrispondono il 7° livello (bacino) e il 1° livello (occhi, orecchie, naso).

Ogni fase evolutiva che la persona (il Sé) attraversa è caratterizzata da una specifica dotazione energetica ed è influenzata dalle relazioni che il Sé vive con gli altri da Sé (nell’intrauterino la relazione con la mamma/utero; nella fase orolabiale con la mamma/seno; nella fase muscolare con tutto il campo familiare in primis il padre; così nella quarta; nella quinta fase si aggiunge il campo sociale sempre più vasto) (Ferri, Cimini, 2012).

Ogni persona con cui entriamo in relazione veicola caratteristiche affettive, dinamiche, cognitive ed energetiche. Non c’è un momento della nostra storia di esseri umani in cui non viviamo relazioni con un altro da Sé e ciò fin dalla vita intrauterina. Riceviamo imprinting, segni incisi che contribuiscono a creare il carattere rendendolo unico. Il carattere è la somma di tutti i segni incisi, i quali portano la storia segnata nel nostro corpo nella freccia del tempo. Il carattere è la stratificazione del come le fasi evolutive sono state vissute dal Sé (Ferri, Cimini, op. cit.).

Pertanto, quel movimento della mano sarà anche il risultato di una serie di esperienze di relazione vissute dalla persona che sta compiendo l’azione: quante volte sono stata accarezzata? Quante volte ho preso degli schiaffi? Il mio movimento di oggi avrà una modalità di espressione che dipende dalla mia storia personale relativa a questo gesto. Per cui saprò farlo con minore o maggiore tenerezza, con minore o maggiore aggressività. E le esperienze di ogni persona iniziano fin dal suo concepimento, in quel tempo di cui non abbiamo ricordi coscienti, quando non abbiamo ancora le strutture che ci permettono la consapevolezza, ma quando le emozioni e gli eventi si incidono comunque su quella che oggi chiamiamo memoria implicita (Mancia, 2008) del feto e del neonato. Una realtà che ogni psicoterapeuta constata in ogni terapia e ormai ampiamente dimostrato dalle neuroscienze2. Le memorie dei primissimi tempi della nostra vita sono incise nel nostro corpo, e la Vegetoterapia le va a contattare attraverso piccoli movimenti molto specifici, gli acting, che attivano determinati distretti corporei che hanno valenze psichiche molto forti.

Possiamo contattare i primissimi momenti significativi della nostra storia, ricontattare quelle emozioni che sono rimaste bloccate in uno specifico livello corporeo3, in specifici muscoli, in una specifica fase evolutiva della persona.

Ricontattare quelle emozioni attraverso l’esperienza corporea ne permette una elaborazione risolutiva. Già all’inizio della storia della psicoanalisi si era visto che il solo portare a coscienza dei nodi irrisolti non era sufficiente per la guarigione del paziente. Ora sappiamo che è necessario passare “attraverso l’esperienza della percezione corporea” (Gallese, 2013). Questo è l’aspetto analitico della Vegetoterapia, infatti la sua denominazione completa è Vegetoterapia Carattero-Analitica: una terapia che può scendere nell’analisi del profondo e far evolvere i tratti caratteriali della persona.

L’acting del punto fisso

Foto di Susanna PaccardiUn acting usato in Vegetoterapia è l’acting del punto fisso.

La persona è distesa su un materassino o su un letto con le gambe flesse, i piedi ben poggiati e le braccia lungo i fianchi. La stanza è in penombra. Il terapeuta siede dietro di lei, tenendo ferma una lucetta sopra i suoi occhi, con il fascio di luce non diretto sugli occhi, ad una distanza tale che la persona possa sostenere la convergenza oculare, dove la sua messa a fuoco sia comoda, non faticosa. Generalmente è fra i 15 e i 20 cm. al di sopra della glabella. Ma può accadere che la persona possa convergere comodamente ad una distanza maggiore. In questo caso abbiamo già una prima informazione: il tema della sostenibilità della distanza/contatto per quella persona.

Il terapeuta chiede alla persona di guardare quella piccola luce per 15 minuti, senza parlare e ascoltando le proprie sensazioni, accogliendo le proprie emozioni e i propri pensieri. Al termine dell’acting il vissuto sarà verbalizzato dalla persona al terapeuta e insieme ne faranno una elaborazione.

L’acting del punto fisso è un acting relativo al primo livello reichiano (occhi, orecchie e naso); nel tempo evolutivo della persona si trova in fase oro-labiale (nel post-partum), quando il neonato con occhi ben aperti guarda gli occhi della mamma mentre lei lo allatta. Fisiologicamente il neonato sta esercitandosi alla convergenza oculare; rispetto al suo percorso evolutivo sta iniziando ad entrare sempre più nella costruzione del proprio campo di coscienza, nella formazione del proprio Io. Lavorare con il punto fisso ha la funzione di attivare l’area cerebrale pre-frontale, ovvero il campo di coscienza dell’Io. Pertanto, terapeuticamente, è un acting utile quando la persona è in confusione, si sente dispersa, quando prova ansia, poichè esso permette un aumento di strutturazione; permette alla persona di fare il punto della situazione, quello che sta accadendo a sé e alla propria vita e questo permette con più facilità un abbassamento dell’allarme. E’ un acting che, stimolando la convergenza oculare, aiuta la persona a non perdere gli occhi, a fare il punto su se stessa, risvegliando le sue capacità di presenza, attenzione e concentrazione.

Aiuta a fare una progettualità, a proiettarsi, a strutturarsi. Quella luce che tiene ferma il terapeuta è un punto intorno al quale organizzarsi, è un punto di riferimento per non perdersi nella propria confusione o nelle proprie paure. La luce dà carica, energia, calore, è una guida rassicurante: il terapeuta sta accompagnando la persona a guardarsi e a guardare in quale punto della scena è calata.

Guardare quella luce significa mettere a fuoco l’altro da Sé rispetto a Sé e quindi anche differenziarsi, distinguersi; evidenziare la propria posizione rispetto a quella dell’altro. Individuare l’altro permette di conseguenza di inviduare il proprio Sé.

Emotivamente il neonato incontra gli occhi della sua mamma, i primi occhi che ognuno di noi incontra nella propria vita. Che tipo di occhi sta incontrando? Che tipo di occhi ognuno di noi ha incontrato? Occhi amorevoli? Occhi attenti? Occhi avvolgenti? Occhi sereni? Oppure occhi distratti? Occhi stanchi? Occhi assenti? Occhi vuoti? Al tipo di occhi che la persona ha incontrato corrisponderà un’emozione, un vissuto, una storia di relazione. E questo ci permetterà di utilizzare l’acting in senso analitico. In relazione alla sua storia può accadere che la persona, anziché vivere il punto fisso come un gancio rassicurante, lo viva con una sensazione di fastidio. Se la persona, per esempio, ha un vissuto persecutorio, vivrà la lampadina come un occhio giudicante. La luce può diventare una carica invasiva da cui può scaturire la necessità di difendersi. Allora potremo proporre l’acting senza lucina con lo sguardo che va sul soffitto. La persona guarderà un punto sul soffitto, cercherà attivamente un punto di riferimento visivo, di fronte a sé, così facendo potrà trovare la forza che è in se stessa, poiché quel punto visivo diventerà la proiezione della propria interiorità.

Al termine dell’acting il terapeuta propone alla persona di fare delle smorfie per un paio di minuti, al fine di stimolare i muscoli mimici e permettere una distribuzione dell’energia, concentrata sugli occhi durante l’acting, in tutto il viso.


[1] Il contenuto di questo articolo fa riferimento ad incontri di gruppi di lavoro tenuti alla S.I.A.R., riguardanti laVegetoterapia e gli acting.

[2] Lo psicologo David Chamberlain, in seguito alle sue numerose ricerche, riconosce ai bambini prima della nascita una mente, una personalità e un’anima, indipendentemente dallo sviluppo del cervello. Con Thomas Verny, il suo più stretto compagno di ricerca, ha creato l’associazione Americana di Psicologia Prenatale, Perinatale e salute (APPPAH). Un loro affascinante lavoro riguarda la memoria cellulare: la memoria non è prerogativa solo delle cellule cerebrali, poiché tutte le cellule rispondono a stimoli ambientali producendo proteine che formano ricordi (giornale anpep, anno 15, n° 30, pagine 9-14).

Imbasciati afferma che ”Il funzionamento e la microstruttura del cervello umano non sono dati dalla Natura, ma dipendono dai particolari apprendimenti che progressivamente vanno a costruire le reti neurali di quel singolo cervello. La qualità di tali apprendimenti e pertanto le reti neurali che genereranno il funzionamento mentale di quel singolo individuo e che restano come memoria della sua struttura emozionale, dipendono dal tipo di relazioni che si potranno via via stabilire, a cominciare dalla vita fetale, tra la mente degli adulti che si pre-occupano del nascituro e successivamente si occupano del neonato, e la costruenda mente del bimbo… L’autore ha progressivamente delineato la sua Teoria del Protomentale: il continuato scambio di comunicazioni non verbali, inconsapevoli, che avviene tra madre e neonato, costituisce un dialogo che struttura la mente del bimbo… Questo tipo di apprendimento costituisce la memoria implicita, non cosciente e mai coscientizzabile, averbale, asimbolica, che condiziona lo sviluppo di ogni futuro carattere di quel singolo individuo. (Imbasciati, Cena, 2016)

 

Bibliografia

  • Chamberlain, D. B. La psiche prenatale: verso una nuova prospettiva. In Giornale anpep, La psiche prenatale. Anno 15, n° 30, pagg. 9-14.
  • Ferri, G., Cimini, G. (2012), Psicopatologia e carattere. Roma: Alpes ed.
  • Gallese, V. (2013), Corpo non mente. Le neuroscienze cognitive e la genesi di soggettività ed intersoggettività in Educazione sentimentale, 20: 8-24.
  • Imbasciati, A., Cena, L. (2016), Psicologia clinica perinatale. Milano:Franco Angeli.
  • Mancia, M. (2008), Psicoanalisi e Neuroscienze. Springer Verlag.
  • Navarro, F. (ried. 1998), Metodologia della Vegetoterapia Carattero Analitica. Roma:Busen ed.

Psicologa, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

Categories: Attualità

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