INSEGNARE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS di Marcello Mannella


Insegnare al tempo del corona virus

di Marcello Mannella

La condizione esistenziale dei ragazzi

Invocato e accolto come un dono inviato dal cielo per allentare un periodo stressante di studio e di continue verifiche; vissuto con gioia ed entusiasmo tipicamente giovanili come riappropriazione di un tempo sottratto dall’odiata/amata scuola alle amicizie, agli amori, agli interessi, agli svaghi, il decreto governativo di sospensione dell’attività didattica si è trasformato nel volgere di pochissimi giorni per tantissimi ragazzi in una esperienza nuova e drammatica.
Il tempo tanto atteso della libertà, dello svago, dell’ozio, anche nel suo senso più alto, ha lasciato gradualmente il posto alla presa di coscienza della drammaticità degli eventi e all’esperienza – speculare a quella anelata – della limitazione, della rinuncia, dell’impossibilità a poter vivere la propria vita, anche nei suoi aspetti immediati e più scontati: poter fare una passeggiata, andare in palestra, coltivare un interesse, potersi incontrare con gli amici o con il proprio ragazzo/a, persino poter andare a scuola.
Le loro vite sono diventate improvvisamente vite interrotte.
La loro reazione è di stupore, di confusione, di stordimento. Qualcosa di nuovo, di inaspettato e, soprattutto, di incomprensibile, ha fatto improvvisamente irruzione nella loro vita, trasponendola in una dimensione surreale di sospensione.
Tale condizione è innanzitutto sconcertante dal punto di vista esistenziale. Assordante è infatti, anche se generalmente rimane inespressa, la domanda che si agita nel loro animo: perché è accaduto tutto ciò? Qual è il senso? Come si colloca questo evento nelle coordinate della vita fin qui vissuta?
Per la prima volta nella loro giovane esistenza sono esposti alla possibilità di un domandare tante volte ignorato ed evitato. Per la prima volta – e questa la dice lunga sui valori e sui miti che caratterizzano la tanto glorificata civiltà occidentale – un’intera generazione è messa di fronte alla coscienza, alla possibilità reale e non soltanto virtuale, del dolore e della morte.
Possiamo cogliere appieno la misura del loro spaesamento se consideriamo che questi ragazzi vivono in un contesto culturale dominato dalla logica economica del consumo. Elevata all’ennesima potenza dai nuovi mezzi di comunicazione, la logica del consumo ha creato per loro un ambiente sociale patinato, edulcorato, e propone stili di vita caratterizzati dal successo e dal piacere, affrancati da ogni fatica e dispiacere.
Un ambiente sociale e culturale pressoché identico a quello distopico profeticamente descritto da Huxley nel Mondo nuovo.
Il Mondo nuovo di Huxley non è dominato come quello orwelliano di 1984 da una logica punitiva e ascetica. In esso, grazie allo sviluppo della tecnologia politica, pedagogica ed eugenetica, ha preso corpo una società improntata alla leggerezza, alla spensieratezza, alla positività per principio del pensiero, ad una condizione anagrafica e mentale di eterna giovinezza, una forma di esistenza insomma all’insegna dei continui godimenti, simile ad un’eterna vacanza.
In una tale società ciò che è maggiormente aborrito e bandito è l’assunzione di un atteggiamento di pensiero critico che espone gli abitanti di quel mondo al “rischio” – in grado di sovvertire l’ordine costituito – di prendere coscienza degli aspetti “problematici” e “inquietanti” dell’esistenza come la fatica di vivere, il dolore fisico e psicologico, l’invecchiamento del corpo, la morte.
I nostri ragazzi si trovano oggi nella condizione di Lenina di fronte alla scoperta dell’esistenza della riserva dei selvaggi, cioè di quegli uomini che ancora vivono un’esistenza soggetta al dolore, all’invecchiamento, alla morte, al caleidoscopio imprevedibile delle emozioni e dei sentimenti. Lenina è sconcertata e impaurita dalla realtà di un mondo altro da quello in cui ha fin qui vissuto e pensato come l’unico possibile. Nello stesso tempo, anche se non sa comprenderlo, è conquistata e incuriosita da quel mondo, dalla complessità umana di John il selvaggio.
Come Lenina, i nostri ragazzi vivono oggi, per la prima volta e in maniera diretta e personale, il compito esistenzialmente impegnativo di elaborare la scoperta della problematicità dell’esistenza, fin qui artatamente sottratto alla possibilità del loro domandare.

 

La loro condizione psicologica

Anche dal punto di vista psicologico la condizione dei nostri ragazzi è difficile. L’interruzione e la sospensione delle loro vite richiede, infatti, qualcosa a cui generalmente non sono avvezzi: in un tempo in cui essere significa innanzitutto agire, e che spesso si risolve in un agitarsi caotico e compulsivo; in un tempo in cui tutto accade  velocemente e non può essere differito, si richiede improvvisamente loro di fermarsi e di fare appello a qualità mentali che nessuno gli ha mai insegnato: la capacità di sostare presso di sé e la forza d’animo di aspettare che passi la nottata, che tutto ritorni alla normalità.
Sostare presso di sé non è per niente semplice, e non solo per i ragazzi; non è una condizione mentale di cui la “natura” ci dota spontaneamente, ma è un frutto della cultura, la conseguenza di una disciplina protratta nel tempo rivolta all’osservazione di sé, al dialogo con se stessi, a cui i ragazzi dovrebbero essere socraticamente avviati fin da piccoli.
È un’attitudine a cui i ragazzi sono generalmente desueti perché la nostra cultura è fortemente improntata da una logica edonistica che, con la potenza di fuoco rappresentata dai nuovi mezzi multimediali, bypassa la funzione pedagogica della famiglia e della scuola.
Questo stop improvviso alla loro esistenza, risulta sovrappiù distonico perché li coglie nel pieno del loro compito evolutivo di mettersi in gioco al di fuori del contesto familiare.
La condizione mentale sempre più diffusa è pertanto di disagio, che accentua i loro nodi emotivi e caratteriali ed esaspera le inevitabili dinamiche relazionali familiari.
Tensione, rabbia, depressione, tonalità emotive inizialmente sfumate e sullo sfondo, solitamente disinnescate o allentate uscendo di casa, praticando lo sport o i propri interessi, trovando ristoro e conforto nell’amico/a o nell’amato/a, possono allora cominciare ad emergere aumentando considerevolmente l’esperienza di disagio.
In un tale contesto non è per niente facile per i genitori provare ad aiutarli ed essere loro di conforto. Innanzitutto, come tutti, anche loro vivono una situazione di
sconcerto e tensione per la situazione sanitaria, ma anche perché per molte famiglie si aggiungono preoccupazioni di ordine economico.
Tutto ciò finisce inevitabilmente con l’esasperare la fisiologica problematicità relazionale fra genitori e figli. Questi ultimi, da una parte, con ambivalenza e contraddittorietà tipicamente adolescenziali, emanano segnali di difficoltà e ricercano la relazione, spesso accentuando gli aspetti di dipendenza e il bisogno di protezione ancora presenti nel loro animo. Dall’altra, repentinamente, e in maniera decisamente umorale, è facile che diventino insofferenti e facciano dei loro genitori il bersaglio privilegiato degli strali del proprio disagio.

 

Che cosa può fare la scuola?

Credo che la scuola possa fare molto per i ragazzi, e dunque anche per le famiglie. Innanzitutto, può mantenere vivo il filo con il mondo esterno. Un progetto didattico adeguatamente congegnato ripristina, in una qualche misura e comunque in maniera significativa, la normalità del vivere bruscamente interrotta, restituisce un senso alle loro vite, e può contribuire ad allentare il disagio dei ragazzi in vari modi e per diversi aspetti.
Un piano di lavoro ragionato può innanzitutto dare regolarità e ordine alle loro giornate e aiutare i ragazzi a mantenere la cognizione del tempo, evitando inedia e frustrazione. Gli appuntamenti scolastici regolari attraverso video lezioni (ma anche in altre forme) li richiama alla puntualità, al senso di responsabilità, li aiuta a prendersi cura di sé, del proprio aspetto fisico e mentale; li aiuta a riannodare i fili della relazione e della collaborazione con gli insegnanti e con i compagni.
La presenza della scuola può essere decisiva anche nella funzione di sostegno affettivo e pertanto gli insegnanti – quelli che sentono di poter svolgere questo compito – dovrebbero esplicitare in qualche modo la disponibilità ad ascoltarli.
Specialmente nei momenti di grande difficoltà esistenziale e psicologica, per i ragazzi è importante anche semplicemente sapere che esiste per loro la possibilità di confidare le proprie ansie all’esperienza e alla comprensione di adulti esterni alla famiglia.
Tutto ciò è però possibile se la scuola riesce a riscoprire e mettere in primo piano la sua funzione pedagogica. Se a prevalere sono l’ansia e la preoccupazione per gli inevitabili deficit scolastici, se l’intento e gli sforzi sono rivolti a limitare o addirittura evitare quei mali, ecco che allora l’insegnamento a distanza diventa una esperienza disfunzionale che finisce per acuire il disagio dei ragazzi e le tensioni familiari. Disagio si somma a disagio, stress si somma a stress.
Se gli insegnanti si fanno vincere dall’ansia di prestazione e si impegnano soprattutto – come pure mi sembra che stia accadendo – nell’acquisizione o nell’affinamento delle proprie competenze digitali per un’efficace trasmissione dei contenuti e per escogitare soluzioni alla inevitabile problematicità delle verifiche a distanza; se dunque la loro preoccupazione è soprattutto rivolta agli aspetti cognitivi della propria funzione professionale, ecco che allora la scuola non è di aiuto ai ragazzi. Tanti di essi – che pure l’apprezzano, ne colgono l’utilità e sono riconoscenti per l’impegno e la presenza degli insegnanti – cominciano a lamentare il pericolo che la didattica a distanza possa sfuggire di mano e anziché essere una risorsa si trasformi per loro in un’ulteriore fonte di preoccupazione.
La didattica a distanza è un’esperienza nuova e complessa che richiede un’accurata riflessione e non può dunque essere risolta in una pura questione di tecnica digitale.
Innanzitutto il setting di apprendimento è assolutamente diverso da quello istituzionale: generalmente è la stanza dei ragazzi, uno spazio privato, manca pertanto il genius loci dell’ambiente scolastico.
Bisogna poi considerare che a fronte del contatto visivo con l’insegnante e alternativamente con i singoli compagni, nelle video lezioni vengono a mancare la percezione d’insieme del gruppo classe e la dimensione corporea della relazione, ingredienti necessari e fondamentali per una didattica interattiva, partecipata e coinvolgente. Il setting d’apprendimento fa quasi esclusivamente appello alle loro capacità mentali, le emozioni e il corpo ne sono esclusi. Questo rende più faticoso e difficile sia mantenere la concentrazione sia assimilare i contenuti didattici. Il carico di lavoro e le modalità di verifica non dovrebbero essere pertanto pensati secondo i consueti parametri scolastici, ma andrebbero commisurati alle particolarità del contesto di apprendimento. Il tempo di una video lezione non dovrebbe pertanto superare i 45 minuti, bisognerebbe evitare per quanto possibile di tenere due lezioni consecutive della stessa disciplina, tenere le lezioni soltanto di mattina, lasciare che al pomeriggio abbiano il tempo di potersi dedicare allo svago, ai propri interessi, o comunque di ritrovarsi in uno spazio riflessivo.
Un eccessivo carico di lavoro in questa situazione non è soltanto didatticamente disfunzionale (solo pochi ragazzi riuscirebbero a ottemperare ai compiti), ma può essere foriero di altre pericolose conseguenze. Potrebbe contribuire ad accentuare le dimensioni ansiose e fobiche che inevitabilmente sorgono in una situazione di costrizione fisica e relazionale. Potrebbe addirittura far scivolare i ragazzi in una vera e propria atmosfera persecutoria facendogli percepire la scuola e i professori come una potenza in grado di raggiungerli anche nello spazio familiare e privato, l’unico nel quale oggi possono stare.
Non solo. Un eccessivo carico di lavoro finirebbe con l’assorbire, in un modo o nell’altro, tutte le loro energie e finirebbe con l’allontanarli dal compito psicologicamente ed esistenzialmente importante di elaborare quanto sta accadendo. Se ciò dovesse verificarsi, la scuola avrebbe perso un’importante e irripetibile occasione per crescere essa stessa in organizzazione e complessità. Dare una risposta normale – preoccuparsi esclusivamente della dimensione didattica – ad una domanda eccezionale, avrebbe il risultato di confinarla in una dimensione astratta, disincarnata dallo spazio/tempo sociale e culturale attuale. Mostrerebbe – malgrado tutte le buone intenzioni – di non aver compreso la particolarità del momento che richiede a tutti indistintamente – insegnanti e studenti, adulti e giovani, qualunque sia la propria posizione nel mondo sociale – di rallentare, di soffermarsi, per cercare di capire che cosa sta succedendo ad un mondo che improvvisamente sembra non essere più lo stesso.

Marcello Mannella, insegnante, psicologo e psicoterapeuta.

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