Così si impara (e si trasmette) l’empatia


 

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Articolo di Marta Musso

È il più classico tra i buoni propositi per le festività natalizie e per l’inizio di un nuovo anno. O almeno dovrebbe esserlo: cercare di essere più tolleranti e rispettosi nei confronti degli altri. In particolare, visti i tempi che corrono, nei confronti dello “straniero”, ovvero, per dirlo più scientificamente, del membro di un gruppo sociale diverso dal nostro. E tolleranza e rispetto passano, necessariamente, per l’empatia, cioè per la capacità di avvertire sensazioni e bisogni dell’altro. Un conforto in questo senso è appena arrivato dalla scienza: stando a uno studio condotto da un’équipe di ricercatori dell’Università di Zurigo, e pubblicato sulle pagine dei Proceedings of the National Academy of Sciences, infatti, entrare in empatia con gli estranei è un‘abilità’ che si può imparare, e trasmettere a chi ci sta accanto. Secondo gli scienziati, per essere più empatici e sensibili basterebbero una manciata di esperienze positive vissute con sconosciuti, che innescano nel nostro cervello, per l’appunto, un processo di apprendimento dell’empatia. C’è dell’altro: a quanto sembra, basterebbero poche interazioni piacevoli per aumentare l’empatia, così da trasmetterla anche a chi ci circonda.

Lo psicologo e neuroscienziato Grit Hein e il suo team, autori del lavoro, si sono concentrati sulla comune mancanza di compassione e sensibilità per le persone di diverse nazionalità e culture. Per indagarne le cause e comprendere come venirne a capo, i ricercatori hanno misurato l’attività cerebrale di un volontario che interagiva con due gruppi diversi di persone, uno composto da amici e conoscenti e l’altro composto da sconosciuti. Al volontario, in particolare, veniva inflitta una scossa elettrica sul dorso della mano, a meno che qualcuno non facesse un’offerta in denaro per impedirlo. I ricercatori hanno classificato come “esperienze positive” i casi in cui qualcuno avesse accettato di pagare per risparmiare l’esperienza dolorosa al volontario: è emerso che sono sufficienti poche risposte positive da parte del gruppo degli estranei per misurare un aumento significativo della risposta empatica del cervello. Ma non solo: secondo Hein, le risposte positive, oltre a “insegnare” l’empatia, la trasmettono anche agli altri membri del gruppo. Un po’ come se diventassero tutti più buoni. Speriamo non solo a Natale.

Riferimenti: Pnas doi: 10.1073/pnas.1514539112

Articolo originale su Galileo.it

Categories: Galileo | Rubrica di attualità, Servizio Consulenza Giovani “Wilhelm Reich”

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