Numero 1/2020

 Relazione d'amore e relazione d'oggetto

Giuseppe Ciardiello*

Una delle mie preoccupazioni costanti è capire
com’è che esista altra gente, com’è che esistano
anime che non sono la mia anima, coscienze
estranee alla mia coscienza…

Fernando Pessoa, 2010

La necessità che ha sempre mostrato la psicologia di sottolineare che la relazione umana ha un suo oggetto d’investimento, rivela un punto di vista che lascia presupporre una contrapposizione. Da un lato una persona, che è il soggetto della relazione, e dall’altro un oggetto. Singolare è che il più delle volte l’oggetto è un’altra persona, ma non sembrano esistere motivi per specificarlo, tant’è che anche parlando d’amore, si parla di oggetto d’amore lasciando ambigua la natura dell’oggetto.

Quest’ottica implica l’idea che gli eventi osservati sono condotti da un soggetto, considerato parte attiva, anche quando riguardano due persone.

Questa è chiaramente una posizione intrapersonale, in cui vengono osservati solo i processi psicologici che avvengono dentro l’agente attivo.

Inconsapevolmente questa stessa posizione contribuisce ad alimentare il sentimento di essere al centro del mondo. La definizione per quest’ultima posizione è di narcisismo che, come tratto di personalità, oggi sembra caratterizzare tutti i rapporti.

Con un po’ di nostalgia possiamo ancora ricordare i muretti di quartiere della nostra adolescenza. Possiamo ricordare i momenti trascorsi in autobus e in metropolitana che erano anche quelli della possibile interazione. Oggi assistiamo all’uso sempre più massiccio di strumenti che ci alienano dagli altri, prefigurando qualcosa di molto deleterio. Perfino al ristorante, tra amici, si assiste ad un isolamento in cui ognuno è preso dall’apparente esigenza di intessere rapporti e relazioni tanto urgenti da impedire il dialogo e la presenza con i commensali. Ognuno è impegnato con il proprio cellulare dando l’impressione che il vero rapporto sia con lo strumento piuttosto che con le persone. Volendo essere cattivi viene da chiedersi se all’altro capo ci sia sempre veramente qualcuno. E poi chissà che qualcun altro non arrivi anche a dormirci insieme (al cellulare, s’intende!)

Lo strumento cinematografico sembra nato proprio per rappresentare le grandi paure e i grandi desideri. Uno tra tanti è il grande fascino che esercita su noi spettatori il tema del funzionamento psichico così, da più di un secolo, le nostre personalità sono indagate dalle opere cinematografiche, che s’impegnano a descrivere le personalità, normali e patologiche, a volte anche anticipando ipotesi esplicative e affrontando complessi temi psicoanalitici.

Il cinema è giunto a rappresentare, contemporaneamente allo sviluppo delle scienze psicologiche, un modo di divulgare e leggere la realtà che, essendo intrinseca alla persona, non è di facile osservazione. Se la psicoanalisi osserva, comprende e descrive le persone nei diversi momenti storici ed evolutivi, il cinema raffigura storie che rendono plausibili quelle osservazioni.

La nota di maggior merito resta però il poter raccontare storie con le quali mostrare le esagerazioni e i rischi, a volte anche un po’ paranoici, della realtà moderna in cui alcuni vizi, deformazioni e abitudini possono diventare di una tale consuetudine che non riusciamo più a coglierne il carattere deformante e perverso.

Usando cliché per descrivere i personaggi, il cinema rimane leggero anche nel descrivere e anticipare realtà a volte sorprendenti, a volte allarmanti, per la sua struttura semplice e immediata a carattere metaforico.

Recentemente mi hanno colpito due film: “Lei” di Spike Jonze del 2013 con Joaquin Phoenix e “Una relazione privata” di Frédéric Fonteyne con Nathalie Baye e Sergi Lopez del 1999. Si pongono agli antipodi di uno stesso tema: raccontano di quel nostro bisogno di gratificazione totale che a volte ci colora la vita, riempendoci di nostalgia e, a volte, distraendoci dagli altri.

Le due storie sono molto semplici e si riducono a pochissime parole. Nel primo il protagonista, Phoenix nei panni di Theodore, s’innamora del nuovo sistema operativo installato nel computer (OS1).

altFoto realizzata da G. Ciardiello: Serranda di negozioFoto realizzata da G. Ciardiello: Serranda di negozioTheodore è incapace di una relazione reale; lo incontriamo alle prese con il suo lavoro, di poche soddisfazioni, che non riesce ad arricchire e valorizzare malgrado sia prodigo di creatività e inventiva che sollecita ammirazione e stima nei colleghi.

Vive solo da quando si è separato dalla compagna di cui, poi sapremo, non poteva accettare le esigenze e i bisogni. Era una persona troppo reale per lui, fatta di bisogni e desideri che non potevano aspettare e che, seppure fossero stati sottoposti a negoziazione, poi sarebbero comunque rimasti debitori di un’attenzione e di una risposta…

Theodore è chiaramente narcisista, aspetto che si confermerà nel corso del film dove scopriremo un attaccamento viscerale per il suo oggetto e la corrispondente difficoltà a separarsene. Diciamo oggetto d’attaccamento e in questo caso l’uso del termine oggetto è indicatissimo, perché Theodore s’innamora dei vezzi e dei modi che il suo sistema operativo, di nuovissima generazione, è capace di adottare.

C’è da dire che il regista propone uno schema un po’ paradossale per descrivere l’inganno cui possiamo incorrere noi tutti. Propone che quest’ultimissimo sistema operativo sia capace anche di capire e soffrire per la sua propria incapacità e impossibilità di vivere i sentimenti perché manca del corpo. Questa condizione lo rende incapace di provare e descrivere i sentimenti con i colori del senso soggettivo. Parafrasando un noto film (Will Hunting, Genio ribelle di Gus Van Sant del 1997), il computer potrebbe essere programmato in modo da poter analizzare l’aria presente nella cappella Sistina, ma non potrebbe mai raccontare cosa si prova, a livello umano, al cospetto di tanta bellezza. Questo anche quando il processo di elaborazione è così sofisticato da essere straordinariamente simile al funzionamento della mente umana. Quello dell’OS1 è un processo di elaborazione così sofisticato da confondere il nostro protagonista che si convince di aver a che fare con una persona vera, un ente capace di sentimenti ed emozioni al punto da dimenticare che quella voce, quel modo di pensare i pensieri, quel modo di parlare, argomentare e sospirare e quel modo di fare l’amore, sono attributi incollati a quel sistema operativo da lui stesso… È lui stesso!

Nelle versioni di film precedenti il tema della realtà virtuale era trattato ponendo l’accento sul carattere identificatorio e proiettivo. In questa versione il sistema operativo OS1 (Samantha è il nome che Theodore sceglie di dargli) non rivela più traccia della proiezione di sé del costruttore o del programmatore o del proprietario e viene paventato il dramma di questa mancata consapevolezza. Mentre nei precedenti film analoghi le proiezioni investivano oggetti visibili, come robot, cyborg, mostri, golem, i vari Hide che, a figura umana o umanoide, rappresentavano forme visibili che vincolavano l’idea del protagonista e rendevano visibile la proiezione, in Lei non ci sono immagini o forme evidenti. In questo film chi rimane affascinato dallo strumento virtuale è il pubblico insieme al protagonista.

Per esempio in S1mone (da leggersi SimOne, one come il numero uno in inglese), un film del 2002 con analogo tema di virtualizzazione, di Andrew Niccol e interpretato da Al Pacino e Catherine Keener, il protagonista presta la propria voce, e quindi il suo pensiero e il suo corpo, all’immagine o all’oggetto virtuale in tempo reale. In questo caso il sistema operativo non è ancora capace di pensiero proprio e il tono e l’espressività sono indotti dal protagonista, dal creatore o proprietario che, così facendo, resta consapevole dell’inganno perché quell’oggetto è la maschera dietro cui lui si nasconde.

In Lei invece l’inganno è perfetto e l’uomo arriva a ingannare se stesso. Il protagonista, pur padrone dello strumento e consapevole dell’enorme sofisticatezza del processore, non avverte più quanto il computer si formi sugli indici verbali e paraverbali che lui stesso gli ha fornito.

Sarebbe banale soffermarsi sugli allarmismi che i film di fantascienza possono suggerire, sia perché è difficile oggi pensare ad un’assimilazione vera e propria uomo/macchina, anche se le notizie sull’avanzamento della robotica sono veramente sorprendenti, sia perché il cinema stesso ci suggerisce, quando proprio non ne possiamo più, di staccare la spina…

Interessante invece è cogliere il senso, tutto umano, emergente nel rapporto Theodore/Samantha, in quanto rivelatore di bisogni e desideri niente affatto lontani da noi tutti e che, esasperati dall’insoddisfazione, possono condurci ad azioni eclatanti come appunto quella del disconoscimento.

In uno dei momenti più intensi del film, Theodore esprime la sua pretesa di normale innamorato: “…o sei mia o non sei mia!” “No, Theodore, sono tua e non sono tua” risponde l’OS1 (Samantha).

In tutto il film, le scaramucce di Theodore e Samantha divertono e inteneriscono come quelle di due veri innamorati; come spettatori ci si adagia e si diventa complici di un occultamento: un sistema operativo è un oggetto (software) ed è di proprietà di chi l’ha comprato. Non può non essere di proprietà di qualcuno.

Di riflesso ci si propone un altro conflitto: se nella realtà riuscissimo a costruire un’intelligenza consapevole, potremmo poi restarne proprietari? Potremmo arrivare a sentirci padroni di uno spirito di conoscenza che è altro da noi e libero? Potremmo arrivare veramente a giustificare il possesso, la proprietà di un essere pensante anche se questo dovesse emerge da un processo di virtualizzazione?

E improvvisamente ci rendiamo conto che il regista ha traslato in una metafora ciò che normalmente realizziamo nelle relazioni umane, perché è proprio nelle relazioni d’amore, più che negli altri casi, che pretendiamo il possesso assoluto dell’altro fino, a volte, a ricorrere alla violenza: “O mi ami o non mi ami”, “o sei mia/o o non sei mia/o”. Immersi nel desiderio dell’altro viviamo calati nel suo possesso come spinti da qualcosa di più forte di noi, forse riconducibile a quella condizione primaria nella quale tutti gli oggetti, in quanto tali, ci hanno fatto sentire al centro dell’universo.

È una realtà da cui è veramente difficile nascere, al punto che a volte non basta il costante contatto con la realtà umana a liberarci dall’idea, e dall’abitudine, di possedere le cose che ci circondano e ci convinciamo di poter possedere anche le persone… non ci accorgiamo che è proprio questo il modo per ridurre le persone alla funzione di oggetto quando, con ingenuità più o meno falsa, torniamo a passare dalla relazione Io/Tu a quella di Io/Esso1.

L’atteggiamento cosificante ci è piuttosto comune; lo sono per esempio le osservazioni che facciamo in terza persona, convinti così di essere oggettivi e la stessa psicologia, quando parla delle relazioni, le descrive solo in terza persona ritenendo che solo con quest’atteggiamento osservativo si perviene alla descrizione oggettiva dei processi emotivi, sensoriali e comportamentali in genere.

Questo modo, però, non descrive i processi che ognuno di noi personalmente vive. Come ci rivela Samantha, in campo affettivo un conto è capire le emozioni e un altro conto è sentirle. Così Samantha, accusata da Theodore di fingere di essere quello che non è, perché sospira mentre gli parla e così (sospirando) si esprimono le emozioni, Lei risponde “… la gente parla così, comunica così…”.

Un oggetto, seppur intelligente, può capire che cos’è l’invidia ma non può sentirla e, avvertendola dentro di sé, restarne sconvolta. Samantha può capire lo sconvolgimento ma non può sconvolgersi e noi possiamo arrivare a considerare una persona un oggetto ma non possiamo trasformare un oggetto in una persona.

Quella di vivere in un mondo di oggetti è l’illusione dalla quale siamo nati quando, nelle nostre relazioni primarie, abbiamo cominciato a imparare sulla nostra pelle e nei nostri muscoli che c’era una differenza tra le sensazioni provate nei confronti degli oggetti e quelle provate con le persone. Abbiamo imparato che una coperta ci consola, una bambola o un pupazzo possono farci compagnia, ma questi oggetti saranno sempre e solo la manifestazione della mancanza di un corpo vero e, in quanto surrogati, avranno sempre e solo un’unica forma, non si adatteranno ai nostri bisogni e non potranno mai sostituirlo.

Mentre la scommessa del narcisismo è indurre l’altro della relazione a piegarsi alle proprie necessità fino a diventare un oggetto e ridursi a non avere intenzioni né volontà, il rapporto che realizziamo da adulti è una relazione che caratterizza gli eventi come realtà perché si compone di due soggettività che, in quanto tali, autorizzano la definizione di intersoggettività2. Un tale contesto esclude il controllo unilaterale della relazione e promuove una regolazione reciproca. È questo contesto a produrre quelle interazioni che a volte definiamo conflittuali, perché i due soggetti agiscono un processo di costante rinegoziazione fatto di regolazione interattiva e autoregolazione emotiva3.

In più, nelle relazioni sociali, e nella comunicazione interattiva che ne consegue, la partecipazione dei corpi delle persone esclude la relazione oggettuale perché ogni corpo è un soggetto proiettante dentro l’altro e perciò capace di definire ed essere definito dall’altro. In queste interazioni siamo definiti dagli sguardi degli altri che, rimandandoci parti di noi4 ci introducono a un confronto in cui ognuno impara a guardarsi dentro. Le direzioni di questi sguardi provocano processi carichi di desiderio che ci formano e ci caratterizzano in quanto vederci negli occhi dell’altro, e rispecchiare l’altro nei nostri occhi, è l’evento che ci fa nascere alla posizione riflessiva (Elliott e AA., 2010).

Tali conflitti sono caratteristicamente assenti nelle relazioni oggettuali. Pur non adattandosi al possessore, gli oggetti ne soddisfano il possesso e colorano il rapporto di un’ambigua verità perché, in realtà, è sempre il possessore ad adattarsi all’oggetto.

In quest’ambiente il gigante/uomo rivela tutta la sua fragilità quando si rompe l’incantesimo d’identificazione tra il possessore e l’oggetto.

In questo gioco di proiezione emerge la nostra ignoranza determinata dalla chiusura degli occhi e dal non vedere l’illusione di una virtualità che ha lo stesso sapore della realtà. Con quell’illusione confondiamo il soggetto con l’oggetto e la realtà con la fantasia mentre il momento della consapevolezza ci destina all’umana condizione di Angeli Caduti; a quella condizione in cui, pur privilegiati tra gli animali, restiamo condannati a una perenne lotta tra desiderio e bisogno.

altFoto di G. Ciardiello: L'Angelo Caduto; Madrid[i]Foto di G. Ciardiello: L'Angelo Caduto; Madrid i

Ci scopriamo imbrigliati nelle redini del bisogno che vuole realizzarsi negando il rischio che la fantasia presentifica. Quella fantasia che se si realizzasse smetterebbe di essere virtuale e allora smetterebbero anche le caratteristiche narcisistiche dell’oggetto ma ci ritroveremmo in un delirio.

Scoprire invece la relazione umana, carnale e reale, significa scoprire che il virtuale e l’oggetto restano tali in qualunque condizione e che la sofferenza e la condizione di angeli caduti ci pone anche nella possibilità di riconoscere dentro di noi l’anelito a ricostruire quello stato idilliaco in cui eravamo principi e principesse e tutto ci era dovuto per diritto di nascita.

Ma, se consapevoli, sappiamo anche che quella condizione è solo frutto di un’illusione e possiamo scoprirne il vuoto, che ancora da adulti cerchiamo di colmare, senza soffrirne le vertigini.

La nostra condizione è fatta di vissuti incarnati, di condizioni terrene paradossali per le quali il dramma è proprio esserne consapevoli. Sappiamo di non essere al centro dell’Universo, come sappiamo di non poter pretendere altro che quello che gli altri, chiunque altro, vuole concederci.

Pur soffrendo, sappiamo di non poter agire con gli altri le stesse dinamiche che agiamo con gli oggetti perché: “… Quando li incontriamo, possiamo fare esperienza degli altri come sé corporei, in modo simile a come facciamo esperienza di noi stessi come proprietari del nostro corpo e autori delle nostre azioni. Quando ci esponiamo ai comportamenti espressivi, alle reazioni e alle inclinazioni degli altri, facciamo simultaneamente esperienza dei loro scopi o della loro intenzionalità, nello stesso modo in cui facciamo esperienza di noi stessi come agenti delle nostre azioni… ” (Ammaniti, op. cit., pag. 17)

Il secondo film è quasi la riprova di tutto questo. In “Una relazione privata” i due protagonisti s’incontrano dopo essersi contattati tramite una rivista per adulti.

Desiderano ambedue un rapporto esclusivamente sessuale, senza complicazioni e restando reciprocamente anonimi.

L’incanto fantasticato, la confusione del bisogno/desiderio, consiste nel non sapere niente l’uno dell’altro. Non si raccontano niente del passato né del presente; s’incontrano in un bar a ogni appuntamento, prendono un caffè e si dirigono all’albergo. In camera i preliminari sono essenziali e ridotti al minimo. L’incontro dura qualche ora, a volte un pomeriggio, non ha importanza. L’importante è non tediarsi col racconto della vita privata.

L’incontro si consuma in parole attinenti all’immediato, al qui ed ora dell’incontro, oscurando il desiderio caratteristicamente umano di sapere altro dell’altro.

Ma l’indugio al bar diventa sempre più significativo e il sesso, pur restando l’elemento caratteristico, comincia a rivelarsi competitivo rispetto al piacere di intrattenersi reciprocamente e, galeotti gli occhi, gli sguardi, i profumi, le sensazioni epidermiche, le abitudini… le parole non sono più necessarie, bastano gli occhi per raccontare un desiderio profondo.

Incontrarsi ogni volta nello stesso bar e lo stesso albergo determina una consuetudine che rimanda all’appartenenza, all’affiliazione, ad un gruppo comunque e qualsiasi, dove nasce la competenza comunicativa, dove nasce il sé, la dimensione dell’essere. La stessa fermata della metropolitana, la stessa folla di persone dentro la quale ognuno si perde quando ci si lascia, fa emergere la dimensione del nulla, nel quale si sparisce, ma nel quale l’altro non può evitare di fantasticare di inserire altri di altre storie, di altri eventi e di altre appartenenze imbastendo una biografia in cui “… il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi” (Lei a Theodore).

Abituati a raccontarci le nostre storie tendiamo a costruire anche quelle degli altri e siamo naturalmente curiosi delle vite dei nostri simili. La sofferenza dell’Angelo si rinnova ad ogni incontro, si ravviva ad ogni separazione. Desideriamo ardentemente ma, nello stesso tempo, non vogliamo dipendere da questo desiderio che sentiamo come bisogno e ci è difficile accettare la nostra stessa umanità che, a volte malgrado noi, si realizza nel condividere con l’altro la stessa comprensione dello stesso desiderio/bisogno.

È difficile sottostare al desiderio dell’altro, specie quando è il nostro stesso desiderio, perchè essendo anche nostro ci rendiamo più intimamente conto di quanto sia imperioso, categorico e difficile da contenere una volta accettato.

Ma due persone che si scoprono sintoniche nel realizzare le proprie fantasie e bisogni si sono già incontrate anche ad altri livelli oltre a quello fisico. Accortisi di un eccessivo coinvolgimento, i protagonisti avvertono il paradosso della loro condizione in cui proprio la loro individuale difficoltà ad accedere ad una relazione li ha fatti incontrare. Lo stesso intento comune, di una relazione oggettuale senza complicazioni, fa parte del progetto della loro personalità che tocca la sintonia. Così alla fine, ambiguamente com’era iniziata, tra un desiderio imperioso di attrazione e di rifiuto, la relazione finisce…

Quindi rapporti con gli oggetti che ci illudiamo di trasformare in relazioni e relazioni che vorremmo oggettuali.

A fronte di un atteggiamento scientista con cui catalogare tutti i rapporti come oggettuali e in cui si ritiene che per capire il funzionamento della mente ci si debba focalizzare sul funzionamento del singolo individuo5, è strabiliante verificare come l’arte tocca con semplicità e immediatezza temi sui quali ci si sta ancora interrogando prospettando possibili alternative.

Allora anche dall’arte possiamo prendere suggerimenti e provare a individuare qualche punto da usare come guida ulteriore per le linee che già ci appartengono.

Un punto può riguardare l’aspetto della manipolazione degli oggetti.

Fin dall’inizio della vita ogni organismo è inserito in un mondo di oggetti, che manipola, e in un mondo di relazioni, che ugualmente manipola, ma ne è anche manipolato. L’intersoggettività è un processo attivo fin dall’inizio della vita perché nasciamo predisposti a rispondere all’altro e ci attendiamo risposte alle nostre azioni (Ammaniti, op. cit., 2014). La stessa cosa non accade con gli oggetti perciò ci sono modi diversi di agire e reagire nei confronti di oggetti o persone. Allora sarebbe opportuno usare termini diversi nell’indicare una relazione e l’altra.

Un’ipotesi potrebbe essere quella di adottare la stessa soluzione del titolo del presente lavoro.

Si potrebbe parlare alternativamente di relazione oggettuale o di relazione d’amore?


[i] L’angelo caduto: si dice che la statua dell'angelo caduto (fuente del Angel Caido), che è situata nel parco del Retiro a Madrid e la cui riproduzione in scala reale è visibile sul pianerottolo delle scale d’ingresso del museo delle Belle Arti di Madrid, sia unica al mondo perché è l'unica rappresentazione pubblica di Lucifero, l'angelo caduto. È raffigurato con un serpente intorno al corpo e con una espressione di orrore per la caduta appena avvenuta. La scultura, sovrastante un ampio piedistallo con diversi fontanili che riproducono volti demoniaci, è posta in una piazza a 666 metri sopra il livello del mare. Ispirata al Paradiso perduto di John Milton (http://it.wikipedia.org/wiki/Paradiso_perduto_), fu realizzata nel 1874 dallo scultore madrileno Ricardo Bellver e venne premiata durante l'Esposizione Universale del 1878.

[1] Il filosofo e teologo ebreo Martin Buber (1878-1965) è un precursore dell'approccio in seconda persona all'intersoggettività. Nel suo autorevole libro, L'Io e il Tu, fortemente influenzato dalla tradizione Chassidica, Buber individua il carattere fondamentalmente relazionale degli esseri umani. Questo carattere relazionale è almeno duplice. Può consistere in una relazione in terza persona, un Io-Esso oppure in una relazione in seconda persona, un Io-Tu. Buber le chiama le due parole-base. quello che distingue queste relazioni non è il loro oggetto, bensì lo stile di relazione, o volendo usare termini più tecnici, lo stato epistemico assunto dall'Io. "Ci si può relazionare ad un altro essere umano in maniera analoga a come ci si relaziona agli oggetti inanimati." (Ammaniti-Gallese, 2014, pag. 18)

[2] Questo approccio si è ormai imposto anche in campo analitico e terapeutico: "L'orientamento teorico che è andato sviluppandosi molto velocemente all'interno della psicoanalisi negli ultimi anni del ventesimo secolo (e forse nei primi dieci del ventunesimo) è il cosiddetto approccio interpersonale o intersoggettivo. La sua caratteristica più peculiare sta forse nella concettualizzazione del fatto che l'incontro psicoanalitico è co-costruito tra due partecipanti attivi, il paziente e l'analista, che con la loro soggettività contribuiscono a determinare la forma e la sostanza del dialogo che emerge da tale incontro." (Fonagy, 2005, pag. 121).

[3] "L'autoregolazione e la regolazione interattiva sono processi simultanei e reciproci, ognuno dei quali influisce sull'esito dell'altro. la regolazione interattiva è da contingenze bi-direzionali, nell'ambito di un processo continuo nel quale ciascun partner si adegua, istante dopo istante, ai comportamenti dell'altro. " (Beebe B. "Trattamento breve madre-bambino", in Le forme di intersoggettività, 2008, pag. 466).

[4] "Winnicott si chiede che cosa veda il bambino quando osserva il volto della madre e la sua risposta è che il bambino vede se stesso... La risposta facciale/visiva del bambino ha a sua volta il potere di influire sulla possibilità, per la madre, di sentirsi riconosciuta e amata da lui" (Beebe B., "Volti in relazione", Op. Cit., pagg. 512-513).

[5] "L'origine della mente è stata spesso teorizzata nell'ambito di un modello intrapersonale, come mente isolata, mente autistica o, in altre metafore, come arco riflesso o come calderone in ebollizione, anziché come diade dialogante".(Beebe, 2008, pag. 316)

Bibliografia
  • Ammaniti, M., Gallese, V. (2014), La Nascita dell'Intersoggettività. Milano: Raffaello Cortina Ed.
  • Beebe, B. et AA., (2008), Nuovi contributi alla visione dell'intersoggettività nell'infanzia e alla sua applicazione in psicoanalisi in L. Carli e C. Rodini, (a cura di) Le forme di intersoggettività; l'implicito e l'esplicito nelle relazioni interpersonali. Milano: Raffaello Cortina Ed.
  • P. Fonagy, (2005), Psicoanalisi e teoria dell'attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Ed.
  • Elliott, L. et AA, (a cura di), (2010), Da mente a mente. InfantResearch, neuroscienze e psicoanalisi. Milano: Raffaello Cortina Ed.
  • Pessoa, F. (2010), Il libro dell'inquietudine. Milano: Universale Economica Feltrinelli, XIV ed.
  • Rizzolatti, G., Vozza, L. (2008), Nella mente degli altri: neuroni specchio e comportamento sociale. Bologna: Zanichelli Ed.

 * Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.


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