Numero 2/2025
ANOREXIA
Demetra Di Febo[*]
DOI 10.57613/SIAR84
Abstract
L’articolo offre una lettura contemporanea reichiana dell’anoressia nervosa, evidenziando i suoi aspetti psicologici, corporei e relazionali. Vengono considerati il corpo come strumento di espressione e difesa, e il disturbo come manifestazione di blocchi emotivi e dinamiche di controllo. Attraverso i temi del paradosso tra desiderio e rifiuto, dell’esperienza del vuoto e della percezione del proprio tempo interno, si esplorano le dinamiche profonde della relazione con sé e con gli altri, offrendo uno sguardo sul vissuto corporeo ed emotivo del disturbo.
Parole chiave
Anoressia nervosa - disturbi alimentari – adolescenza - analisi del carattere – tempo – desiderio - vuoto - progetto terapeutico.
Abstract
The article offers a contemporary Reichian perspective on anorexia nervosa, highlighting its psychological, bodily, and relational dimensions. It considers the body as both a means of expression and a form of defense, and views the disorder as a manifestation of emotional blocks and control dynamics. Through themes such as the paradox between desire and refusal, the experience of emptiness, and the perception of one’s inner sense of time, the article explores the deeper dynamics that shape a person’s relationship with themselves and others, shedding light on the bodily and emotional experience of the disorder.
Key words
Anorexia nervosa - eating disorders – adolescence - character analysis – time – desire – emptiness - treatment plan.
L'anoressia è un disturbo dell'alimentazione caratterizzato principalmente da una persistente restrizione nell’assunzione di calorie, un’intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, e dalla presenza di una significativa alterazione della percezione di sé relativa al peso e alla forma del corpo.
L'American Psychiatric Association indica una prevalenza dell’anoressia nelle donne rispetto agli uomini in un rapporto che oscilla tra 6 a 1 e 10 a 1. Questo rapporto di prevalenza cambia però nella popolazione adolescente in cui i maschi sono tra il 19% e il 30% degli anoressici. L’adolescenza e la prima età adulta, tra i 15 e i 24 anni circa, sono i due periodi evolutivi in cui si verifica maggiormente l’esordio sintomatologico, che viene spesso associato a un evento stressante. Tuttavia, in alcuni casi l’età d’insorgenza può essere precoce, prima della pubertà, o tardiva, dopo i 40 anni. In Italia il 5% della popolazione, di cui il 70% adolescenti, è affetta da disturbi del comportamento alimentare, che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo gli incidenti stradali, rappresentano la seconda causa di morte con circa 4 mila decessi l’anno per le ragazze nella fascia d’età tra i 12 e i 25 anni. Il decesso si verifica più comunemente per complicanze mediche o in seguito a suicidio, rischio fortemente elevato nei disturbi alimentari di tipo restrittivo. Secondo i dati nazionali riportati a febbraio 2022 dal Ministero della Salute, c'è stato un aumento del 30% dei casi di disturbi alimentari, in particolar modo di anoressia e bulimia, con un picco soprattutto tra i più giovani (12-17 anni), colpiti fino a quattro volte di più rispetto al periodo pre-Covid. Infatti, nel primo semestre del 2020 sono stati rilevati 230.458 nuovi casi rispetto ai 163.547 registrati nello stesso periodo del 2019. Questi, tra l’altro, sono dati provvisori in quanto riguardano esclusivamente coloro che hanno chiesto aiuto al Sistema sanitario nazionale, escludendo quindi tutti coloro che si sono rivolti a privati o non hanno chiesto alcun aiuto, restando nell’ombra. In correlazione a tale aumento, inoltre, è cresciuto di pari passo il tasso di mortalità.
Un dolore dell'anima
Il termine anoressia deriva dal greco antico ἀνορεξία composto dal prefisso ἀν-privativo che vuol dire "senza" e da ὄρεξις che può essere tradotto con il termine "appetito" o “desiderio”. Quindi anoressia, letteralmente, vuol dire assenza di desiderio/appetito e di primo impatto può sembrare inadeguato se pensiamo che in realtà la maggior parte delle persone affette da questa patologia sperimenta una fame molto intensa che può essere assente solo nelle fasi iniziali, quando vengono prodotti i corpi chetoni che provocano una transitoria mancanza di appetito, o nelle fasi finali del digiuno, quando il soggetto diventa cachettico. Non si tratta, infatti, di una perdita dell’appetito, bensì di un rifiuto nel mangiare che porta ad una significativa riduzione del peso corporeo dell’individuo. La fame esiste, ma va governata perché se si allentasse il controllo si manifesterebbe in tutta la sua potenza e questo sarebbe un grandissimo fallimento per la persona anoressica. L’atteggiamento del soggetto rispetto al proprio peso e alle sue forme corporee è, infatti, di preoccupazione e di continuo controllo. Il pasto non viene vissuto come un momento conviviale ma, al contrario, la tavola imbandita diventa un incubo per le persone che soffrono di anoressia, una situazione ingombrante alla quale bisogna spesso iniziare a preparasi nei giorni precedenti, quasi sempre digiunando. È formidabile come Fabiola De Clercq nel suo racconto autobiografico “Tutto il pane del mondo” racconta dei suoi primi anni di matrimonio, quando, per aderire all’immagine della moglie perfetta, invitava a cena le persone che amava, sapendo perfettamente la sofferenza e la difficoltà che le avrebbe procurato. Racconta di uno stomaco dilatato e di forti dolori durante le cene, in cui continuava a mangiare noccioline, mandorle o pistacchi perché le avrebbero fermato la digestione e quindi prolungato il tempo del vomito. Un solo pensiero, onnipresente e persecutorio occupa la mente del soggetto anoressico, quello del cibo e, legati indissolubilmente ad esso, quelli del corpo e del peso. Ecco il primo grande paradosso dell’anoressia: il cibo da fonte di vita e di piacere, diventa un’ossessione con cui ogni giorno bisogna scontrarsi poiché viene vissuto come un nemico e, in quanto tale, odiato, temuto, rifiutato e di conseguenza sottoposto ad un rigido controllo. Un controllo che richiede energia e una grande forza di volontà perché bisogna resistere alla fame e all’impulso di cedere alla tentazione.
Sono controllate le calorie e le quantità di cibo nel dettaglio; il controllo del peso salendo sulla bilancia avviene ripetutamente nell’arco della giornata, e lo specchio, nonostante possa apparire come un nemico per la persona anoressica, è sempre lì pronto ad “accogliere” l’ennesima ispezione del proprio corpo. Questa diventa la quotidianità della persona, un tempo scandito da cibo, peso e corpo. Ma l’anoressia, come tutti gli altri disturbi alimentari, è un disagio che solo apparentemente riguarda l’appetito. È una soluzione paradossale ad un dolore dell’anima che non si può e non si riesce a comunicare, perché convinti che non venga accolto e compreso, ma che trova una sua manifestazione attraverso il sintomo. Ed il sintomo diventa il porto sicuro in cui approdare per fuggire da una realtà insopportabile; il bisogno del soggetto di dover controllare la propria vita si traduce nella ricerca di un ideale, mai raggiungibile, di perfezione e di distacco dal mondo, che viene comunicato mediante il rifiuto del cibo. Le persone che soffrono di anoressia sentono fortemente il bisogno di essere comprese, sono alla ricerca di uno spazio nel mondo, di un’identità che si fa fatica a costruire. Il digiuno in realtà nasconde una profonda fame, come afferma la De Clercq, non di cibo ma d’amore; una “fame di rapporti autentici, fame di una vita più piena e ricca di significato”. Il sintomo, paradossalmente, è la cura ad un male di vivere, è il tentativo estremo di sopravvivere, ed è per questo che la persona non può pensare di liberarsene e molte volte fa fatica ad abbandonare la prigione del dolore in cui si ritrova rinchiusa.
La pratica del mangiare è un processo bio-psico-socio-culturale in cui l’accettazione di condividere un pasto sottintende che ci sia l’intenzione di creare legami e l’altro viene riconosciuto ed accettato. In adolescenza questo processo assume rilevanza a causa delle sue connessioni con le trasformazioni biologiche, psicologiche e relazionali che l’adolescente deve attraversare. A tal proposito, il rapporto con il cibo può essere visto come espressione dei bisogni e dei conflitti che l’adolescente vive e che ripropone nei suoi contesti sociali.
Il cibo, in adolescenza, è fortemente legato alle dinamiche familiari; in particolar modo il tavolo in cui la famiglia si riunisce per il pranzo o la cena è il luogo in cui avvengono le confessioni, si fanno le rivelazioni, si discute e si litiga. La condivisione degli alimenti, quindi, sottende significati molto più profondi della semplice nutrizione. Nel pasto condiviso in famiglia ci sono il controllo, l’educazione, l’affettività, l’obbedienza e il riconoscimento con una determinata identità familiare. Inoltre il cibo non è solo un mezzo di unione con la propria famiglia, ma può essere anche un mezzo di disgregazione in cui l’adolescente esprime la propria rabbia. Penso che tutti i ragazzi abbiano abbandonato la tavola almeno una volta nella loro adolescenza per ribellarsi ai genitori o esprimere la propria protesta in merito a qualcosa. Il cibo è in questo caso un canale di ribellione attraverso il quale si decide di mandare un messaggio di distacco da una relazione, solitamente genitoriale. In realtà, quello che gli adolescenti chiedono attraverso questi comportamenti è di essere compresi ed essere riconosciuti. Ma l’adolescenza è anche il periodo del cambiamento corporeo e allora il cibo può diventare una minaccia: ci sono alimenti che non possono essere ingeriti perché si è preoccupati delle gambe e dei fianchi troppo grandi, o dei brufoli che emergono, giungendo così al controllo dell’alimentazione attraverso diete e restrizioni alimentari. D’altronde l’accettazione del sé è inevitabilmente legato all’accettazione dell’Altro; l’individuo si accetta nella misura in cui l’Altro lo accetta e per questo l’adolescente è particolarmente attento allo sguardo che hanno gli altri sul proprio corpo. Il cibo, così, non ha più solo una valenza vitale ma assume anche un significato sociale che spesso è in grado di deformare il corpo.

Anoressia e adolescenza
L'adolescenza è un viaggio tra un “prima” e un “dopo”, in un presente pieno di difficoltà. Il cambiamento è radicale e tumultuoso, poiché si perdono le certezze fornite dal pensiero concreto del bambino, e si evolve verso qualcosa di cui, anche sotto il profilo fisico, non si intravedono bene i contorni. Cambia il modo di pensare, il mondo viene visto con occhi diversi e insorgono nuovi desideri e bisogni. Questo processo di crescita prevede una presa di distanza dai genitori, con i quali sono abbastanza frequenti i litigi e le incomprensioni, per cercare una propria dimensione più autonoma, trovandosi così a vivere i propri stati interni in una collettività che spesso impone una crescita difforme e non sempre evolutiva. La sensazione di essere soli è frequente, l’adolescente si ascolta e cerca di interpretare le proprie emozioni; è difficile confidarsi ed esprimere i propri sentimenti, per paura di non essere ascoltati o capiti, o peggio ancora, di essere trattati come bambini.
La transizione dell'adolescente avviene anche attraverso i cambiamenti all'interno del sistema neuroendocrino, che, nel corso di tutta la vita, manterrà una funzione fondamentale in un rapporto continuo con le complessità evolutive. Il maschio va incontro, già a partire dagli 8 anni, ad un aumento graduale delle gonadotropine ipofisarie, che culmina tra gli 11 e i 16 anni. Questo coincide, nelle femmine, con l'inizio delle mestruazioni, che porta con sé il confronto, da cui ormai non si può più fuggire, di essere donna. Le modalità di secrezione endocrina influenzano la comparsa dei caratteri sessuali secondari; ma l'inizio e la velocità di questi cambiamenti sono variabili a seconda dei singoli individui. In questa fase della vita, l'adolescente va alla ricerca della propria identità, che può essere definita quando i mondi esterni e i mondi interni, connettendosi, prendono forma all'interno delle relazioni. È possibile sperimentare l'individualità solo se si vive la tensione tra separazione e associazione. Infatti, la separazione, e quindi la maturazione adolescenziale, necessita del riconoscimento della differenza e della somiglianza affinché ci possa essere autonomia. L'adolescente deve avere la forza di distaccarsi fisicamente da colui che se ne prende cura, perché sa che con esso continua ad esserci relazione e somiglianza. Tutto questo vuol dire, quindi, che la storia individuale, da cui nasce l'identità personale, è un sistema immerso nel contesto familiare e nel mondo socio-culturale.
La pubertà provoca delle trasformazioni del corpo che rimandano al reale delle pulsioni sessuali e del godimento. Durante l'adolescenza avvengono, infatti, i primi turbamenti erotico-sessuali che rimandano alla visione dell'Altro come Altro sessuato. È in questa particolare fase di passaggio che possono avvenire dei turbamenti nell’adolescente; un esempio è il fenomeno della dismorfofobia, caratterizzato da una soggettiva sensazione di deformità o di difetto fisico, anche se le sembianze fisiche del soggetto sono normali. L'individuo vive il proprio corpo come deformato e inaccettabile, a tal punto che la propria esistenza è governata da questa preoccupazione e nient'altro ha più significato. Avviene qualcosa che rompe l'incanto immaginario e narcisistico della propria immagine sullo specchio, una immagine deformata che rimarca la presenza di una spaccatura tra il reale e l'ideale. L'immagine così, non restituisce la propria identità all'adolescente, ma solo una sensazione di angoscia per la visione allo specchio di una mostruosa alterazione.
Per mezzo del digiuno l’adolescente costruisce una barriera, un muro tra sé e il mondo, che gli permette di non mostrare parti di sé ritenute non accettabili all’altro ma anche a se stesso. L’adolescente, attraverso il sintomo alimentare mura in realtà i suoi bisogni e desideri, convinto che solo così può acquisire realmente il controllo della propria vita. Si controlla la fame come possibilità di riprendere in mano il proprio corpo ed i propri istinti. Si controllano i comportamenti alimentari e si negano i comportamenti sessuali, due dei principali bisogni primari: la sopravvivenza alimentare attraverso il comportamento alimentare e la sopravvivenza della specie attraverso il comportamento sessuale. Non è quindi un caso se l’anoressia si manifesta durante l’adolescenza, in questa fase di passaggio in cui si vive una profonda angoscia di separazione e in cui diventa necessario integrare e fare incontrare il proprio sé con l’altro da sé. Questo, però, non è possibile per la persona anoressica che abita sulla soglia, e cerca di controllare il dentro e il fuori attraverso un enorme NO al cibo, bloccando così il tempo biologico in un tempo infinito… in un tempo sospeso.
L'anoressia e il tempo
Oggi viviamo un’ insufficienza di tempo che non riguarda più il torace, in cui il disturbo principale era di tipo depressivo. Adesso siamo scesi nel viscerale, in una società in cui c’è la volatilità e la rarefazione, in cui si vive il grande furto delle relazioni e lo spostamento degli attrattori mediatici ha portato a far salire l’interesse al cognitivo; ma le relazioni non sono scambi cognitivi, vivono a livello dei circuiti limbici, sono fatte di tempo, e se il tempo accelera si provoca un’aridità dell’affettività giungendo così ad una rarefazione della relazione provocando una insufficienza di energia. C’è una dissociazione tra il tempo interno neghentropico, che è verticale e rallentato, ed il tempo esterno che invece è orizzontale, liquido ma soprattutto accelerato. L’essere umano oscilla tra la ricerca del godimento immediato e il collasso nel vuoto, in una condizione di precario equilibrio.
È in questa realtà sociale che si manifesta uno dei tanti paradossi di questa malattia: se da un lato la persona anoressica vive un’accelerazione del pensiero e delle attività motorie che tendono al continuo controllo, dall’altro fa esperienza di una sospensione del tempo interno. Chi soffre di anoressia ha, infatti, difficoltà a vivere il tempo in un continuum storiografico e biografico, le sue narrazioni restano sempre incentrate sul presente, sull’attimo, sul sintomo e su quel corpo che non va mai bene.
Il tempo nell'anoressia si è fermato, e ce lo ricorda costantemente il loro corpo così gracile e privo di forma, che non ci permette di catalogare la loro età e che mostra un’immagine corporea completamente desessualizzata. L’orologio biologico si è fermato, la crescita e lo sviluppo si sono bloccati. Una sospensione del tempo che nelle ragazze è quasi sempre rappresentata dalla comparsa dell’amenorrea: un grande grido di aiuto che viene fatto ancor prima che il proprio corpo diventi uno scheletro. In anoressia quindi l’amenorrea rappresenta proprio la volontà di fermare il tempo, che appartiene al sentire, e che cela un significato ancora più profondo: la volontà di bloccare la vita.
Come afferma il Dott. Mendolicchio infatti “Il disturbo alimentare consente loro di disinvestire sul proprio futuro, alleggerendo il carico delle responsabilità di cui spesso si sentono vittime”. E il riapparire delle mestruazioni può essere vissuto dalle anoressiche come qualcosa di pericoloso perché vorrebbe dire che la vita ricomincia e ci si può rimettere in cammino. Ha il sapore di una rinascita, di un tempo che torna, di una storia che, imprigionata fino ad allora nel corpo, può tornare ad essere vissuta; ma tutto questo spaventa.
Un enorme paradosso se si pensa che ciò che porta queste ragazze verso il rischio di morire è in realtà una grande voglia di vivere. La morte, infatti, è un tema quasi sempre rinnegato in anoressia. Un grande paradosso si muove attorno al loro rapporto con la morte: da un lato viene negata, dall’altro c’è una sfida continua nei suoi confronti. Come afferma la De Clercq “per dimostrare la mia volontà di vivere, malgrado tutto, io non vivo”.
L’anoressia è, dunque, un rifiuto del cibo che cela un grande NO che l'anoressico dice al mondo intorno a sé. Il vuoto di cui si parla non è dello stomaco, ma è più antico e profondo, un vuoto del cuore, che vive con l’individuo dalla sua origine. “Il vuoto è infatti la condizione perché possa esistere, insieme alla mancanza, il desiderio” (L’ultima cena, p.30-31). La persona anoressica lo incorpora e lo difende rifiutando di mangiare e diventando essa stessa mancanza a essere. La loro sembra essere una battaglia in cui vogliono affermare a tutto il mondo che si può vivere anche senza l’Altro. Ma questo in realtà nasconde un bisogno enorme di essere Altro, un bisogno grande di amore.
Analisi del carattere dell’anoressica
“Aria” è il nome che ho scelto di dare all’anoressica tipo, colei che arriva nei nostri studi accompagnata solitamente dalla madre, una donna ben curata e di bella presenza, con gli occhi che non riescono a nascondere la disperazione. Ho scelto il nome Aria perché la paziente anoressica è così magra da sembrare invisibile, proprio come l’aria, così leggera, inafferrabile. Se ci fermiamo a riflettere sull’invisibilità, sembra essere il desiderio ardito dell’anoressica, o forse un costante sentirsi tali nel corso della vita. Invisibili, cosa vuol dire esserlo? Perché si sceglie di esserlo? Ma soprattutto sarebbe interessante chiedersi se davvero una ragazzina di 14 anni che pesa 20kg ci sta chiedendo di non essere guardata. Oppure, con il suo corpo così sottile e quasi invisibile sta cercando di farsi vedere davvero e ci sta chiedendo, disperatamente, di aiutarla ad essere vista e a vedere? Le ragazze come Aria, la paziente che ho immaginato arrivare nel mio studio, hanno solitamente un’età compresa tra i 12 e i 17 anni, onestamente è quasi impossibile riuscire a capirlo, si può solo intuire conoscendo la fascia d’età di chi vive questo tipo di problemi. Lei, l’anoressica tipo, non arriva quasi mai a viso basso, ma si presenta sempre con la testa ben alzata, dritta, quasi come se volesse spaventare l’altro, ma in realtà, osservandola bene, i suoi occhi cercano di non incrociare mai quelli dello specialista, perché se mai ciò dovesse accadere vorrebbe dire scontrarsi con un mare che ci regala tutte le sfumature dell’azzurro ed ogni sfumatura racconta una storia che forse neanche la nostra paziente ricorda di aver vissuto. Storie che fanno male, storie che hanno lasciato segni ben incisi sul suo corpo. Storie che devono essere dimenticate, che non possono essere raccontate, e questo ce lo spiega bene la bocca dell’anoressica: rigida e chiusa, tipica di chi non vuole farvi entrare nulla; un grande NO che viene rinforzato da un mento proteso in avanti e da un collo lungo e rigido.
Non può permettersi l’ingresso di alcun cibo né bevanda, perché se ciò dovesse accadere vorrebbe dire aver “ceduto” e quella bocca sottile e rigida si spalancherebbe, come in un profondo urlo, per poter vomitare tutto, fino all’ultimo boccone. Il vomito però deve essere controllato, e nell’anoressica questo controllo avviene nel collo rigido e bloccato. Tira su il suo collo, come una ballerina di danza classica, cercando di andare nei piani più alti del suo palazzo alla ricerca di risposte, ma il dramma è proprio qui, perché più cerca e più si allontana, perché le risposte in realtà le deve cercare più giù, nella profondità. L’anoressica, quindi, risponde con il collo rimanendo lontana dalla sua sofferenza, che è appunto più antica e profonda. Su quel collo si esprime un enorme blocco narcisistico che risulta essere la risposta difensiva che le pazienti come Aria ci portano nei nostri incontri. Un ritiro narcisistico per allontanarsi dalla paura profonda, dall’angoscia di separazione e dal vuoto di sentire. Un rifugio per difendersi dal bisogno d’amore. C’è una tensione estrema verso la verticalità che impedisce l’espressione di una capacità visiva reale; potremmo dire che c’è un ingorgo energetico a livello oculare che non le permette di vedere bene.
Se volessimo spiegarla con la teoria dei tre cervelli di Mac Lean si potrebbe affermare che l’anoressica attiva il rettiliano e la neo cortex rimuovendo totalmente il sistema limbico. Tutto viene spostato sui piani superiori, tutto viene razionalizzato, così da evitare di vedere che in realtà il problema riguarda sì l’oralità, ma quella primaria, della prima grande bocca. I denti serrati, il collo rigido, il torace bloccato, sono l’espressione di un dolore più profondo, di una sofferenza narcisistica vissuta durante la fase intrauterina, durante la quale non si è stabilita una buona relazione con la madre. Possiamo collocare questo trauma nei primi mesi di vita intrauterina, in cui il feto incontra un utero molto probabilmente rigido e contratto. Sento quindi di poter affermare che l’anoressia ha una risonanza sulla prima grande bocca, cioè la fase intrauterina, il sesto livello, che è colpito, offeso e pienamente coinvolto.
Potremmo anche ipotizzare una difficoltà presentatasi durante la fase oro-labiale: un allattamento non del tutto soddisfatto; una madre forse affaticata o depressa; una insufficienza o una carenza di latte. L’esperienza con il cibo può aver avuto delle difficoltà. Alle pazienti come Aria è stata tolta la possibilità del con-tatto con la madre. Fabiola De Clerq nel suo libro racconta del terrore che l’ha accompagnata durante tutti gli anni della malattia: la paura di crollare e non farcela più a rialzarsi.
Il progetto terapeutico
Il primo principio attivo di un percorso terapeutico è costituito dalla relazione paziente – analista. L’analista dovrà stare attento alla propria posizione nel setting analitico, perché da un lato potrebbe rischiare di farsi travolgere dalla paziente che ha enormi difficoltà ad affidarsi e che pone subito il controllo anche della terapia e della relazione terapeutica; dall’altro però, proprio per paura di farsi manovrare dalla paziente, il terapeuta potrebbe essere troppo rigido e direttivo rischiando così, non tanto di far scappare la paziente, quanto di non realizzare un contatto.
Quel vuoto che i pazienti anoressici ci portano nei nostri studi anche senza raccontarcelo, è talmente evidente che verrebbe da riempirlo completamente, ma in realtà è un vuoto con cui hanno vissuto fino a quel momento e risulterebbe rischioso colmarlo, bisogna invece comprenderlo. Per questo l’analista deve assumere una posizione di primo campo, di chi sa accogliere ma con una giusta distanza, rispettando le resistenze e le paure. Deve, però, calibrare la sua posizione da primo campo e non farsi impietosire dalla situazione sicuramente delicata in cui si trova il paziente, perché in questo modo rischierebbe di vedere solo quell’aspetto fragile e indifeso dell’anoressia e rischierebbe di sciogliere quella sua difesa che non è congruente con la cura. Nel frattempo il terapeuta deve presentarsi anche come un secondo campo strutturante, che possa aiutare a mettere gli occhi sulle cose per imparare a guardarle bene, senza ingorghi. Il rischio, però, in questa posizione è quello di cadere in una sfida simmetrica con il paziente, che si presenta come sicuro, una posizione interna necessaria per poter andare oltre.
Potrebbe dunque, essere davvero frustrante lavorare con loro perché sembra che sia sempre presente il rischio di sbagliare e perché non c’è quasi mai una restituzione da parte di questi pazienti al loro analista in quanto restano bloccate sui loro NO difensivi. Il terapeuta, quindi, perché possa sentire la persona anoressica, deve entrarvi in risonanza con il sesto livello, deve stare con il collo disteso e un torace che respira. Ma per poter fare questo deve essere consapevole della grande problematica che il paziente porta: la morte inclusa nella vita, la sua sfida continua con la morte. Il terapeuta come primo campo accogliente e nutriente dovrà saper scaldare il paziente così che tutte le rigidità possano sciogliersi con i giusti tempi, ma come secondo campo dovrà essere anche saldo e fermo così che il paziente possa muoversi senza paura nelle tenebre della sua storia, sapendo che c’è un punto fermo a cui poter tornare.
Il secondo principio attivo da prendere in considerazione per poter fare un progetto terapeutico mirato riguarda l’attivazione corporea, che viene fatta con la tecnica della Vegetoterapia Analitico-Caratteriale, che lavora direttamente sulla vita emotiva, istintiva ed affettiva della persona. In analisi reichiana il linguaggio del corpo è il messaggio più significativo, in quanto è l’espressione dei segni incisi dalle relazioni oggettuali. Per questo, la Vegetoterapia è molto importante, perché attraverso gli acting si possono leggere i messaggi del corpo più profondi. Essi permettono alla persona di attivare un ricordo o un’emozione, e rendono possibile il lavoro sulla sua storia evolutiva, sulla sua freccia del tempo, in quanto ogni acting è connesso a una delle fasi evolutive che la persona attraversa.
Ma, proprio perché il corpo è pienamente coinvolto e colpito nella storia delle persone anoressiche, prima di proporre il passaggio ad una posizione supina, in quanto gli acting vengono fatti sul lettino, credo che possa essere molto utile fare un’analisi del carattere insieme ai pazienti. Un’analisi del carattere condivisa è, infatti, un’opportunità per loro di iniziare a leggere i propri sintomi e di poter sentire ciò che fino ad allora hanno cercato di anestetizzare imprigionando il proprio corpo in un tempo sospeso.
Successivamente, il primo acting che proporrei è la “rotazione degli occhi”. Si tratta di una attivazione che coinvolge il 1° livello corporeo relazionale e consiste in un movimento circolare e volontario che, come tutti i movimenti degli occhi, attiva l’area della corteccia prefrontale andando a stimolare quei pattern di maggiore complessità evolutiva. Questo acting dà la possibilità di metacomunicare sulle informazioni che emergono dal sentire, permettendo quindi di giungere ad una libertà di pensiero. Inizierei con questa attivazione corporea perché i pazienti anoressici abitano i piani alti del palazzo della loro evoluzione, in particolar modo acquisiscono forza e sicurezza grazie al controllo che attuano attraverso i loro occhi. Nell’anoressia c’è una tensione estrema verso la verticalità che impedisce però l’espressione di una capacità visiva reale, c’è un ingorgo energetico a livello oculare e fare una rotazione degli occhi può aiutare ad allentare l’allarme, grazie ad una riapertura degli orizzonti visivi e ad un nuovo sguardo sul proprio mondo. Questa attivazione infatti distende la colonna vertebrale, allentando l’allarme, grazie all’aumento del controllo della corteccia prefrontale, permettendo orizzonti visivi più ampi e ansiolitici, una maggior sostenibilità del Super Io ed un respiro più toracico ed affettivo. Questo serve per poter illuminare il territorio attorno a sé, guardare le scene attuali e passate della propria storia, integrandole e dando loro un senso, il loro senso, così da guardare la propria vita attraverso una visione più meta. Ritengo che questa attivazione corporea possa essere un primo grande passo verso un lavoro che dovrà raggiungere sempre di più la profondità, verso quel 6° livello colpito, offeso e pienamente coinvolto. A questo punto, quindi, proporrei di combinare la rotazione degli occhi con l’attivazione corporea delle mani dell’analista sul collo del paziente. Dalla rotazione degli occhi con la penna-luce arriverei a proporre un acting di contatto, con le mani dell’analista che non devono essere, però, troppo calde, ma devono trovare un buon equilibrio per poter entrare in quel 3° livello così tanto bloccato in anoressia. Mani che non devono sciogliere le mastoidi ma devono dare un supporto leggero mentre il paziente fa la sua rotazione degli occhi e ha l’opportunità, se vuole, di incontrare gli occhi dell’analista. Con questa combinazione facciamo in modo che l’analizzato possa guardare attorno a sé mentre ha un supporto che l’aiuta ad allentare un po' le sue tensioni corporee, a partire proprio dal collo. Entriamo, così, sempre più nel profondo, cercando di raggiungere il 6° livello. In quest’area ombelico-addominale c’è un vuoto enorme, con il quale il paziente ha imparato a vivere e dal quale, allo stesso tempo, ha preso le distanze perché colmare un vuoto è davvero doloroso. Bisogna quindi entrarci con delicatezza, in punta di piedi, con i tempi dettati dalla sostenibilità del paziente.
Giungerei solo in una fase più avanzata della terapia a fare un’attivazione corporea che coinvolge in forma diretta la fase intrauterina. Nello specifico non escluderei di poter fare, nei tempi giusti per la storia di ogni paziente, l’acting delle “mani a conchiglia sui padiglioni auricolari”. È sicuramente un’attivazione estremamente complessa in quanto il padiglione auricolare è quella parte del corpo che richiama il sentire più antico dell’ambiente liquido, e ci mette in relazione con le memorie implicite. Ci porta nel tempo intrauterino, nella relazione oggettuale primaria fra il piccolo e la madre-utero. È, inoltre, un acting che prevede un contatto fisico, richiede attenzione e bisogna quindi valutare bene come e quando lo si fa. Ricordiamoci che i pazienti anoressici arrivano pieni di paure legate al fidarsi ed all’affidarsi, il terapeuta prima di poter fare o dire qualcosa deve essere sottoposto ad un’accurata analisi, e solo se ha superato l’esame può entrare con molta delicatezza nel mondo della paziente.
Per concludere questo percorso che va verso la possibilità di cura dell’anoressia, prendiamo in esame il terzo ed ultimo principio attivo che serve per il raggiungimento di un buon progetto terapeutico mirato. Il terzo principio attivo in psicoterapia è la psicofarmacologia. La possibilità di somministrare un farmaco viene sempre presa in considerazione in quanto la persona viene in terapia con una domanda clinica, un bisogno terapeutico. Questo principio attivo non viene però utilizzato sempre e per forza: l’utilizzo dei farmaci dipende dalle situazioni e dal livello-stato in cui si presenta il paziente. La psicofarmacoterapia carattero-analitica prevede la somministrazione di un farmaco per quel pattern specifico, ai dosaggi appropriati per una specifica persona e un tempo ben preciso. Il farmaco infatti viene dato all’interno di una specifica relazione e di un determinato contesto. Questo principio attivo ci rivela non solo l’importanza dell’individualità della persona ma anche del dialogo tra psicoterapeuta e psichiatra in quanto è quest’ultimo che darà le indicazioni sulla somministrazione del farmaco, sul suo senso e significato là dove ce n’è bisogno. Per quanto riguarda il progetto terapeutico specifico per un paziente anoressico non possiamo, quindi, affermare in questa sede se è necessario o meno la somministrazione di farmaci in quanto non stiamo prendendo in esame una specifica storia di anoressia. Quello che però ritengo sia importante prendere in considerazione quando viene fatto un progetto terapeutico mirato per un paziente anoressico è il lavoro di equipe che deve essere composta dalla triade medico/psichiatra, psicoterapeuta e dietista/nutrizionista, in quanto il paziente presenta uno scompenso sia organico che psichico. Devono quindi esserci sempre due principali ambiti d’intervento: l’ambito clinico-nutrizionale in cui sono coinvolti il medico generale, il nutrizionista e il dietista; l’ambito psicologico-psichiatrico che richiede l’intervento dello psicoterapeuta e dello psichiatra.
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[*] Psicologa, Psicoterapeuta, Analista reichiana, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Indirizzo professionale: Via Napoli 6/b - Roseto degli Abruzzi (TE).