Wilhelm Reich nel 2000 | G. Ferri e G. Cimini


 

A causa della disparità degli orientamenti culturali e per la complessità del tema non esiste una definizione completamente soddisfacente del setting psicoterapeutico.
Per fare un esempio in analisi classica il setting assume una dimensione ben diversa da quello che viene inteso nella psicoterapia non analitica, rappresentando proprio uno degli indicatori di ciò che appartiene all’analisi rispetto a ciò che non le è pertinente.
Freud non affrontò il problema in maniera organica.
Le regole da lui indicate, che tuttora, sebbene in modo non così rigido vengono applicate, sono costituite da una componente interna e da una esterna: la prima è costituita dalla neutralità, dall’attenzione fluttuante e dalla regola dell’astinenza; la seconda comprende la frequenza prestabilita e concordata delle sedute, la precisione dell’orario, le modalità di pagamento e l’utilizzazione del lettino.
Esistono delle differenze, cioè, nei setting, e purtuttavia possiamo rintracciare degli elementi comuni che si riassumono nel considerare la situazione come uno spazio operativo in cui si elaborano le dinamiche della relazione, le angosce, le distanze, le funzioni ed il modo di percepire realtà e non conosciuto tra terapeuta e paziente, tra analista ed analizzato.
Sembra inoltre di intravedere nelle definizioni di setting, quali che esse siano, più un ricettario di comportamenti che regole per una strutturazione di relazioni assolutamente decisiva per gli assetti terapeutici.

Facendo un passo indietro, dobbiamo ricordare che la terapia analitica, e per derivazione tutti i trattamenti psicoterapeutici, è nata e si è sviluppata a partire da una concezione del mondo di natura deterministica. , eccessivamente semplificatrice.
L’evoluzione della complessità ha mutato lo scenario ed ha gettato nuova luce sui fenomeni che gli psichiatri e gli psicoterapeuti indagano: gli elementi che costituiscono la psiche come il linguaggio verbale e corporeo, alcune strutture cognitive complesse sono difficilmente riconducibili a dinamiche semplici.
Si è assistito in altri termini ad una complicazione delle variabili da considerare nelle realtà relazionali: la complessità del mondo costituito da un insieme bio-psico-sociale obbedisce in molti casi a dinamiche non lineari, per cui complicazione e caos deterministico, possono causare condotte in cui l’uscita non è proporzionale all’entrata. E` evidente che in queste condizioni è lecito l’impiego di strumenti, che taluno usa in modo concettuale, come modello di riferimento, taluno in senso tecnico matematico, come è avvenuto per la schizofrenia e gli stati depressivi fasici, e l’uso di strumenti una volta impensabili come la trasposizioni dei modelli di studio dei sistemi dissipativi, delle reti neurali, della matematica dei frattali, della teoria delle catastrofi. Lo studio delle malattie in termini dinamici ha mostrato come i sistemi viventi abbiano maggior possibilità di successo vitale nella prospettiva della complessità, che non in quella di una apparente stabilità. Nell’ambito di queste considerazioni sul setting facciamo ancora un passo indietro e ripercorriamo lo sviluppo del paradigma reichiano fino alla complessità di oggi.
Gli analisti da Freud in poi si trovarono a dover giustificare in qualche modo un fenomeno dirompente, quale la reazione terapeutica negativa, che si presentava nel corso di alcune analisi: vale a dire la circostanza visibile in alcuni pazienti, che pur avendo risolto un problema analitico esattamente e realmente, non mostravano il miglioramento atteso, ma, all’opposto un imprevisto aggravamento.
Sebbene ne fosse compresa l’importanza, sfuggì la portata teoretica di questo fenomeno e si cercò la risoluzione all’interno delle conoscenze epistemologiche disponibili e limitamente alla risoluzione del problema pratico. Si pensò che, all’interno del dualismo pulsionale mutato da sessualità/autoconservazione in Eros/Thanatos, si potesse spiegare il paradosso con la motivazione che il lavoro analitico provocasse la defusione dei due istinti fondamentali, e l’istinto di morte, non più vincolato, si rivolgesse contro l’individuo, distruggendolo. L’interpretazione di Reich, suffragata dal lavoro clinico indicava da ben altra angolazione che tutti i problemi della tecnica psicoanalitica convergono in un solo problema essenziale e cioè se e in quale modo è possibile individuare una teoria precisa ed inequivocabile del trattamento analitico. Egli suppone che “una” determinata situazione analitica, abbia una “sola” possibilità di soluzione ottimale, e che nel caso specifico, solo “un unico” modo di impiego della tecnica sia quello corretto; affermazione che non vale soltanto per una singola situazione, ma riguarda tutto il metodo analitico.
Quindi bisogna determinare quali sono i criteri di questa procedura, e soprattutto come si arriva ad essa.
La soluzione trovata da Reich fu quella di “dedurre la tecnica della situazione dalla stessa situazione analitica del momento, scomponendo correttamente i suoi dettagli”. E’ un metodo che si fonda su alcuni principi teorici fondamentali, adattati di volta in volta ai singoli casi ed alle singole situazioni.
Cominciava a venire a galla il problema della “rigidità” del setting analitico, problema peraltro preso in considerazione da altri analisti, ma se ci è concessa un’analisi storica si può notare la propensione di Reich a considerare di fatto il rapporto analista analizzato nell’ottica embrionale di un’analisi di scena, non più sfondo artificiale ed artificioso, ma agente privilegiato della relazione terapeutica. Nell’orizzonte di Reich prendeva sempre più corpo l’importanza del punto di vista economico nella teoria della terapia analitica e diventò chiaro che l’apporto Freudiano consistente nel rendere conscio l’inconscio eliminando le resistenze erette al rimosso, non era sufficiente a realizzare la guarigione, anche se rendere conscio il rimosso ne rimaneva la premessa indispensabile.
D’altronde neanche dal punto di vista “topico” si arrivava ad una soluzione del problema: infatti la trasformazione di una rappresentazione dell’inconscio nel conscio, tramite l’interpretazione del significato non era sufficiente per la guarigione. La soluzione da un punto di vista dinamico ha più probabilità di successo ma è ugualmente inadeguata: l’abreazione di un affetto infatti, collegata ad un ricordo, provoca un miglioramento delle condizioni generali della persona, ma solo in modo provvisorio.
Così rimane solo il punto di vista economico: ecco la chiave interpretativa della reazione terapeutica negativa.

Ma Reich fu colpito da un altro fatto ancora.
Fra le varie resistenze che si incontrano nei trattamenti analitici egli aveva notato che un gruppo particolare di esse non si distingueva per il contenuto, ma per il modo specifico di agire e di reagire dell’analizzato: si trattava delle resistenze caratteriali
Tutte le analisi dunque dovevano necessariamente passare per un’analisi del carattere, considerando che tutti i sintomi si formano su una base caratteriale, che il carattere traspare dal comportamento generale del paziente e che esso si è formato nel corso dei primi anni di vita.
Il carattere è il modo di essere specifico di una persona ed esprime tutto il suo passato, impiega anni a formarsi e non è altrettanto facile a distinguersi dai sintomi.
Il complesso dei tratti caratteriali si rivela come un meccanismo di protezione compatto contro gli sforzi terapeutici dell’analista, è un’armatura che protegge il soggetto contro gli stimoli che provengono dal mondo esterno e dal suo inconscio.
Per questi motivi Reich giunge alla conclusione che esso esercita una funzione economica.
Le conseguenze di questi dati sono di fatto molto importanti per la tecnica dell’analisi della resistenza caratteriale. L’analista cerca di risvegliare l’interesse della persona verso i tratti del suo carattere, per essere in grado con la sua collaborazione di esplorarne l’origine ed analizzarne il significato. Le mostra, per quanto è possibile, i legami tra carattere e sintomi.
All’inizio questo modo di procedere non è differente dall’analisi di un sintomo. Ciò che aggiunge l’analisi del carattere è l’isolamento del tratto caratteriale, il confronto continuo della persona con esso, finché non giunge a vederlo obiettivamente e a considerarlo un fastidioso sintomo. Infatti distanziando e oggettivando il tratto caratteriale questo comincia ad essere percepito come un corpo estraneo di cui la persona desidera liberarsi.
L’analista parte proprio dall’analisi delle resistenze che si possono cogliere dal comportamento generale del paziente, risale alle esperienze infantili dimenticate e quando queste vengono messe in luce diventa possibile comprendere la genesi dei fenomeni nevrotici caratteriali e farli scomparire, proprio come se si trattasse di sintomi. Per meglio precisare, il carattere ha una funzione sessuoeconomica, espressione che sta ad indicare il modo in cui la libido viene organizzata dall’organismo e venne organizzata dall’organismo nelle varie fasi ai rispettivi livelli corporei.

Riteniamo questo passaggio dal sintomo al tratto, un passaggio evolutivo straordinario: porta con sé infatti l’engramma della posizione sistemica, olistica, estetico-scientifica.
I principi della sessuoeconomia e del carattere come sistema aprono necessariamente la via ad una concezione energetica e globale di tutti i fondamentali processi vitali, normali o patologici che siano.
Una concezione energetica e globale “non è tanto” per usare le parole di Dadoun, “il nome di un principio o di una teoria e meno ancora una visione filosofica, quanto piuttosto la designazione globale di un campo unitario di indagine. Va da sé quindi che una concezione energetica dell’esistenza deve parlare un linguaggio che va d’accordo con un approccio sistemico alla realtà.
Sul piano puramente clinico i due principi segnano il momento in cui il concetto di salute psichica si collega coerentemente a quello di pulsazione energetica di tutto l’organismo, legittimando il progressivo distacco di Reich dallo psicologismo che impacciava il pensiero Freudiano nel campo delle scienze naturali.
E, per precisione storica, è dal saggio sul masochismo che prende le mosse anche sul piano clinico l’integrazione di Reich della tecnica dell’analisi caratteriale con la vegetoterapia caratteroanalitica.
E qui una precisazione: il linguaggio del corpo è forse il messaggio più significativo su cui si fa riferimento in analisi Reichiana, ma è chiaro che esso si accompagna a tutti gli altri dati (dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita fantasmatica alle fantasie liberatorie ecc.) del “come ” espressivo del paziente nel setting. Espressivo dei suoi segni incisi, ovvero dei suoi tratti caratteriali. E in un’accezione larga che si informa al principio di identità funzionale, carattere è da intendersi come carattere psicologico, muscolare, neuroendocrino, neurovegetativo.
La vegetoterapia caratteroanalitica sistematizzata da Raknes e soprattutto da Navarro propone al soggetto di ripercorrere attraverso progressivi e specifici actings sull’intero organismo l’esperienza del suo sviluppo psicoaffettivo e della sua maturazione emozionale: scandisce le fasi dell’analisi e della crescita nelle sue varie tappe evolutive, con insights su insights energetico-emozionali, ovvero il comprendere-capire appoggiato sul sentire, in una distribuzione più sessuoeconomica della libido.
Essa tende all’eutono muscolare, a riequilibrare il sistema vago-simpatico ed il sistema neuroendocrino: induce sensazioni ed emozioni che costituiscono espressioni proprie del linguaggio del corpo e messaggi necessari per la lettura degli aspetti personologici.
La verbalizzazione delle sensazioni, delle emozioni e delle associazioni libere prodotte, il coglierne gli indicatori essenziali sistemici e relazionali ovvero gli engrammi basici della persona, rappresentano il momento successivo.
Privilegiando temporalmente nella metodologia il sentire al capire, secondo noi è rispettata l’organizzazione fisiologica e cronologica dell’essere: le modalità di sviluppo e crescita infatti, confermano che il primo periodo di ogni uomo, il preverbale, è precipuamente emotivo con manifestazioni di piacere-espansione e di dolore-contrazione, e che successivo è il periodo verbale con la progressiva corticalizzazione, espressione diretta del precedente momento. Condividamo l’ipotesi di Mc Lean sulla teoria filogenetica dei tre cervelli e riteniamo, per dirla con Haeckel, molto verosimile anche la sua riproposizione ontogenetica, in una articolazione tra progressiva dominanza dei tre cervelli, fasi evolutive di sviluppo, livelli reichiani corrispondenti e paralleli tratti di carattere.

Una delle nostre sostanziali peculiarità si rileva nel fatto che le “costellazioni prototipiche “ della nostra teoria si estendono alla vita intrauterina .
Mentre fino ad ora tra le caratteristiche comuni dei modelli psicoterapici vi è stato l’aspetto limitativo del porre il punto di inizio preciso dello sviluppo dell’essere umano nella nascita, ed intendiamo la nascita extrauterina, (da questo punto in poi vengono collocati i punti di divisione in fasi, i ganci della regressione, le possibilità della vita normale e della patologia), noi riteniamo che una qualsiasi teoria che non si occupi del periodo prenatale dell’esistenza possa dar conto dei disturbi nevrotici, ma avrà forti difficoltà senza artifici, complessità ed ipotesi ad hoc, ad in quadrare quelli psicotici.

L’evidenza clinica e popolare, tra l’altro, ha sempre indicato una correlazione “quotidiana”, tra gravidanze non desiderate, o avvenute in circostanze in cui un fattore psichico era sicuramente distonico al momento del concepimento o durante il corso della gravidanza stessa e modificazioni psicobiologiche sul neonato.
E ricerche attuali, basate sull’esame degli ormoni materni e fetoplacentari, sulla registrazione dei movimenti fetali, sulla rilevazione di Elettroencefalogrammi e di altri parametri vitali, mettono ogni giorno scientificamente sempre più in evidenza l’importanza di questo periodo, trascurato in passato forse per carenza di mezzi di indagine o per “resistenza” alla madre biologica e fantasmatica, e testimoniano sempre di più l’importanza della vita intrauterina.

Riassumendo i passaggi attraverso i quali si era svolta la tecnica terapeutica Reichiana coinvolgevano l’analisi delle resistenze caratteriali e quindi del tratto di carattere corrispondente, l’analisi allargata alla corporeità tramite la vegetoterapia caratteroanalitica; mancava, (per realizzare l’affermazione già citata di Reich che “una determinata situazione analitica abbia una sola possibilità di soluzione ottimale e che un unico modo di impiego della tecnica sia quello corretto”), l’analisi del carattere della relazione analitica, quello che chiamiamo “il contenente relazionale”, ovvero una definizione altamente specifica della relazione analitico terapeutica e del setting in cui essa muove.
E’ l’ultimo sviluppo della ricerca nel nostro paradigma[1], non è un’analisi della relazione, è un’analisi del carattere della relazione. Con uno strumento “marker” reichiano quale appunto l’analisi del carattere allarghiamo sul sistema analista-analizzato e monitoriamo la diade nella sua specifica relazione di tratto e nel suo specifico stadio. Significa fare un passaggio ai sistemi complessi, e considerare il setting un sistema complesso.

E allora proviamo a leggere il setting in questa prospettiva della complessità

In questa ottica la nostra base di partenza propone che il setting costituisca una forma vivente, un sistema complesso, un sistema autopoietico, con diversi stadi e livelli di organizzazione, che nasce dall’incontro fra i frattali dell’analista e i frattali dell’analizzato.
Stiamo accostando il concetto di figura frattale a un concetto fondante in analisi del carattere: quello di tratto.
Una figura frattale è una figura caratterizzata da schemi che si ritrovano continuamente su ordini di grandezza diversi, schemi – forma del tutto- che si replicano sempre simili a se stessi, in ogni ordine di grandezza.
Il tratto caratteriale è uno schema, una figura, una forma che viene acquisita in uno stadio della nostra evoluzione, in una delle fasi evolutive. E questa forma, questo schema, è per analogia una figura frattale. Questa figura frattale è imprintata nella sua specificità dai segni incisi dalla propria storia – carattere è letteralmente segno inciso – che rimangono nella nostra organizzazione di personalità e possono essere agiti o richiamati da scene del qui ed ora dell’altro da noi.
Se il setting è una forma vivente possiede la capacità di un gradiente neghentropico. Neghentropia è una variazione negativa di entropia a partire da un valore originario; la nascita dell’individuo, l’origine della vita, l’inizio dell’evoluzione biologica: la variazione di entropia è nel senso di una acquisizione di maggior ordine che si manifesta tanto più quanto più si sale in evoluzione. Sviluppo neghentropico e formazione del carattere sono accostabili anch’essi e configurano l’evoluzione, stratificazione delle varie organizzazioni, delle varie fasi, dei vari passaggi di fase che si sono susseguiti, costruendo appunto il carattere, nella storia di una persona, fino alla consapevolezza di sé. Ed è forte l’associazione con l’affermazione di Prigogine che lontano dall’equilibrio la materia comincia a vedere.

Il setting è una forma vivente che nasce da un primo contatto tra analista e analizzato ed ha la possibilità di sviluppare progressivamente una variazione negativa di entropia dal valore originario, fino a stratificazioni e forme specifiche, in un processo storico appartenente alla relazione stessa. Stiamo affermando che il setting svilupperà un proprio carattere e sarà l’incontro tra il tratto caratterologico dell’analista e quello dell’analizzato, tra queste due figure frattaliche a permettere la possibilità di un nuovo sistema complesso, la sua autoorganizzazione, la sua autopoiesi, i suoi sviluppi, i suoi stadi; a permettere un contatto empatico, un essere insieme, con conseguenze significative sull’economia e neghentropia del sé dell’analizzato, del sé dell’analista e del sistema complesso analista-analizzato.
Per chiarire meglio, l’essere insieme è una comprensione-compatibilità frattalica che si realizza verosimilmente se l’analista ha una figura frattalica a ordine di grandezza maggiore di quella presentata dall’analizzato.
La capacità di creare un contatto da parte dell’analista configura un concetto che ha forti analogie con quello di flessibilità, vale a dire la capacità dell’analista di scorrere sulle proprie posizioni, sulle posizioni dei livelli organizzativi della propria storia, e di posarsi sulla figura frattalica, capace di entrare in risonanza con la figura frattalica dell’analizzato. Questo movimento ha il progetto di creare un’alleanza terapeutica, substrato di un possibile sviluppo coevolutivo della relazione nel setting.
Sottolineiamo coevoluzione, e la validiamo su tre forme: non è sufficiente che ci sia un’evoluzione neghentropica solo dell’analizzato come non è sufficiente che ci sia anche quella dell’analista, ma è fondamentale che ci sia l’evoluzione della relazione analista-analizzato.
E’ implicita l’interdipendenza e la conservazione della diversità delle parti.
Un’analisi di scena del setting come l’abbiamo descritta, comporta una rilettura del transfert e del contro transfert.
Possiamo immaginarli come dei flussi che scaturiscono dall’assetto personologico, dai tratti, dalle figure frattaliche dell’analista e dell’analizzato; flussi di stadio, di tratto, di figure frattaliche specifici che si incontrano in interazioni che rispondono e si collocano anch’esse a degli stadi specifici della nuova forma-relazione.
L’interazione tra più transfert e controtransfert di tratto all’interno della stessa relazione richiama il concetto di accoppiamento strutturale definito come interazioni ricorrenti che innescano modifiche strutturali nel sistema. E accettando che un sistema strutturale accoppiato è un sistema intelligente che apprende, un setting analitico ha una capacità di sviluppo neghentropico intelligente, ha una potenzialità di accoppiamenti strutturali intelligenti tra l’articolazione del bagaglio delle figure frattaliche dell’analista e quelle dell’analizzato rinforzata dall’essere il setting uno spazio operativo privilegiato, protetto e mirato. E tra le righe dobbiamo sottolineare la straordinaria responsabilità dell’analista rispetto a questa relazione, che non è una semplice relazione, ma è una relazione analitico-terapeutica, una relazione che ha lo scopo fondamentale di permettere una vitalità maggiore al sé dell’analizzato.
Da sfondo si fanno figura i vincoli-confini per la sostenibilità di un progetto che dovrà essere mirato sulla persona.

Ma che cos’è un progetto mirato sulla persona?

E’ un articolare contenente/contenuto, diade/monade, analisi/terapia nella doppia direzionalità in cui il contenente con la sua architettura è referente privilegiato. Allora il contenente relazionale dovrà essere definito dalla corretta posizione e dal corretto “come” dell’analista, necessario per lo stabilirsi di un controtransfert di tratto funzionale al disturbo da curare ed allo specifico assetto che lo esprime.
La corretta posizione è la collocazione empatico-corporea, dinamico-funzionale da parte dell’analista sul tratto della propria personalità su cui può incontrare e contattare l’analizzato e muoverlo dalla sua fissazione.
Il come è l’espressione analogica della posizione e crea un’atmosfera di campo per degli insight evolutivi o catartici dell’altro.
Per fare un esempio la posizione ed il “come” di un analista per un’angoscia di castrazione edipica sono altro dalla posizione e dal “come” di un analista per un’angoscia di castrazione primaria.

La consapevolezza della posizione e del come da parte dell’analista è la coscienza dell’agire di un formidabile mezzo terapeutico: il controtransfert di tratto. Un analista dovrebbe possedere la chiave di lettura degli indicatori corporei, empatici e psicologici del proprio controtransfert di tratto e cogliere in un meta movimento l’assetto per la posizione e il come determinanti per il contatto con l’analizzato, per le sue possibilità di transfert di tratto.
Introduciamo una maggiore differenziazione.
Che tipo di livello corporeo ci risuona quando incontriamo in un setting una persona; ci tocca il torace, ci tocca il diaframma, ci risuona sul bacino, o ci si contatta con l’ocularità o ci tocca la bocca, o ci fa allungare il collo? All’esempio di prima una castrazione genitale ci risuona sul settimo livello, una castrazione primaria sulla prima grande bocca sottodiaframmatica.
Vogliamo dire che ci sono degli indicatori di livello corporeo che sono disposti in maniera sottosistemica e segmentaria appartenenti a un sé globale, che funziona come un tutto integrato. Gli indicatori controtransferali ci permettono non solamente di sapere dove si trova l’altro, non solamente di sapere dove ci troviamo, ma di sapere dove si trova la relazione, a che stadio è, che tipo di evoluzione stiamo facendo.

Ma il sapere esattamente dove siamo non è ancora sufficiente. Gli indicatori corporei controtransferali ci permettono un successivo passaggio che chiamiamo un “metamovimento”. Significa poter modificare la propria posizione tramite gli indicatori di livello e potersi mettere in un assetto, il meta-assetto, per cui la relazione può muoversi, contattare l’altro e poterlo muovere dalla sua fissazione.
E’ presente in questa accezione di controtransfert di tratto, anche corporeo, una dimensione di progetto, di flessibilità della posizione analitica, che permette veramente la possibilità di un movimento neghentropico, di salita vitale, di organizzazione dell’evoluzione per l’altro e per noi: siamo di nuovo nella complessità.

Una considerazione finale.

Pur nella consapevolezza che un’analisi è per sua essenza indecidibile ed è qualcos’altro più che un insieme di tecniche e tecnicismi pur necessari e validi, ci sentiamo di affermare che l’analisi del carattere della relazione, terzo sviluppo e marker della posizione analitica reichiana oggi, è un setting nel setting nel setting, ovvero uno spazio operativo nel quale si collocano e agiscono i primi due, l’analisi del carattere e la vegetoterapia carattero-analitica e che si colloca a sua volta in maniera diretta e chiara nello spazio operativo della complessità.

 

Bibliografia

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A. A. Semi: Trattato di psicoanalisi. R. Cortina editore 1990, pag 33 e sgg.

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S. Vegetti Finzi: Storia della psicoanalisi. Autori opere teorie 1895-1990. Mondadori 1995

G. Ferri and G. Cimini: Analytical setting: time , relation and complexity. Annals of New York Academy of Sciences, Vol. 857, June 1999

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