UNA SUPERVISIONE ANALITICO-CLINICA | “Sandro” – a cura di G. Ferri


“SANDRO”

Questo articolo è la parziale documentazione di un incontro di supervisione analitico-clinica in gruppo condotta da Genovino Ferri, psichiatra, analista reichiano.

Un terapeuta presenta il caso di un proprio paziente, gli altri terapeuti intervengono con domande e commenti, il supervisore conduce.
   Terapeuta: Sandro, quarantenne, mi è stato inviato dalla nutrizionista con cui collaboro (che svolge anche la professione di personal trainer). Per un anno è stato da lei seguito per una dieta alimentare, ora anche per l’attività fisica. È sposato da 7 anni, ha 2 figli, è titolare di un negozio di sua proprietà e attualmente si sta adoperando per aprirne un secondo.
    Appare gracilino, anche se è alto 1.75, pesa 70 Kg, ha una voce con alta tonalità, occhi chiari, capelli corti, è spesso vestito con abiti sportivi, molto simpatico ed è sempre con il sorriso sulle labbra.
    Alla sua prima telefonata, per un appuntamento, si dichiara impegnato in qualsiasi orario o giorno da me indicato.
    Durante il primo colloquio è molto difeso, non toglie il giubbino e rimane con la borsa a tracolla.
    Durante le sedute successive si mette invece più a suo agio, anche se non spegne mai il cellulare!
    È alla sua prima esperienza psicoterapeutica e non assume psicofarmaco alcuno.
    Sandro afferma di star male se non aiuta gli altri, stile relazionale che definisce ormai “un handicap”; ha frequenti episodi di ansia, con tristezza, paura, angoscia, che durano un paio d’ore e che condizionano poi tutta la giornata.
    Si sveglia spesso di notte senza riprendere poi più sonno, assediato da pensieri riguardanti il proprio lavoro, la famiglia, le tante responsabilità. Si accompagna a questi sintomi un senso di solitudine, talora una paralisi fisica e mentale, un’inadeguatezza dei vissuti soggettivi, la paura di perdere il controllo con tremori e difficoltà respiratorie. Quando si attiva e si dà da fare, tutto il quadro clinico si affievolisce.
    Soffre molto tutto ciò che richiama il passaggio, con i relativi rischi di cambiamento. Sente che non sta godendo nulla della vita e che mentre lavora recita una parte. Sta male il sabato e il lunedì, rispettivamente giorno di maggior lavoro e giorno di riposo settimanale.                                                                                                                                               

La storia

    Sandro è il secondo di tre figli, ha una sorella maggiore e un fratello minore.
    Il padre ha iniziato a lavorare in giovane età, attualmente gestisce un ristorante, dove lavora anche la madre e sta per aprirne un altro.
    Sandro mi descrive con degli aggettivi i componenti della sua famiglia originaria. Definisce il padre: “buono, silenzioso, premuroso”; la madre: “buona, affettuosa, premurosa”; la sorella: “buona, attenta, disponibile”, di lei aggiunge: “mio cognato me l’ha presa”; il fratello: “buono, dispettoso, insicuro”.
    Lui si descrive come “buono, preciso e voglio troppo da me”.
    Del campo famigliare dice: “parliamo poco tra di noi…anch’io parlo poco”. (Durante le sedute parla molto).
    La moglie, un po’ più giovane di lui, lavora come segretaria in un’azienda, è paziente, disponibile, sa organizzarsi, anche se la connota anche come rigida e schematica; con lei ha un buon rapporto.
    Sandro ha un rapporto ottimo con i figli; ricorda che, durante una vacanza ipotizzata di tre giorni con la moglie, sono tornati a casa nel secondo giorno perché ne sentivano la mancanza.
    Riferisce che la madre non ha avuto problemi durante il periodo della sua gravidanza; il parto è stato naturale e alla nascita pesava 2,800 kg.
    Fu allattato al seno solo per 3 mesi, perché la madre oltre ad avere poco latte subì un intervento chirurgico.
    Da piccolo, sottolinea, ha suonato la fisarmonica, pur odiandola, solo per amore del nonno.
    Ha poche informazioni rispetto alla frequenza della scuola materna: ricorda certamente il primo giorno, che visse con un senso di abbandono, accompagnato da un pianto intenso. In quarta e quinta elementare ha subìto episodi di bullismo, perché piccolino e faceva fatica a difendersi.
    Il 1° e il 2° anno di scuola media sono stati positivi, poi in 3° media cambiò scuola e si verificarono nuovamente episodi di bullismo. A quattordici anni frequentò una scuola professionale per tre anni e contemporaneamente lavorò, con un tirocinio formativo, in un locale, dove poi è restato per un altro po’ di tempo.
    Nello stesso periodo abitava da solo, in accordo con i suoi che abitavano molto lontano, in una casa situata vicino alla scuola. Di questi anni di lavoro dipendente ricorda gli aspetti positivi con orgoglio, era il lavoro che desiderava fare, ma anche quelli negativi, legati all’instabilità umorale del titolare. Spesso Sandro definisce belli aspetti della sua vita, che poi non risultano in realtà tali. In seguito aprì il negozio, di cui oggi è titolare. Pur riconoscendo di sentirsi realizzato, tuttavia ha paura di sbagliare, di compromettere la propria famiglia.
    Vivere da solo, a suo dire, lo ha fatto crescere troppo in fretta, bruciando gli anni dai 14 ai 20. Pur con aspetti positivi, sono risultati infatti anni difficili: per esempio il padre lo riportava il sabato al paese d’origine per lavorare nel ristorante, in realtà lui non si sentiva realmente visto. Provava molta frustrazione, rabbia e senso di colpa in quel periodo.
     Descrive la madre come un po’ depressa “da lei credo di aver ereditato l’ansia, la frustrazione, l’insicurezza, la paura”. Da bambino talora ella gli raccontava che era un trovatello adottato, solo per farsi abbracciare, ma Sandro si spaventava e si dispiaceva.
     Pensa di aver ereditato la solitudine dal padre, il parlare poco, l’essere critico e catastrofico, la paura anticipatoria; per Sandro è sempre stato importante che il padre fosse orgoglioso di lui, ma non si guardavano mai negli occhi. (Un giorno il padre gli chiese, senza mai guardarlo, di parlare con un tale per delle commissioni, procurando in lui sorpresa, soddisfazione e la sensazione di essere importante).
      Della moglie gli dà fastidio l’imposizione, il metterlo da parte e in secondo piano, la descrive come più concreta e decisa di lui, con un carattere rigido.
     Sandro fuma sigarette “mi consentono di staccarmi dal mondo e di riempire il vuoto”. Ha smesso quando è nato il primo figlio, nel timore di ammalarsi e lasciarlo, ma ha ripreso con la nascita della seconda figlia.
La Supervisione

Supervisore: qual è l’analisi della tua domanda?

Terapeuta: valutare se sto lavorando seguendo la giusta direzione e capire la sofferenza di Sandro.

Supervisore: ricostruiamo la storia di Sandro sulla freccia del tempo: procediamo ad analizzare che cosa ci ha colpito della rappresentazione di Sandro fatta dal terapeuta, delineando i tratti di personalità nei loro pattern pervasivi, per poi spostarci verso le diagnosi cliniche, relazionali, corporee ed arrivare ad una progettualità operativa che chiarisca anche le linee appropriate controtransferali.

Intervento 1: è un caso molto ricco, ma è come se non avessi emozioni, facilmente mi sono distratto. Mi ha colpito che per la sua famiglia d’origine abbia utilizzato spesso l’aggettivo “buono”.

Supervisore: Sandro ha un senso di estraneità (non una dissociazione o depersonalizzazione), il primo aggettivo per tutti è sempre “buono”! Perché? Che funzione ha? Qual è il suo senso intelligente? È per non separarsi? Per mantenere una dimensione affettiva, costante e prossima?

Sono tutti buoni e questo vuol dire che nessuno lo esclude!

Uno dei suoi progetti pre-soggettivi l’ha realizzato!

Intervento 2: la moglie è definita “rigida” e “schematica”, ma “disponibile” e “paziente”, mi sono sembrati aggettivi lontani.

Supervisore: emerge che il rapporto con la partner è un po’ diverso dal rapporto con la famiglia originaria.

Intervento 3: a me colpisce la sua dipendenza, come dimostra il rientrare prima dalla vacanza con la moglie per tornare dai figli.

Terapeuta: in merito a questo vorrei aggiungere che Sandro, quando accompagna il figlio a scuola, lo lascia, fa un giro e poi ritorna a scuola perché non riesce a lasciarlo; quando poi vede che il figlio gioca normalmente con gli altri bambini pensa: “già si è scordato di me!”.

Supervisore: sta emergendo un forte tema di dipendenza, portatore di ansia e angoscia abbandonica.

Prendiamo le evidenze che stanno emergendo e costruiamo il tratto. C’è un pattern di dipendenza, con la necessità di rimanere in prossimità dell’altro, con associato il rischio di sequestrare-coartare l’aggressività.

Intervento 4: mi viene da pensare al sabato e al lunedì…

Supervisore: (sorridendo) facciamo la diagnosi differenziale tra il sabato e il lunedì. Tra il sabato e il lunedì c’è la differenza tra l’ansia e l’angoscia. Troviamo l’ansia da insostenibilità il sabato (di non farcela) e l’angoscia abbandonica il lunedì. Questi sono due schemi di tratto che Sandro presenta: l’ansia da insostenibilità (del sabato) e la dipendenza affettiva (del lunedì)… il primo in rapporto al padre, il secondo in relazione con la madre.

Proviamo a confermare queste evidenze.

L’ansia da insostenibilità è connessa al papà che avvia un secondo ristorante, come Sandro un secondo negozio; lui sta all’interno di questa sfida competitiva, ma in costante affaticamento.

L’angoscia abbandonica è connessa alla mamma, che gioca a “sei un trovatello” e lo riappiccica continuamente a sé, segnando Sandro sul recettore esclusione-richiamo di separazione.

Intervento 5: lo sento molto in difficoltà con il maschile e nel costruire relazioni.

Supervisore: dove troviamo, nella sua storia, questa incapacità di costruire una rete?

Intervento 6: penso agli episodi di bullismo.

Supervisore: questi possono senz’altro essere inibenti in tal senso.

Intervento 7: sembra che non riesca a costruire una rete relazionale poiché non riesce ad allontanarsi dalla madre.

Supervisore: la rete è più del due e più del tre, è una costruzione più larga.

Potrebbe risuonare molto anche sul tempo dell’ingresso nel terzo campo, dai quattordici anni in poi, quando va a vivere da solo: immaginate e sentite quanta solitudine in questo ragazzo!

Va fuori dal cerchio super-affettivo del buono.

Intervento 8: mi colpisce quello che lui definisce “l’handicap” di aiutare gli altri e mi chiedo se può essere una richiesta di separazione.

Supervisore: c’è! Ma non è solo richiesta di separazione, è associata anche una richiesta di liberazione.

Quando e dove nasce questo schema?

Sembra dire implicitamente: “mamma, sorridimi e lasciami andare. Se giochi a dirmi trovatello, io vado nella paura e nello smarrimento… tu così mi richiami a te e io non sento di poter andare”.

Siamo nel pattern relazionale del masochismo primario di secondo tipo, in fase oro-labiale. Sandro è stato svezzato per il latte poco nutriente, questo è uno dei suoi stadi dove è segnata la paura dell’abbandono.

Si trova in una scena in cui il papà si propone come tenace, uno che va, e raccoglie il messaggio implicito, ma va in debito di energia, non lo raggiunge, perché non è sostenuto da una madre difettuale che lo richiama a sé.

Qui è la sua nevrosi, il suo conflitto: la corsa con il padre lui la fa ma con handicap (il richiamo materno) e questo gli genera ansia da insostenibilità.

Precisiamo il dove dell’ansia da insostenibilità nel corpo.

C’è un affanno toracico importante… tra lui e il padre!

Non ci sono la voce e la parola e manca pure la visività, per cui rimane un incontro toracico affettivo non espresso, si vogliono bene… ma sono chiusi.

Intervento 9: è vero, Sandro non parla se non viene sollecitato e visto.

Supervisore: ma in realtà ha una gran voglia di parlare! Probabilmente abbiamo un padre che non è riuscito a guardare suo padre, potrebbe essere una duplicazione di schemi. Tra maschi spesso l’espressione verbale è troppa, si rimane ingorgati in un collo che non permette il passaggio della parola, indurito in posizioni coatto-fallico-narcisiste.

Se lo abbiamo letto masochista prima, guardiamolo anche narcisista adesso. Narcisismo e masochismo sono interfacce dello stesso asse verticale, sempre insieme. Dipende poi quale interfaccia è più attivata negli stadi evolutivi storici.

Intervento 10: sento molto questo suo narcisismo.

Supervisore: certo! È quello del padre, che Sandro ha specchiato e raccolto. C’è un implicito che questo padre domanda al figlio ed è “imitami!”, ma Sandro sale in un torace ansimante.

Intervento 11: credo che, non essendo stato visto dal padre, abbia voluto dimostrargli di saperci fare.

Supervisore: avverto qualcosa di più, il padre gli dice anche “vieni con me!”. Se Sandro non avesse recepito questo, non l’avrebbe imitato.

La competizione c’è, ma non c’è la funzione di trainer del padre: un trainer Sandro se l’è cercato per dimagrire e tonificarsi muscolarmente (quindi allontanarsi un po’ dall’angoscia materna) e adesso sta tonificando anche l’aspetto psicoemozionale con un altro trainer, maschile questa volta.

Riassumiamo quindi i tratti di personalità di questo ragazzo: un asse masochistico-narcisistico, una fissazione difettuale orale, una condizione pre-fallica con tentativo di raggiungere il padre, che ha uno stadio fallico coartato nel torace-collo, che impedisce l’attraversamento della voce e il raggiungimento della genito-ocularità.

Dal punto di vista clinico, Sandro ci presenta un’ansia di tratto, con qualche aspetto oltre-soglia, e un’angoscia abbandonica; siamo nell’ambito della sfera nevrotica (non abbiamo condizioni borderline, né depressive, né psicotiche).

Quale progetto analitico-terapeutico per Sandro?

Quale intersoggettività e quale intercorporeità possibili?

Perché la psicoterapia sta funzionando?

Intervento 12: provo a rispondere alle tue domande.

C’è un torace che comincia a dirimpettare (senza giubbino) il terapeuta, un uomo che lo incontra sul torace e il collo, con una mimica che svela il mondo emozionale di un maschile che Sandro può guardare, da cui può essere visto, ricevere risposte e che può essere il suo trainer per arrivare alla genito-ocularità. Un terapeuta che testimonia il potersi guardare negli occhi, incontrarsi psicoemozionalmente ed esprimersi con prosodie appropriate in una relazione al maschile.

Supervisore: ottimo! Questa cornice strutturale ben rappresentata permette di sviluppare dialoghi, ricerche e costruttività possibili.

Stiamo introducendo il cuore, il giro cingolato anteriore, parte affettiva del sistema limbico per eccellenza, con una connotazione di genere molto appropriata per lui: incontra un maschile con cui può dialogare, rapporto molto vincente dal punto di vista di una terapeuticità appropriata.

Un maschile che lo traina e lo distanzia ancor di più dalla madre.

Il padre, che non ha voce e non lo guarda, lo ferma in stallo, in una solitudine che lo rende più sensibile al richiamo materno, ma anche al masochismo secondario del Complesso di Atlante.

Quali acting (Attivazione Corporea Incarnata) possiamo proporre?

Intervento 13: pensavo all’acting del “no”, ma non so se è troppo forte in questa fase, ha ancora probabilmente bisogno di essere incluso.

Supervisore: in termini di lettura psicoterapeutica clinico-corporea, questo ragazzo è su una mente di tratto ferma tra il “no” e l’”io”, il “no” alla madre e l’ “io” al padre; è incastonato in questa doppia dimensione. Quindi proporrei di lavorare sul torace e sul collo, con l’”io” prima e con il “no” poi, ma lo farei nel momento in cui ha preso corpo la relazione intersoggettiva-intercorporea nel setting e nel torace-collo-occhi-voce.

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