Numero 2/2025
VERSO UN'AUTOINTERPRETAZIONE DEI SOGNI
TOWARD A SELF-INTERPRETATION OF A DREAMS
Giuseppe Ciardiello[*]
Abstract
Nel corso dei secoli i sogni sono stati costantemente ridefiniti e ricontestualizzati per dargli una sistematizzazione univoca. Malgrado i diversi tentativi, si sono sempre rivelati irriducibili ad un’univoca interpretazione e, con la loro sistematica soggettività, continuano a testimoniare una propria indipendenza di senso e significato. Ad oggi si sa che i sogni non sono un messaggio dell'inconscio ma sono l'esito dell’elaborazione di un processo cerebrale semplicemente diverso da quello della veglia. Frutto dell'intero organismo, la sua eventuale decifrazione dovrebbe prevedere l'uso di un linguaggio che, interrogando tutto l'organismo, nei suoi processi mentali e corporei, preveda e stimoli una decifrazione soggettiva. Nel presente lavoro un acting di Vegetoterapia è proposto come strumento di stimolo per una produzione narrativa fenomenologica del vissuto onirico.
Parole chiave
Autointerpretazione dei sogni – oniromanzia - vissuti fenomenologici - stato mentale - processo mentale.
Abstract
Over the centuries, dreams have been constantly redefined and recontextualized to give them a univocal systematization. Despite various attempts, they have always proven irreducible to a single interpretation and, with their systematic subjectivity, continue to testify to their own independence of meaning and significance. Today, we know that dreams are not a message from the unconscious but are the result of a brain process that is simply different from that of waking life. A product of the entire organism, their eventual deciphering would require the use of a language that, by questioning the entire organism, its mental and bodily processes, provides for and stimulates a subjective deciphering. In this work, a Vegetotherapy acting is proposed as a stimulating tool for a phenomenological narrative production of the dream experience.
Key words
Self-interpretation of dreams – Oniromancy - Phenomenological experiences - mentale state - mental process.
"Il cervello è programmato per connettersi con le altre menti, per creare immagini degli stati intenzionali degli altri, delle espressioni affettive e degli stati corporei di arousal che, attraverso la fondamentale capacità del sistema dei neuroni specchio di creare risonanze emotive, servono come via d'ingresso per l' empatia. in questo modo vediamo che la mente è sia relazionale sia corporea"
(D. J. Siegl, prefazione a: Il trauma e il corpo di P. Odgen et aa., p. XVIII, 2006)
I sogni non vanno interpretati
Contrariamente al pensiero comune, secondo De Camillis il sogno non si propone al sognatore con lo scopo di essere interpretato. (De Camillis, 2004). Esso è semplicemente un modo diverso di funzionare del cervello rispetto alla veglia[1]. Viene da chiedersi allora perché tante proposte interpretative di stampo analitico, come quelle freudiane, adleriane e junghiane, o sciamaniche e altre come la cabala? È probabile che sia stato in seguito allo svilupparsi dell’attenzione agli aspetti psicologici della personalità che fecero la loro comparsa le tradizioni oniromantiche; queste nacquero nell’alveo della religiosità come mezzo privilegiato con cui il divino contattava l’umano. Poi gli oggetti del sogno divennero un codice con cui la parte ultraumana esprimeva valutazioni e rimedi sulla salute del sognatore e infine, una parte inconsapevole della stessa persona, l’inconscio, ha iniziato a rivelarsi per mezzo dei simboli onirici[2].
Oggi con Flanagan (Flanagan, 2000) i sogni sono considerati residui diurni di situazioni problematiche. Non più ritenuti indicativi di eventi oggettivi né di ‘verità’ inconsce da decifrare, sono diventati frutto di materia psichica non ancora adeguatamente elaborata. Ma, anche se la dimensione onirica ha assunto un maggiore senso soggettivo, ancora oggi la figura dell’oniromante stenta a sparire del tutto e continua a influire chiudendo le figure del sogno in una tassonomia univoca[3]. D’altro canto però è anche vero che nei confronti del sogno permane in tutti una comune spinta contraddittoria che da un lato assimila al desiderio magico di un futuro diverso e dall’altro ne cerca una sua più adeguata gestione.
Comunque, il fatto che i sogni non sono interpretabili è evidente anche per la loro varietà e per la loro mancanza di unitarietà e univocità. Questa incoerenza narrativa, che alla veglia appare distorcente, è connaturata ai sogni in quanto la loro rappresentazione non è una semplice riproduzione della realtà bensì, molto più probabilmente, come afferma Flanagan, sono semplici espressioni emozionali rimaste insoddisfatte durante la veglia che necessitano di ulteriore elaborazione. In questi casi Ogden, Minton e Pain (Ogden et aa., 2012) parlerebbero di traumi quando le emozioni, attivate ma impedite a scaricarsi, restano sospese[4] e in attesa di definizione.
Allora si può dire che le rappresentazioni del sogno sono riconducibili alla ricostruzione di vissuti fenomenologici che, sospesi nel corso della veglia, nel sonno si ricombinano in quelle estrose soluzioni che la fantasia di ognuno sente/vede adeguate. Quindi sono le ragioni della veglia che sostengono la necessità di chiudere le immagini in categorie predefinite identiche per tutti; e lo fanno anche quando è chiaro che questo processo, che conduce ad esiti standardizzati e prevedibili, così facendo annulla anche i significati personali soggettivi. Da questa angolazione l’interpretazione classica dei sogni è evidentemente un punto di vista che, quando espresso da un ascoltatore investito dall’aura di interprete, può prefigurare una manipolazione.
Il senso delle interpretazioni
Tutte le interpretazioni rischiano la manipolazione (in senso lato) perché non possono esimersi dal fare uso di un modello di riferimento. Gli oggetti onirici, e i pensieri che l’accompagnano, quando vengono osservati con l’ausilio di un modello interpretativo, smettono di rappresentare il sognatore per significare il modello stesso. Frutto di una proiezione, il senso di questa interpretazione è quello di descrivere il metodo impiegato. Per esempio nell'interpretazione freudiana e junghiana gli oggetti dei sogni hanno un valore predefinito dal modello di riferimento. Sono significati unici ed univoci che, validi per tutti, conosciuti a priori e indiscutibili, sostengono la validità del modello stesso. Un oggetto del sogno è portatore di quel particolare valore che configura e indica uno specifico mondo relazionale che tiene solo relativamente conto del sognatore e del suo mondo visti dal suo punto di vista.
Nel momento interpretativo però le aspettative attese influiscono sull’osservazione complessiva e impediscono l’individuazione dei processi inattesi. Un buon esempio su quanto e su come le attese interferiscono sulla percezione (visiva ma che può essere estesa a tutte le altre percezioni), è dato da un breve video da anni presente online (per il video, fare clic sulla parola online tenendo premuto il tasto control). In tale contesto è evidente che ciò che viene percepito non dipende solo dalla sensibilità dei recettori periferici ma anche dalla loro condizione di stato che è influenzata dalle aspettative, dalle intenzioni e dai desideri.
Allora se nella ricerca ciò che ci si aspetta e l’intento ne condizionano l’esito, nell’interpretazione dei sogni, supporre di sapere a priori cosa un’icona rappresenta per una persona, ne annulla il valore soggettivo ed il senso personale. In effetti ogni teoria psicologica tende ad una conferma in qualche modo tautologica per cui, alla ricerca della coerenza interna, trae conferma dalle ‘sole’ sfaccettature che il proprio vocabolario consente.
Si può quindi dire che ogni metodo che cerca di decodificare i sogni, e lo fa prendendo a riferimento un modello interpretativo, rischia di annullare i significati del sognatore o, perlomeno, rischia di piegarli alle proprie esigenze epistemiche. Da ciò ne viene che le interpretazioni dei sogni dovrebbero prendere forma dal tentativo di dare al sogno il senso soggettivo che il sognatore stesso gli dà e dovrebbero riferirsi all’esperienza diretta del protagonista. D’altronde uno degli elementi che sostiene l’interesse nei confronti dell’interpretazione dei sogni, è anche il bisogno di capire i processi mentali, spontanei e non.
I processi a monte del sogno, nelle loro oscillazioni fisico chimiche, che testimoniano uno stato mentale ‘altro’, sono simili ai comportamenti automatici e impliciti che si realizzano durante la veglia. Capire come si generano i sogni e come si prefigurano i loro scopi, equivarrebbe a comprendere come funziona il cervello in questo particolare stato mentale. Per esempio, una delle espressioni cerebrali più comuni, il ‘Default Mode Network’, è il modo in cui l’Io smette di controllare i pensieri e riduce la consapevolezza a un’onda fluttuante. È uno stato mentale molto simile al sogno e, imparando ad osservarlo e gestirlo con attenzione semiconsapevole, può permettere un riordino del materiale psichico sospeso. Inoltre sembra che il suo scorretto funzionamento possa correlarsi a diversi stati disfunzionali (depressione, alzheimer, autismo, schizofrenia).
L’esercizio all’osservazione dei processi spontanei, come sono appunto il sogno e il DMN, potrebbe chiarire la dinamica dei processi dissociativi e disintegranti della personalità. Nel processo di scissione si può imparare ad essere contemporaneamente attore e spettatore di se stessi e ci si può esercitare ad osservare la formazione dei propri pensieri, degli oggetti che si producono e dei processi mentali che li compongono. Anche l’osservazione consapevole dell’esperienza del sogno (del sogno lucido, del sogno da svegli guidato e del sogno in Vegetoterapia, come nella forma della presente proposta) può inserirsi in questo filone di ricerca clinica.
L’attuale ‘senso’ del sogno
Il sonno portato in volo dai sogni. Pietro Paoletti
Anche le neuroscienze concordano sul fatto che la consapevolezza sia un altro modo di funzionare del cervello rispetto al sonno e che non è il suo contrario[5]. In ambedue le condizioni, della veglia e del sonno, il soggetto dell’esperienza è sempre lo stesso anche se diversamente presente. È come l’onda del mare che, pur essendo parte dell’intero oceano, prende forme diverse a seconda delle condizioni atmosferiche e delle coste che lo delimitano. Si può dire che in alcune occasioni l’io diventa parte di alcune sue funzioni di cui smette di essere consapevole. In questi casi l’io è agente del comportamento e, come tale, non può riconoscersi come quando, in fisiologia, l’occhio non può vedere se stesso. È come l’onda che si fonde nell’oceano.
In questi due modi sono diversi i processi che generano le percezioni. Mentre nella veglia si realizza per mezzo di un costante monitoraggio dei processi sensoriali, durante lo stato di sogno tale monitoraggio non è più necessario ed è come se in questo stato si producesse uno spazio “sperimentale” dove i processi sensoriali affettivi, motori e cognitivi (fantastici) si combinano senza essere vincolati dalla realtà.[6]
Del resto, e malgrado l’apparenza del senso comune, il sogno non è (solo) un prodotto mentale ma è un processo generato dal complesso gioco dell’intero organismo e quindi è nel complesso dell’organismo che va configurato il senso soggettivo e personale del sognatore. In questa configurazione del sogno il soggetto è tanto immerso che l’emozione vissuta è come il trauma per Van Der Kolk: ‘… viene nuovamente recitato nel respiro, nei gesti, nelle percezioni sensoriali, nel movimento, nell'emozione e nel pensiero.’ (per cui anche per il sogno) in cui ‘il ruolo del terapeuta è quello di facilitare l'autoconsapevolezza e l'autoregolazione, piuttosto che essere testimone e interpretare il trauma.‘ (Bessel A. Van Der Kolk, Prefazione a ‘Il trauma e il corpo, p. XXVII). Da qui l'idea, sostenuta nel presente articolo, che l'interpretazione dei sogni vada svolta interagendo con l'organismo nel suo complesso senza trascurare nessuno dei linguaggi di cui è capace.
La scoperta
Le psicoterapie corporee, che privilegiano tecniche corporee, spesso si ibridano e, in maniera più o meno esplicita, si arricchiscono di tecniche cognitive nello stesso modo in cui le tecniche cognitive si forniscono di strumenti corporei (EMDR, Teoria polivagale, Mindfulness, ecc.). La Vegetoterapia Reichiana utilizza gli strumenti ideati da W. Reich (1897-1957) e aggiornati nel corso del tempo dai suoi seguaci. (F. Navarro, E. Baker, G. Ferri). Gli acting da lui individuati sono “frazioni” di comportamento agito. Individuati per ogni settore del corpo, vanno eseguiti nel percorso terapeutico. Dopo l’esecuzione l’acting è indagato con domande che indirizzano il paziente negli ambiti esperienziali vissuti (corporei, cognitivi ed emotivi).
Uno dei primi acting riguarda gli occhi e indaga i movimenti oculari di convergenza e divergenza. Gli occhi seguono una lucina, o la punta delle dita di un operatore, che si allontana e si avvicina alternativamente al naso del paziente producendo tale effetto di convergenza e divergenza. Oltre a poter essere usato come espediente rieducativo (vicino/lontano, convergenza/divergenza), l’acting sollecita anche una discriminazione tra le funzioni del vedere e del guardare.
Il presupposto teorico da cui parte la Vegetoterapia è che l’atto in sé è una frazione dei movimenti elementari, più complessi, che i bambini svolgono nell’atto della suzione. Si suppone cioè che, quando i bambini sono concentrati a succhiare dal seno della mamma, i loro occhi vanno dal seno al viso, da qui ai suoi occhi e da questi al capezzolo, posizionato sotto il proprio naso, e così via. Questi spostamenti gli permettono di ri/trovarsi (trovano ogni volta sempre di più sè stessi) nel gioco di condivisione dello spazio che li accomuna (madre/bambino). Allora l’esperienza, anche degli altri acting oculari, di vedere/guardare, vicino/lontano, diventano astrazioni che sono poi generalizzate in forma di pensiero concettuale[7].
Gli altri due acting che propongono analoghe frazioni dei movimenti oculari, attengono a dimensioni esperienziali e concettuali diverse anche se ugualmente inerenti l’identità[8]: quelle dello spazio. L’indagine sensoriale che segue gli acting, emotiva e cognitiva, ha l’intento di circostanziare la parte ‘appetitiva’ dell’atto nelle sue componenti fenomenologiche così da stimolarne un’esperienza ricostruttiva.
Un altro presupposto degli acting è che, con l’esecuzione e l’indagine, siano individuate anche le soluzioni adattative che l’individuo ha costruito nel percorso evolutivo. L’acting cioè promuoverebbe il ricordo di quelle esperienze che hanno determinato l’incarnarsi dei vissuti nelle singole frazioni, compresi i conflitti (desiderio/paura) e le soluzioni adottate. Quindi la decostruzione delle frazioni comportamentali nei suoi elementi costituenti, permetterebbe di riconoscerne i vissuti disfunzionali.
In questa dinamica l’intervento del vegetoterapeuta si occupa di porre le giuste domande,[9] cioè quelle che mirano a stimolare la ricerca introspettiva e all’emergere della soggettività. Infatti la funzione terapeutica dovrebbe infatti svolgersi occupandosi di co/costruire risposte sostenute dalle narrazioni personali, quelle sulle quali l’Io della persona si è costruito nel corso del proprio tempo evolutivo[10]. Ciò comporta che le risposte ‘valide’, per le domande portate in terapia, sono quelle legate alle convinzioni personali che si sono formate nel corso delle proprie esperienze evolutive. Alla fine ognuno dovrebbe arrivare a formulare le proprie risposte, evidentemente congeniali alla propria storia, così da sentire e vivere come legittimo quel processo/funzione di decostruzione e ricostruzione con cui si identifica l’Io[11]. Come è d’uso in medicina, anche l’intervento terapeutico non dovrebbe mirare alla guarigione bensì alla costruzione di uno spazio idoneo al processo di autoguarigione[12]. In questo spazio la modifica formale delle narrazioni oniriche, prodotte con l’ausilio degli acting di Vegetoterapia, sono un utile strumento per realizzare un’autointerpretazione dei sogni.
L'invito all'autointerpretazione
La storia onirica è spesso interpretata da un ascoltatore individuato dal sognatore.A volte è un ascoltatore esplicitamente individuato per questa funzione dalla quale si rimane catturati anche quando non si è uno specialista. Sensibilizzato, e scopertosi investito di una magica capacità interpretativa, l’ascoltatore si trova invischiato in un rapporto empatico che lo coinvolge in un’alternanza di vissuti e rimandi reciproci col sognatore. Diventato affidatario di un intimo segreto, a volte si fa anche interprete di meccanismi che in realtà può solo immaginare perché le dinamiche fenomenologiche del sogno sono solo dell’altro, del sognatore e poi narratore, anche se e quando si abbiano radici comuni. A volte sopravviene la confusione perché le vicende narrate non sono semplici storie, come possono esserlo a volte le favole e le storie di fantasia raccontate anche tra adulti; i sogni riguardano le emozioni e le spinte affettive che, pur essendo soggettive, coinvolgono tutti per un’appartenenza culturale che, evidene nel linguaggio comune, tende ad omologare ambiti analoghi.
Il sogno si narra quindi per mezzo del linguaggio quotidiano. Impresso nel corso della propria crescita, per la decodifica dei sogni questo linguaggio si appoggia al senso comune anche quando è avvertita un’intima e profonda differenza nel vissuto soggettivo. Inoltre non è solo la storia del sogno a coinvolgere quanto il racconto che ne fa il protagonista, dove la sua narrazione non è solo verbale ma, agìta, viene fisicamente rappresentata nel racconto. Più che verbalizzato allora il racconto è recitato e interpretato (nel duplice significato che questo termine assume), e le emozioni sono rese ‘vive’ con l’espressione di smorfie, gesticolazione, postura e occupazione dello spazio. È per questo che anche quando i contenuti sono taciuti, a volte persino gli aspetti oscuri e assurdi diventano comprensibili.
Ciò che rende il resoconto un elemento relazionale sono spesso i richiami impliciti. Tra i due si crea un’intensa interazione che si rivela capace di generare risposte sintoniche dell’ascoltatore; risposte che potrebbero ricadere anche nella categoria dei ‘commenti in codice’ di Laing[13] giacché co/costruiscono la relazione e la arricchiscono di coloriture complementari tipiche dell’interprete e del costruttore.
Proprio per l’intensità della relazione è importante allora realizzare uno strumento interpretativo che, pur essendo empatico, tenga conto del vissuto onirico del narratore. Che sappia agevolare la partecipazione pur rispettando le sfumature e i significati soggettivi. Che sappia restare vicino ai sentimenti del sognatore, stimolandone l’autointerpretazione e impedendo all’ascoltatore di invaderne lo spazio contenutistico. Uno strumento capace di rispettare i bisogni del narratore e lasciare l’ascoltatore ai margini degli accadimenti così anche da proteggerlo dal suo stesso desiderio di imporre il proprio punto di vista[14]. In sintesi, uno strumento che, pur permettendo ad un ascoltatore di partecipare alla decostruzione di un sogno altrui, ne permetta una completa autointerpretazione.
Uno ‘strumento corporeo’ per l’analisi dei processi cognitivi
Come artefice, attore e regista dei propri sogni, in questo mondo il protagonista mette in atto nuove strategie comportamentali e si sperimenta in una realtà generata fantasticamente. In realtà non sorprende l’idea che tutti i prodotti mentali, sia quelli del sogno sia quelli della veglia, sono frutto di una gerarchia funzionale[15] in cui ciò che s’intende per realtà è l’esito della raffinazione cognitiva operata nel confronto tra ciò che già si conosce (memoria) e le proprie percezioni. Da ciò Seth Anil (Seth, 2023) spiega che c’è una similitudine tra i meccanismi del sogno e quelli della veglia grazie alla quale il nostro cervello è in grado di produrre una sorta di realtà virtuale come mappa per realizzare atti predittivi. Sarebbe come costruire: “Un dispositivo in grado di produrre modelli predittivi con cui dar forma all'insieme caotico degli input sensoriali ricevuti dall'ambiente” (Tolmen, 2024, p. 186) e un modo con cui mettere ordine, durante il sonno, agli stimoli accumulatisi durante la veglia. In pratica, come già osservato, i processi della veglia e del sogno non sono tanto dissimili e si differenziano solo per il fatto che, mentre nel sogno le percezioni sono autoprodotte, nel rapporto con la realtà vengono precedute dal confronto con le sensazioni[16].
Questi presupposti modificano gli assunti tradizionali sull’interpretazione dei sogni e, liberandoli dall’impaccio dei messaggi in codice, li fanno diventare un campo di coordinazione e modulazione con cui l'organismo si calibra nel rapporto con la realtà. Questa concezione, che guarda ai sogni come spazio mentale altro, offre finalmente a questo processo la possibilità di esprimere le proprie astrusità senza temere interpretazioni fuorvianti e a sua volta, la cosiddetta interpretazione, può rivelarsi capace di tollerarne le ambiguità soggettive.
Le frazioni cognitive
In genere i sogni vengono raccontati per sequenze di immagini e a ognuna di esse si legano diversi e specifici contenuti del sognatore. Per la loro lettura allora lo strumento utilizzato deve farsi carico solo di modifiche strutturali, e non di contenuto, delle immagini così che le modifiche siano solo formali e non inciderebbero sul senso del racconto. Anzi il loro arricchimento, che si ha per l’ampliamento delle circostanze formali, può dare maggiore comprensibilità delle stesse trame narrative anche per lo stesso narratore/sognatore anche quando non ha una specifica conoscenza psicologica[17].
Gli acting oculari di Vegetoterapia sono sembrati particolarmente indicati per quest’operazione rivelandosi in grado di sostenere l’autointerpretazione del sognatore. Normalmente proposti senza indicazioni specifiche circa l’attenzione, nel lavoro con i sogni l’attenzione è diventata una funzione d’eccellenza. Il narratore è invitato a portare alla memoria l’immagine scelta dopo che il sogno è stato diviso in tanti fotogrammi. Il movimento oculare proposto è quello della lateralizzazione in cui gli occhi del sognatore seguono il dito di una persona (di solito il terapeuta) mentre l’attenzione deve restare fissa sul fotogramma in attesa di una sua spontanea modifica. La suggestione che si può dare è di lasciarsi incuriosire da quelle parti che, ad un certo punto, si impongono con trasformazioni di forme, colori, dimensioni e altre storie.
L’impegno a non interferire nella trasformazione spontanea dell’oggetto del sogno pone il soggetto sognatore/narratore nella condizione di scoprire altri aspetti della scena rappresentata che, prefigurando altri significati, tende ad allinearsi ad una spontanea interpretazione soggettiva. Il dispiegamento delle diverse scene si verifica spontaneamente articolando diversamente il contesto implicito che il protagonista, attore e regista del proprio sogno, arricchisce di particolari così che le immagini definiscono sempre meglio i contenuti espliciti del sogno.
In questo procedimento le stesse alternative strutturali sono un prodotto dell’attore/regista/narratore per cui conservano implicitamente il senso e il contenuto della rappresentazione originaria. Il cambiamento della disposizione e delle forme degli oggetti del sogno non cambiano le combinazioni di senso delle relazioni rivelando gli aspetti dinamici che, interdipendenti, offrono diverse possibili configurazioni di senso. A volte lo stesso sognatore resta sorpreso nello scoprire sensi soggettivi particolari e alternativi nelle trasformazioni (tra e) degli oggetti e le loro relazioni; in qualche modo ciò deriva dal fatto che tutte le immagini e le loro trasformazioni sono fenomenologicamente caratterizzate.
L’uso degli acting di Vegetoterapia nell’interpretazione dei sogni sembra apparentemente in linea con gli atteggiamenti coltivati con l’uso di alcune tecniche alternative oggi molto in voga, come per esempio la “… mindfulness e vipassana (che) cercano di migliorare la nostra consapevolezza di queste distrazioni (DMN: nda), insegnandoci a riconoscerle senza essere automaticamente catturati da esse, favorendo il ritorno a un’attenzione più stabile e focalizzata.” (Paradiso, Toro, 2025, p. 74). Sarebbe interessante verificare con l’applicazione elettroencefalografica quali caratteristiche oscillatorie cerebrali produce questo tipo di applicazione che, sarebbe per noi oltremodo interessante, scoprire che si avvicinano a quelle dello stato theta.[18]
[1] Secondo la teoria dei sogni come rumore, così come per la teoria della mente, i sogni comportano dei residui dell'attività mentale diurna - sia nei termini di una stimolazione residua dell'ambiente sia di pensieri residuali su noi stessi e le altre menti - che possono essere soltanto debolmente regolati o controllati durante le fasi del sonno. … A mio parere, come ho già detto prima, i sogni non sono stati direttamente selezionati per alcuna funzione evolutiva, al contrario di quanto è avvenuto per il sonno. Alcuni aspetti dei sogni sono dovuti al rumore causato da quelle capacità cognitive selezionate per specializzarsi nei compiti dell'attività diurna. (Flanagan, 2000).
[2] “Ma, una volta giunti all’equiparazione del sogno di un messaggio proveniente dall'esterno e da dimensioni esistenziali superiori, proprio da lì scaturiva l'ormai imprescindibile necessità di interpretazione di quel messaggio. Tale necessità divenne stringente. Stringente al punto che si pensò che spettasse, oltre che all'uomo, ad un sacerdote o ad uno stregone la facoltà - e la capacità - di leggere i sogni, di interpretarne il senso, di coglierne e chiarirne il significato rivelatore”. (Carotenuto, 2003, p. 11)
[3] Oltre a una fitta schiera di neurologi, psicofisiologi, psicologi e ipnologi che si occupano degli stati di coscienza relativi alla fase del sonno, e del sognare che ne fa parte, con un approccio e una strumentazione biomedica, esistono gli onirologi che si occupano di studiare i contenuti del sogno in una prospettiva più socio-antropologica e storiografica con il preciso intento di creare tassonomie e catalogazioni dei contenuti onirici in termini simbolici.
(Diego Icarà)
[4] “Più colloquialmente, potremmo dire che i soggetti traumatizzati si bloccano nelle particolari e ripetitive tendenze all'azione difensiva che erano evocati al momento del trauma originale e sono ancora evocate dagli stimoli ambientali che ricordano il trauma”. (Ogden et aa., 2012)
[5] Nel senso che il sonno non è l’assenza della consapevolezza in quanto normalmente si realizza sapendo implicitamente di star sognando ma, nel sogno lucido, la consapevolezza è chiaramente duplice: implicita ed esplicita (si può sognare essendone consapevoli).
[6] “ …lo stato di veglia potrebbe essere descritto come un sogno costretto dagli input sensoriali, mentre quello di sogno come una forma di percezione libera da tale vincolo. … tanto nel sogno quanto nella veglia sarebbe all'opera lo stesso meccanismo di costruzione dell'esperienza, che di per sé non necessita di input esterni. Da tale punto di vista il cervello, che nei due stati si comporta pressoché alla stessa maniera, viene in luce come una sorta di <<macchina per la realtà virtuale>>, un dispositivo in grado di produrre modelli predittivi con cui dare forma all'insieme caotico degli input sensoriali ricevuti dall'ambiente. … Anzi, potremmo dire che noi stessi siamo proprio questa simulazione: l'intero processo dell'esperienza, nel sogno come nella veglia, non può che svolgersi all'interno di una realtà simulata.’ (Tormen, 2024, pp. 185/186)
[7] “In altri termini, dallo spazio esterno, per sintesi progressive, sono stati estratti (astratti) stimoli con caratteristiche comuni. Dalla concreta esperienza visiva di una barretta orizzontale o verticale si passa alla percezione della “orizzontalità e verticalità”. Orizzontalità e verticalità sono esperienze di tipo concettuale astratto. Ecco la sintesi astraente.” (Ruggieri, 1997, p. 125)
[8] La percezione del corpo e quella dello spazio esterno sono due processi che nel bambino si sviluppano simultaneamente, tanto che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, alla maturazione di questa percezione è strettamente collegato lo sviluppo della personalità. Non può quindi sorprendere il fatto che l'organizzazione dello spazio si rifletta sul corpo e sull'organizzazione psichica, ma anche che, viceversa, cambiamenti a livello psichico e di personalità portino a modificare le caratteristiche dello spazio circostante. (Tolia, Speciani, 2014, p.143)
[9] “Le domande sono strumenti che chiunque può utilizzare, in qualsiasi situazione, per arrivare a delle risposte che varranno solo per quelle persone, in quel momento. E allora, se un maestro, uno psicologo, un genitore, un partner o un amico vogliono agire con saggezza devono limitarsi a porre le giuste domande.” (Gotto, 2024)
[10] “Anche piccoli aggiustamenti nei modi con cui si racconta la propria storia possono avere un impatto significativo nella ristrutturazione più ampia dell’identità personale.” (Stefano Canali).
[11] “Di qui l'importanza data al fatto che sia il sognatore stesso ad addentrarsi nella valenza comunicativa del suo sogno. Perché resta sempre all'individuo la facoltà di procedere nella conoscenza di sé e di avanzare verso una risoluzione delle proprie problematiche conflittuali.” (Carotenuto, 2003, p. 53)
[12] “Affermando che siete principalmente un ponte tra diversi livelli di coscienza, aiutate i vostri pazienti a guardare la loro situazione da una prospettiva più ampia. Siete ancora dei geni, ma dei geni che facilitano il potenziale di trasformazione personale, piuttosto di essere la trasformazione stessa.” (Epstein, 1996, p. 66)
[13] Quegli stessi commenti, implicitamente interpretativi, che Langs vede articolarsi nelle risposte, verbali e gestuali, dei pazienti agli interventi del terapeuta (Langs, 1988).
[14] “Il sogno mantiene, però, un confine soltanto: quello di appartenere tutto al suo sognatore, a chi lo elabora, a chi lo produce e a chi avverte il bisogno di inscenarlo.” (Carotenuto, 2003, p. 52).
[15] “Secondo alcuni ricercatori, tra cui lo stesso LaBerge (Exploring the World of Lucid Dreaming, 1991) sogno e percezione sarebbero due fenomeni profondamente correlati, tanto che lo stato di veglia potrebbe essere descritto come un sogno costretto dagli input sensoriali, mentre quello di sogno come una forma di percezione libera da tale vincolo. Per i sostenitori di simili prospettive, tra cui spicca il nome dello psichiatra statunitense John Allan Hobson, in entrambi i casi sarebbe all'opera lo stesso meccanismo di costruzione dell'esperienza, così che il cervello - che nei due stadi si comporta pressoché nella stessa maniera - appare in questa luce come una sorta di “macchina della realtà virtuale”, un dispositivo in grado di produrre modelli predittivi con cui dar forma all'insieme caotico degli input sensoriali ricevuti dall'ambiente. La coscienza abita proprio questi modelli, così che il processo dell’esperienza - nel sogno come nella veglia - non può che svolgersi all'interno di una realtà simulata. … non solo durante l'attività onirica, in assenza di vincoli esterni, gli schemi e i modelli che strutturano la realtà possono essere elaborati più agevolmente, ma la prevalenza quasi assoluta dello stato di sonno REM nel feto durante l'ultimo trimestre di gravidanza e nel neonato durante i primi mesi di vita suggerisce addirittura che lo sviluppo della coscienza di sogno preceda quello della coscienza di veglia (Hobson, Hong e Friston, ‘Virtual Reality and Consciousness Inferencein Dreaming’, in “Frontiers in psychology” vol. 5, 2014). La realtà percepita durante lo stato di veglia sarebbe stata dunque letteralmente fabbricata in sogno, per poi venire progressivamente raffinata attraverso l'alternanza continua dei due stati: durante il sogno i poteri generativi di tale realtà virtuale sarebbero perfezionati e semplificati, mentre durante la veglia gli stessi sarebbero posti al vaglio degli input sensoriali.’ (Tormen, pp. 205/206).
[16] “La sensazione è un processo basilare o elementare, che non può essere ulteriormente scomposto. La sensazione, dunque, deriva da ciò che gli organi di senso, presenti sul nostro corpo, rilevano e poi traducono in stimoli fisiologici, inviati al cervello come segnali elettrici. Tale processo è definito trasduzione sensoriale, ovvero la trasformazione dell'informazione sensoriale in stimolo elettrico. La percezione, al contrario, è un qualcosa di più complesso, poiché è un processo che mira all'attribuzione di significato ai dati sensoriali percepiti. Per percezione, dunque, si intende un processo avente lo scopo di identificare, ordinare e classificare gli stimoli sensoriali provenienti dal mondo esterno.” (Francesca Fiore)
[17] E più precisamente Hobson si pone in aperta contrapposizione con Freud sostenendo che “… la maggior parte dei sogni non sia né oscura né spurgata, ma piuttosto trasparente e al naturale: i sogni contengono impulsi conflittuali chiaramente significativi, non camuffati, che meritano l'attenzione del sognatore (e di chiunque l'aiuti nell'interpretazione).” (Carotenuto, 2003, p. 57)
[18] “La Convenzione Elettroencefalografica riconosce come individualizzabile un altro ritmo, il theta, che ha frequenze tra i 4 e gli 8 Hertz e che, in condizioni fisiologiche, viene prodotto in grande quantità (fino ad occupare il 90% del tracciato EEG) durante la fase dell’addormentamento, detta anche fase di presonno oppure stato ipnagogico. Il theta è un ritmo molto interessante: allo stato di veglia, quando se ne produce un po’ per qualche secondo, sembra essere associato all’emersione di ricordi remoti oppure a uno stato come di sospensione sognante tra due realtà.’ (M. Margnelli, 2007)
Bibliografia
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[*] Psicologo, psicoterapeuta e analista reichiano. Consulente e formatore per la facilitazione dei gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA) per le associazioni ‘Riconoscere’ ETS laziale e ‘Lidap’ (Lega Italiana per I Distrurbi degli Attacchi di Panico e Agorafobia). Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Via Faleria, 8 Roma.