Numero 2/2025

TERZO CAMPO E DISAGIO MENTALE

THIRD FIELD AND MENTAL DISTRESS

 

Marcello Mannella[*]

 

DOI 10.57613/SIAR79

 

Abstract

 

La società neoliberale è una società alessitimica, non empatica, cinica, improntata al cervello rettiliano, caratterizzata da un’atmosfera emotiva di allarme continuo. L’altro non è mai al mio fianco in un rapporto di fiducia e di solidarietà, ma è piuttosto il mio nemico e, pertanto, da tenere a bada o distruggere se voglio evitare di essere distrutto. È una società in cui l’affettività (cervello limbico) è tacitata - un lusso che non ci si può consentire - mentre la razionalità (la neocorteccia) si riduce ad una facoltà strumentale al servizio della volontà di affermazione economica, tutta tesa ad alimentare e soddisfare l’egoismo e l’egocentrismo. Non è allora per caso che l’ansia sia una delle cifre emotive del nostro tempo.

 

Parole chiave

 

Società neoliberale - economia globalizzata e libero mercato - shock economy - ansia sociale.

 

Abstract

Neoliberal society is an alexithymic, non-empathetic, cynical society, marked by the reptilian brain, characterized by an emotional atmosphere of continuous alarm. The other is never by my side in a relationship of trust and solidarity, but is rather my enemy and, therefore, to be kept at bay or destroyed if I want to avoid being destroyed. It is a society in which affectivity (limbic brain) is silenced, a luxury that cannot be tackled, whereas rationality (the neocortex) is reduced to an instrumental faculty at the service of the will to economic affirmation, entirely aimed at fueling and satisfying selfishness and egocentrism. It is not by chance then that anxiety is one of the emotional traits of our time.

 

Keywords

Neoliberal society - globalized economy and free market - shock economy - social anxiety.

 

Il neoliberismo è una dottrina economica sostenuta negli anni Ottanta del secolo scorso da Reagan negli Stati Uniti e da Thatcher in Inghilterra. Esso si fonda sul presupposto che il mercato dei beni e dei servizi debba essere libero, cioè escludere ogni forma di regolamentazione, affidandosi esclusivamente al gioco della domanda e della offerta – vero e proprio deus ex machina - escludendo qualsiasi funzione di controllo e di mediazione dello Stato. Tali principi sono sostenuti dalla retorica acritica e violenta dei mercati liberi da lacci e laccioli, dal disprezzo per il settore pubblico, dall’illusione di una crescita senza fine (Judt, 2012). A dare manforte alla affermazione globale del neoliberismo è stato il fallimento del modello economico comunista (a partire dalla caduta del muro di Berlino) che ha comportato il pensiero unico che la società neoliberale sia il migliore dei mondi possibili.

La convinzione ormai dominante è che soltanto grazie alla libera concorrenza si ottengano efficienza e redditività, che successo e incremento economico siano gli unici valori e che, pertanto, ciò che non è economicamente redditizio vada eliminato in quanto inutile e sbagliato. Concorrenza e competizione sono riconosciute come le sole forze in grado di promuovere il benessere e finiscono per caratterizzare non soltanto i rapporti professionali, ma anche le relazioni personali. Ogni tentativo di limitarle e regolamentarle è giudicato non soltanto ostile alla libertà individuale, ma anche in contrasto con la naturale diseguaglianza fra gli uomini, alla positiva gerarchia tra forti e deboli.

Ogni forma di politica sociale è pertanto rifiutata. Privatizzazione, deregulation, sono le nuove parole d’ordine. Il ‘libero mercato’ costituisce il terreno d’elezione in cui l’individuo può e deve affermare se stesso conquistando il proprio posto nel mondo. Poveri e disoccupati sono giudicati responsabili della propria malasorte in quanto incapaci di affermarsi in un mondo sociale che pure offre a tutti molteplici opportunità. Se questo è l’angolo prospettico attraverso cui sono inquadrati i rapporti sociali e umani, è evidente che appaia legittima ogni strategia volta a riaffermare la naturale condizione di competizione e diseguaglianza.

Klein (Klein, 2008) sostiene che lo shock emotivo provocato da crisi ed emergenze – guerre, pandemie, crisi energetiche, problemi climatici - consente ai gruppi di potere di imporre riforme impopolari e liberticide. I vissuti di angoscia e di panico fanno sì che le popolazioni diventino docili e “dis-poste” a rinunciare alle prerogative di libertà e ai diritti sociali purché lo stato di crisi abbia fine. Gallino (Gallino, 2015) ha affermato che il fine ultimo dell’azione politica neoliberista è la distruzione dello stato sociale attraverso il susseguirsi di crisi economiche sempre più forti che costringono i governi a tagliare le pensioni, la sanità, il diritto allo studio, e che comportano la pauperizzazione di un sempre maggior numero di cittadini.

La dottrina neoliberista ha comportato un vero e proprio sconvolgimento paradigmatico sociale e mentale. L’attenzione per il benessere generale ha lasciato il posto al perseguimento della ricchezza e del benessere individuali, ha portato al consolidarsi e al formarsi di vecchie e nuove caste, al ricomparire di pronunciate condizioni di privilegio e diseguaglianza sociale, all’affermazione di un’economia globalizzata e canaglia (Napoleoni, 2008). Il cambio di paradigma sociale e mentale non è avvenuto a caso.

Img Mannella depression 4395124 640DepressioneMargaret Thatcher in un’intervista ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è cambiare il cuore e la mente delle persone perché si adattino al nuovo sistema”, (Il neoliberismo dal punto di vista sociologico: cambiare il cuore e la mente delle persone By Sociologicamente – 20 Maggio 2019, Internet) quello della società globalizzata e consumista. La strategia culturale è chiara: sradicare gli individui da ogni esperienza identitaria forte che nasce dal sentimento di appartenenza ad una etnia, ad una tradizione, ad una cultura, ad una religione, persino ad un genere, ad un sesso, ad un orientamento sessuale. È una strategia culturale pervasiva che domina i media, le università, le scuole, la scienza, le istituzioni culturali, la politica. Il fine è di rendere gli individui isolati, senza vincoli identitari culturali, affettivi e sociali, quindi facilmente manipolabili e senza altra possibilità identitaria se non di essere dei meri consumatori sradicati e apolidi.

La società neoliberale rende le persone delle monadi a sé stanti. È una società alessitimica, non empatica, cinica, improntata al cervello rettiliano, caratterizzata da un’atmosfera emotiva di allarme continuo. L’altro non è mai al mio fianco in un rapporto di fiducia e di solidarietà, ma è piuttosto il mio nemico, sempre pronto a sopraffarmi, e, pertanto, da tenere a bada o distruggere se voglio evitare di essere distrutto. È una società in cui l’affettività (cervello limbico) è tacitata - un lusso che non ci si può consentire - mentre la razionalità (la neocorteccia) si riduce ad una facoltà strumentale al servizio della volontà di affermazione economica, tutta tesa ad alimentare e soddisfare l’egoismo e l’egocentrismo. Il principio di prestazione fa da padrone perché l’obiettivo, unico e primario, è quello di entrare a far parte della schiera degli eletti, di coloro che ce l’hanno fatta.

La società neoliberale non è una comunità emozionale. I vincoli identitari e affettivi sui quali nel passato si costituivano i legami sociali, hanno lasciato progressivamente il posto alla convinzione che i legami sociali possano e debbano essere costruiti cognitivamente intorno alle ragioni, ai “valori”, del profitto e del successo personale. Ad essere disconosciuto è il ruolo fondamentale dei legami affettivi sociali. “Ogni società si struttura attorno ad un clima fondamentale che rappresenta l’atmosfera condivisa entro cui si svolge la vita e a partire dalla quale le singole emozioni si organizzano” (Costa, 2024, p.47) .

A generare legame sociale non è tanto il piano normativo, discorsivo, cognitivo, quanto piuttosto l’articolazione emozionale, cioè la produzione e distribuzione delle emozioni. Prima ancora di essere una cultura materiale e produrre merci, ogni società è tale in quanto plasma e articola il sentire. Gli stessi fenomeni dell’alienazione economica, del senso di ingiustizia e di esclusione, sono tali perché vengono esperiti in termini di danni emozionali. (Ibidem). Una società è coesa quando i suoi membri esperiscono un senso di unità e ciascuno trae sufficienti benefici emozionali. Questo sentirsi ed essere insieme, precede ed è in grado di contenere ogni possibile e inevitabile conflitto. Quando invece sono marcate le differenze di status e potere e non tutti ricevono il necessario riconoscimento emozionale – sicurezza, serenità, senso di solidarietà, autostima – ma soltanto danni emozionali, allora il conflitto sociale esplode (Ibidem).

La rabbia dilaga, ma solo fintanto che si avverte la possibilità di riottenere il riconoscimento emozionale. Quando anche questa possibilità è negata o giudicata impossibile, allora subentrano depressione o ansia e un sentimento cupo di fallimento si impossessa delle esistenze. Rabbia, risentimento, furore non svaniscono ma continuano a risuonare nei corpi manifestandosi come ansia, come senso di precarietà e inquietudine perenne. L’ansia è una delle cifre emotive della società del nostro tempo. È il drammatico indicatore che il mondo sociale è diventato minaccioso. Non siamo di fronte ad un’ansia clinica, ma ad una situazione emotiva diffusa e quotidiana che caratterizza il corpo sociale. Essa ci avverte – ne è la coscienza implicita, preriflessiva, corporea - che l’esistenza nel nostro tempo è disagevole perché è divenuta una prestazione e una comparazione continua, un quotidiano essere sottoposti a giudizio: la nostra identità è minacciata dalla possibilità sempre incombente dello scacco sociale ed esistenziale.

L’ansia si rivela un’emozione particolarmente funzionale alle logiche individualistiche e competitive della società neoliberale perché, al contrario della rabbia, non porta le persone a fare fronte comune contro i soprusi e le ingiustizie, ma piuttosto le spinge ad essere resilienti, ad industriarsi per raggiungere un certo status sociale, nella speranza e convinzione che con il raggiungimento del successo l’ansia stessa svanirà. Essa svolge pertanto una funzione politicamente adattiva alle mode, ai costumi correnti alle aspettative conformistiche e omologanti. Ma è soltanto un’illusione, anche per chi sembra avercela fatta l’ansia continuerà ad essere la tonalità emotiva sociale di fondo. Per la maggioranza degli esclusi, invece, non sarà la rabbia ad emergere, ma il sentimento del fallimento e della vergogna sociale.

La società neoliberale è caratterizzata da una costitutiva insicurezza psicologica ed esistenziale: nessuno gode più del diritto di “natura” di essere accolto e inserito nel mondo, ma deve lottare da subito e per sempre per conquistare e mantenere tali prerogative. Non è un caso allora che il nostro tempo registri un aumento vertiginoso del disagio psichico individuale. Ansia e depressione sono le malattie sempre più diffuse in tutte le fasce anagrafiche della popolazione. A testimoniarlo è l’assunzione sempre più massiccia di ansiolitici.

 

 

Bibliografia

Costa, V., 2024 La società dell’ansia. Roma: Schibboleth.

Gallino, L., 2015 Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti. Torino: Einaudi.

Judt T., Guasto è il mondo, Laterza, Bari, 2012.

Klein, N., 2008 Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri. Milano: Bur.

Mannella, M., Il Terzo campo relazionale – prima parte, in PsicoterapiaAnaliticaReichiana, Rivista semestrale online n°1/2025.

Napoleoni, L., 2008 Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale. Milano: Il Saggiatore.

[*]     Psicologo, Psicoterapeuta, Didatta S.I.A.R., Membro dei Comitati Scientifico e Direttivo della S.I.A.R., Membro del board scientifico della collana CorporalMente dell’Editrice Alpes, Membro della redazione della Rivista PsicoterapiaAnaliticaReichiana. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Indirizzo professionale: Via Flaminia, 19-00196 Roma.

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