L’INSULTO

Il disturbo post-traumatico da stress e il corpo

 

Giuseppe Ciardiello[*]

 

Abstract

        In questo articolo un film è preso a pretesto per problematizzare il tema della fiducia e dell’espressione verbale. Ma, le parole possono comunicare quanto si prova solo con il coinvolgimento espressivo dei corpi. Ciò vale specialmente per i traumi che, producendo reazioni corporee interrotte sospese nelle contrazioni muscolari, rappresentano gli agiti dei PDST.

 

Parole chiave

Trauma - PDST (Disturbo Post-traumatico da Stress) -  corpo-  organismo - memoria implicita - parole.

 

Abstract

     In this article a movie is used to analize the topic of trust and verbal expression. But words can only communicate feelings through the meaningful involvement of the body language. This is especially true for traumas which, by producing interrupted body reactions hanging in the muscular contractions, represent the acting out of PTSD.

 

Key words

     Trauma - PTSD (post-traumatic stress disorder) - body- organism – implicit memory - words

 

     Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PDST) non è sempre facilmente rilevabile nel corso della vita delle persone né nell’immediato della sua formazione. Può passare inosservato, anche per molti anni, camuffandosi da espressione caratteriale e apparire un abituale modo d’essere in quanto evento relazionale di tipo storico evolutivo in quanto: “… le reazioni alle situazioni che costituiscono una minaccia per la vita restano sintomatiche finché non sono completate. Abbiamo quindi a che fare con tendenze all’azione, azioni non giunte a completamento, che si evidenziano attraverso tensioni muscolari croniche, disposizioni a reagire con determinate reazioni motorie, emotive, cognitive e atteggiamenti nei confronti della minaccia che si presentano indipendentemente dal contesto ambientale in cui ci si trova” (Giannantonio, 2013, pag. 80).

      A questa difficoltà d’individuazione del disturbo si aggiunge l’abituale tendenza all’interpretazione diagnostica di noi operatori, che confligge ulteriormente con la sua identificazione. Ciò può accadere, per esempio, quando sono immaginati gli eventi che possono aver determinato un trauma ancora prima di averne condotta l’indagine. Gli eventi ipotizzati, che attengono all’esperienza personale dell’esaminatore, possono colludere con la fantasia empatica del desiderio d’aiuto e alimentare le ragioni controtransferali.

      Contrariamente al trauma fisico che rende immediatamente evidente la menomazione, ma in analogia con i disturbi dell’umore, di panico, della personalità, e in genere con tutti i disturbi psicologici, il PDST si può inscrivere come reazione emotiva ‘sospesa’ in quella parte della personalità che ha a che fare con il carattere, con i rapporti e le relazioni. Esso vi s’inserisce soprattutto in quei processi evolutivi precoci che si organizzano nel tentativo di superarlo risolvendolo: “Come ha notato Janet: i pazienti traumatizzati stanno continuando l’azione, o piuttosto il tentativo di azione, che è cominciato quando è accaduto l’evento e si logorano in questi nuovi inizi senza fine” (Ogden et aa., 2013, pag. XXII). Essendo però mancata l’esperienza corrispondente a una risoluzione riparativa, il trauma originario persiste e si riattiva in modo sempre uguale nei suoi schemi originari ripresentandosi ogni volta che si riattivano le corrispondenti configurazioni che persistono nella memoria somatica, comunemente nota anche come memoria implicita: “In particolare, in letteratura si impiega frequentemente il termine ‘memoria somatica’ utilizzato clinicamente per identificare la memoria corporea implicita”. (Giannantonio, 2013 pag. 37).

      Inserito nei precoci schemi relazionali, il trauma tende a colorare di sé anche gli aspetti concettuali e ideologici influendo sulle convinzioni politiche e sociali. Se poi alla sua costruzione contribuisce anche uno stato di degrado e violenza, il persistere di tale condizione alimenterà e sarà alimentata dai bisogni relazionali vissuti nei confronti delle persone e delle relazioni, generando emozioni pregiudizievoli e convinzioni aprioristiche e fatalistiche, fino al limite del patologico.

     Considerando tutti gli aspetti umani che il trauma coinvolge appare quantomeno strano che il corpo sia sempre stato poco considerato in riferimento a questo disturbo, e ciò nonostante il fatto che già nel 1978 Malmo[1] dimostrasse ampiamente che qualsiasi apprendimento evolutivo passa per l’esperienza corporea, che qualunque forma di pensiero, anche astratto o di recupero mnestico, attivi delle contrazioni muscolari.

     Ad oggi da molti punti di vista è evidente che l’evento traumatico coinvolge l’intero organismo, sia nel formarsi sia quando riappare nei sintomi e si sa anche che, insieme al pensiero, a un esito corporeo è destinato anche ogni comportamento emotivo: “Nina Bull, Jaak Panksepp, Antonio Damasio e altri autori hanno dimostrato che ciascun particolare stato emotivo attiva automaticamente distinte tendenze all’azione: una programmata sequenza di azioni.” (Ogden et aa., 2013, pag. XXI).

     Per questi motivi anche le soluzioni riparatrici dovrebbero coinvolgere il corpo poiché il corpo, nel quale viviamo, è l’unico strumento di mediazione tra la realtà e la nostra, individuale e soggettiva,costruzione e comprensione della realtà stessa.

     Ciò sarà ancora più vero nell’ambito psicoterapeutico perché, in particolar modo per i traumi, ci si occupa d’interventi riparativi oltre che di conoscenza. L’impossibilità a risolvere un vissuto traumatico agendo unicamente sugli aspetti cognitivi, appare essere una possibile chiave di lettura di uno dei film più belli dell’appena passata stagione cinematografica.

     Se ho guardato bene quello che mi scorreva davanti agli occhi, e ho veramente visto ciò che lo sguardo mi suggeriva, credo di poter sintetizzare la sua trama per un fine psicologico, affermando che questo film sembra anche sottolineare l’importanza che il corpo assume nei vissuti relazionali in cui l’esperienza vissuta nel corpo conta più di ogni altra cosa ai fini del rapporto relazionale.

     Il film in questione è L’insulto, di Ziad Doueiri del 2017, ambientato in Libano. La storia è molto semplice. Un banale incidente si trasforma in una disputa tra due persone, Toni e Yasser, arrivando a coinvolgere interessi nazionali. I due vivono a Beirut ai giorni nostri. Toni è un libanese cristiano e Yasser un rifugiato palestinese. Pur venendo tra loro in contatto per motivi assolutamente banali, già dalle prime battute si possono cogliere aspetti dinamici importanti. Yasser, sovrintendente ai lavori di ristrutturazione cittadina, dopo aver invitato Toni a deviare il tubo di scarico del suo balcone, che dirige l’acqua al centro della strada con il rischio di investire i passanti, in seguito al suo rifiuto decide di intervenire correggendone arbitrariamente il getto.

     La reazione di Toni è immediata e violenta. Con sfregio distrugge il condotto appena modificato, a colpi di martello alla presenza degli stessi autori. A quest’atto la risposta di Yasser, in tono con l’offesa, si riduce a poche parole ‘… sei un cane! ’. Poche battute che trascinano da subito lo spettatore in un magico coinvolgimento dove sperimenta forti vissuti emotivi anche se sollecitati da banale realtà quotidiana. Si tratta di uno di quei tanti eventi comuni, insignificanti ma che, in questo caso, è reso drammatico dall’implicito sottotesto che vede l’appartenenza dei due a gruppi sociali e culturali distinti e avversi per un non detto storico, ma anche sostenuto da vissuti personali.

     I mezzi e gli strumenti interattivi cui si è abituati, i gesti, le azioni e i suoni verbali normalmente usati per modulare i caratteri, i pensieri, le sensazioni e i sentimenti, in questo caso sono usati per offendere e le parole si trasformano in oggetti contundenti. E noi psicologi sappiamo che quando qualcosa scatta negli animi delle persone, e le parole si articolano contenendo altro, vuol dire che c’è qualcosa di sospeso e ancora vivo: “… dal 1889 (Janet) ha notato che gli individui traumatizzati sono inclini a rispondere a ciò che ricorda il passato coinvolgendosi automaticamente in azioni fisiche che devono essere appropriate al momento del trauma, ma che ora sono irrilevanti.” (op.cit., Ogden, 2013, XXII).

     Da spettatori si è disponibili all’identificazione, così, quando la bufera si dispiega, i nostri sensi riproducono il vissuto di un’indiscutibile verità psicologica: anche se il significato delle parole è dato da ciò che rappresentano, nel loro effetto si avverte che la forza non è in loro stesse ma nell’uso che ne fa chi le coglie e nella loro interpretazione.

     In apparenza la funzione delle parole è solo quella di raccontare fatti designando oggetti e azioni. Lo scopo dovrebbe essere quello di arricchire di narrazioni e di storie il mondo personale e interpersonale così da costituire archivi mnestici da cui estrarre materiale per scambiare opinioni e pareri e per guidarci nelle scelte per il futuro.

     Presto però si scopre che nelle interazioni le parole non significano solo se stesse perché si colorano dei sentimenti e delle emozioni che attraversano il corpo sotto forma di correnti energetiche. Questa coloritura conferisce alle parole aspetti funzionali particolari che così, oltre a dare un valore simbolico specificamente significante agli oggetti rappresentati, acquisiscono anche valore metaforico per gli agiti, soggettivamente veri, delle persone coinvolte. In questi scambi verbali non sempre sono rese comprensibili le intenzioni di chi queste parole usa, intenzioni che restano volutamente a basso volume e lasciano alla discrezionalità del ricevente l’onere dell’interpretazione.

immagine Ciardiello senza didascaliaLocandina del film "L' insulto"

     Per esempio, la parola cane, il cui significato simbolico fa riferimento all’animale a quattro zampe che tutti conoscono, nelle relazioni può assumere aspetti metaforici vestendo tutti i significati, negativi o positivi, che la sfera umana delle emozioni può convogliare. A seconda della funzione svolta, la parola cane può far riferimento alla fedeltà, all’amicizia, alla rabbia, alla bramosia, all’istinto, alla cura, all’azzannamento, alla corsa, all’allattamento, ecc. individuando ampi ventagli emotivi di significato e designando svariate dimensioni psicologiche implicate.

     Nel caso rappresentato dal film il termine assume un significato univoco spregiativo facendoci scoprire con sorpresa questa ambigua caratteristiche che tutte le parole possono assumere. Se usate per qualificare e designare le persone, il loro destino simbolico si svuota e ne assumono subito un altro, decisamente metaforico, per cui anche le parole apparentemente neutre come nero, bianco, donna, uomo, alto, basso, magro ecc., avranno sempre un duplice significato che rende necessario esplicitarne il senso (Volli, 2014).

     Nel nostro film il corpo di Yasser, vibrante della collera che il gesto di Toni gli ha scatenato, affida alla voce, alle labbra e all’apparato fonatorio l’indignazione provata e usa la parola cane come una pietra in una fionda! Si avverte allora la drammaticità e il limite nell’uso delle parole che, anche quando assumono funzioni corporee, non possono arrivare a sostituirle totalmente e farne le veci. Quando nell’offesa sono coinvolte le urgenze emotive dell’espressione corporea, specie se traumaticamente interrotta, e anche se di antica memoria, queste investono con tutta la loro forza le relazioni in atto risvegliando il trauma, il ricordo, l’impotenza fisica e psicologica vissuta perché: “… il trauma viene nuovamente recitato nel respiro, nei gesti, nelle percezioni sensoriali, nel movimento, nell’emozione e nel pensiero.” (Ogden et aa., 2013, pag.XXVII).

     In questi casi si avverte un’impotenza un po’ paradossale nell’uso delle parole consistente nel fatto che falliscono proprio nella loro funzione principale. Tale funzione consisterebbe nella riproduzione negli altri, tramite la mediazione di rimandi descrittivi, dell’esperienza dell’emittente. Ma, avendo una valenza formale e simbolica, piuttosto che sostanziale, l’esperienza che raccontano può essere solo narrata e non vissuta, mentre l’esperienza è innanzi tutto un fenomeno fisico (Reich, 1933).

     Allora, quando nel film gli animi si sono esacerbati, e l’esasperazione del conflitto tra i due rischia di coinvolgere anche l’azienda in cui lavora Yasser, su pressione dei suoi dirigenti, lui accetta di recarsi all’officina di Toni per chiedergli scusa. Ma la richiesta di pacificazione di Yasser non è veramente sentita e, contrariamente alle parole che usa nell’esprimere quel dispiacere, il suo corpo rappresenta un’insofferenza e una ritrosia che diventa capace solo di esasperare ancora di più il rancore di Toni. Infatti la sua risposta, a questa falsa e forzosa richiesta, è di sfrontatezza e arroganza e le parole, ancora una volta, diventano strumento di offesa. E l’intensità di ciò che prova Yasser non gli permette di trovare, tra le parole di cui è capace, quelle in grado di riscattarlo efficacemente per cui affida ad un pugno tale compito che, invece, provoca solo un’ulteriore offesa e la frattura delle costole di Toni.

     Da questo punto la storia coinvolge anche i tribunali, dove avviene un’ulteriore rappresentazione storica in cui, oltre ai protagonisti, sono coinvolti due popoli in un film nel film in cui l’arte cinematografica celebra se stessa rappresentando la sua capacità di recupero narrativo e di denuncia.

     In seguito alle ricostruzioni effettuate dai rispettivi avvocati, si scopre che le vicende soggettive dei protagonisti s’intersecano e li coinvolge contemporaneamente e che in ambedue si sono incistate, nei rispettivi caratteri, gli esiti emotivi di esperienze traumatiche del passato. Ciò ha determinato specifici punti di vista e modi di vedere in modo che le sofferenze hanno assunto valenze confuse e sovrapposte, ormai difficili da districare, e in cui il dolore personale ha assunto anche una valenza politica.

     Anche quando nel film la ricostruzione storica degli eventi è svolta con chiarezza e linearità, e va a cercare nel passato soggettivo di entrambi alcuni aspetti delle ragioni del loro incomprensibile rancore, anche in quelle relazioni è il corpo a rivelarsi come il vero luogo dell’anima. E ciò è vero anche quando gli eventi sono di massa, quando sono interi popoli a essere coinvolti e la violenza si esprime sotto forma di guerre.

     Anche quando il dolore è prodotto da gruppi di persone, eserciti militarizzati o meno apparentemente giustificati dal rispondere a ordini superiori, il dolore e le ferite restano nei corpi degli individui, in quei corpi che poi necessiteranno di modalità comunicative specifiche ed elementari per la riparazione, per la soddisfazione, per rimarginarsi.

     Anche negli eventi bellici la specificità comunicativa per le esperienze traumatiche resta nel corpo mentre le parole rappresentano l’acquisita sofisticazione di una comunicazione tendente ad addolcire, a smussare e sottintendere piuttosto che denunciare e rivelare il vissuto di dolore e sofferenza.

      E quando il corpo tace, il vissuto precipita nel non-detto! Perciò nel corso del film si scopre che gli eventi bellici sono ancora vivi nei corpi della popolazione che vibrano di violenza intestina, apparentemente risolta in un silenzio velato ma ugualmente violento. Il parallelo è d’obbligo: il silenzio di massa e di gruppo è lo stesso silenzio dei traumi e delle violenze dei singoli, chiusi e corazzati a difesa del sentimento di fragilità dei corpi. Chiusi sulle sofferenze che, pesando molto più delle parole, non possono essere rappresentate da un simbolo che mai e poi mai, se preso da solo, potrebbe rendere la drammaticità e la disperazione vissuta.

     È facile immaginare quanto in questi casi la cura appartenga ai fatti, quanto appartenga all’agito delle esperienze reali e non alla sola narrazione perché il chiedere scusa, che pure coglie il corso sequenziale della storia, le ragioni dei fatti e le vere intenzioni di chi racconta, non riesce comunque a raccogliere il vissuto nella sua interezza fenomenologica. Figurarsi poi se questo vissuto possa realizzarsi a parole in presenza di eventi traumatici e in relazioni terapeutiche...!  “In un setting psicoterapeutico, concentrarsi primariamente sui pensieri e sulle narrazioni basate sulle parole può mantenere la terapia ad un livello superficiale e il trauma può rimanere insoluto. Un’enfasi eccessiva sul pensiero logico, linguistico, lineare e letterale può far pendere l’equilibrio delle nostre menti lontano dalle importanti funzioni senso motorie, olistiche, autobiografiche, che riducono lo stress e che sono basate sull’immagine e auto-regolative delle nostre modalità neurali di elaborazione non verbale” (Ogden et aa., 2013, pag. XVI).

     Perciò nella vita e nei rapporti, la riparazione può essere solo agita! Allora si può affermare che il trauma, qualunque trauma, di guerra o evolutivo che sia, si apprende per esperienza diretta, si apprende con il corpo, si apprende per mezzo di quegli stessi processi organismici elementari che permettono alle persone che un materiale affettivo ed emozionale, fortemente legato all’esperienza, permanga nel futuro e assuma un senso storico evolutivo implicito e spesso non codificabile nemmeno a parole.

     E a ben pensarci, forse è proprio per questo che le parole avranno sempre e solo una forma di messaggio, che è possibile condividere, in cui la comprensione si fonde col bisogno della convivenza e della convenienza, con l’opportunità del piacere o non piacere. Così, nel delicato spazio comune che si crea tra il personale e il sociale, s’innesta il non detto dell’anima dove un piccolo aspetto della forma, sempre diverso  perché diverse sono le persone che dettano le parole e le loro regole, emerge discrezionalmente e si colora di sogni, aspirazioni, di desideri e domande intraducibili e dove la vera comprensione non può che affidarsi al corpo.

     Allora, se l’offesa può essere trasmessa anche dalle parole, usate come oggetti con funzioni discrezionali, all’emittente e a un pubblico cinematografico appare da subito evidente che la riparazione non può che essere agita perché le ferite sono sempre fisiche e mai simboliche. È per questo che nel nostro film è così evidente fin dalle prime riprese che l’intero processo della riparazione non può che affidarsi al corpo. Allo scambio interattivo dei gesti e delle azioni prodotte dal desiderio che, vissuto dalle emozioni, barcolla costantemente tra la soddisfazione del bisogno e la riparazione dell’offesa subita.

      E così, in quest’accorato racconto, quando Yasser riesce a combinare il punto di vista di Toni con il suo, scopre nell’altro il suo stesso dolore e comprende che il passato non può essere cambiato ma solo compreso e che, per evitare che continui a condizionare il presente, può essere riparato solo e innanzi tutto dentro di sé.

     E allora, come a voler ricominciare tutto da capo, decide di mettere la carne a fuoco e, a tu per tu con Toni, capisce l’uso che deve fare delle parole. Che come una sonda devono penetrare e smuovere nell’altro la sua stessa rabbia arcaica, quella che gli si è cementata dentro, e provocarne l’espressione in un agito per un riscatto riparativo. E noi con lui capiamo che in quest’atto non ha cittadinanza l’occhio per occhio dente per dente perché non è più in gioco la vendetta ma un riscatto relazionale affidato all’espressività dei corpi.

    E quindi, il pugno che a sua volta Toni non trattiene, diventa un testimonial violento, aggressivo e riparativo, una restituzione sia del torto subito da entrambi sia della loro lacerante posizione. Ora sono pari, nelle azioni e nelle intenzioni! Ora si sa, loro sanno senza bisogno di dirselo, perché ne hanno parlato a sufficienza i corpi, che le azioni si sono compensate e hanno chiuso i cerchi così che ora, finalmente, ci si potrebbe anche affidare alle parole.

[*] Psicoterapeuta, Analista Reichiano

[1] ‘In accordo con tale principio (il principio di Sperry), l’intera ‘uscita’ dei nostri meccanismi di pensiero raggiunge il sistema motorio. … le osservazioni sperimentali sull’EMG … forniscono un notevole contributo all’ipotesi che il sistema motorio sia una parte indispensabile di tutte le attività della mente’ (pagg. 110/111). Infine: ‘Dai risultati di questi profondi e accurati studi, condotti all’Università di Chicago negli anni 20 e 30(da Jacobson), fu in grado di concludere con sicurezza che i suoi seguaci psicologi, gli <<introspezionisti>>, avevano avuto ragione di stabilire una stretta correlazione fra pensiero e tensione muscolare (pag. 90).

 

BIBLIOGRAFIA

Giannantonio, M. (2013), Trauma, attaccamento e sessualità. Psicoterapia integrata-corporea e bodywork per le ferite invisibili. Milano: MimesisEd.

LaPierre A. e L. Heller (2018), Guarire i traumi dell’età evolutiva. AstrolabioEd.

Malmo, R. B. (1975), Emozioni e pulsioni nel nostro arcaico cervello. BulzoniEd.

Ogden, P. Minton, K e Pain, C. (2006), Il trauma e il corpo. Manuale di psicoterapia sensomotoria, ISC Ed.

Reich, W. (1933), Analisi del carattere. Trad. it. Milano: Sugarco Ed., 1973

Volli, U. (2014), Il nuovo libro della comunicazione. Milano: il Saggiatore.

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