CAN YOU SMILE FOR ME?

Mostra fotografica di  Giammarco Sicuro per l'UNICEF al MAXXI di Roma

 

Recensione a cura di Marina Pompei[*]

 

 

      Can you smile for me? Chiede il fotografo. Qualche volta no, la bambina non può sorridere, il bambino ha gli occhi troppo spaventati. Sono foto tremende quelle di  Giammarco Sicuro, fotoreporter RAI. È andato a cercarle dove la guerra, la fame e la malattia colpiscono duramente: dal Myanmar al Perù, Bolivia, India, Nepal, Brasile, Oman, Tagikistan, fino all’Afghanistan e all’Ucraina. Claudia Soler Coll ha curato questa mostra donata all’UNICEF, e ha realizzato le installazioni emblematiche di oggetti che vengono da lì: una coperta, proiettili, un giubbotto bruciacchiato, un kit proteico per salvare dalla denutrizione. Il dono che diventa Mostra al MAXXI di Roma serve a sostenere progetti UNICEF a favore della sopravvivenza e dello sviluppo di bambini e adolescenti nei tanti drammatici scenari mondiali: un’infanzia sperduta in angoli del mondo troppo spesso abbandonati e dimenticati. Guardo quei visi e mi chiedo: chi di loro sopravvivrà? E chi ce la farà, che adulto poi sarà? Quali segni indelebili rimarranno nel corpo e nell’animo, nella capacità di trovare un posto nel mondo? Riuscirà mai a fidarsi di qualcuno?

     Scrive Giammarco Sicuro: “La cittadina di Torens’k, in Donbass, si trova sul fronte di guerra dal 2014. Qui non c’è acqua e il rumore dell’artiglieria è così forte e vicino da spingere la gente a rimanere sottoterra, protetti all’interno di bunker umidi e bui. Cristina, una mamma di 31 anni deve averci sentito e apre una pesante botola di ferro che conduce al sottoscala. Scendiamo con lei e scopriamo un luogo terribile, oscuro, umido dove vivono Cristina e le sue tre figlie. La più piccola si chiama Maria e ha circa 3 anni. Ha il viso sporco, i vestiti consumati e uno sguardo terrorizzato e diffidente. Le altre due invece giocano con noi, sorprese e divertite. Maria invece è sotto choc come la madre, che rifiuta ogni nostro consiglio. Non vuole andarsene e non si fida di noi occidentali. Insistiamo perché esca con noi, per godere del sole di quella giornata. Cristina accetta, ma dopo pochi minuti richiama la famiglia nel bunker: Maria piange, ha paura e vuole tornare in quel buco.”img per recensione POMPEI Unicef

     Ma cosa stiamo facendo? Perché non si convoca subito una Conferenza internazionale di pace? Perché non si cerca almeno un temporaneo cessate il fuoco? Per fermarsi un momento, respirare un po’, lenire qualche ferita e riflettere sul da farsi per non rimanere solo incastrati in una spirale infernale di violenza, per preparare negoziati di pace. Continua Giammarco Sicuro: “Il volto simbolo di questa esposizione è quello di una bambina di Sviatohirsk, un villaggio del Donbass, che ho fotografato all’indomani della liberazione, dopo mesi di occupazione dell’esercito russo. Un volto triste, dallo sguardo perso e vuoto, incapace, appunto, di sorridere.”

     Sorridono, invece, due bambine di una scuola clandestina per bambine in Afghanistan. Mostrano soddisfatte i loro quaderni con gli esercizi di lingua  inglese. Studiano di nascosto rischiando molto, perché è a loro proibito. I Talebani sono tornati al potere nel 2021, quando gli USA e gli alleati occidentali hanno deciso di lasciare il Paese dopo 20 anni di presenza in cui hanno bombardato e poi costruito cosa? I vertici del Programma Alimentare Mondiale (PAM) dell'ONU lo definiscono “L'inferno in terra”: 23 milioni di persone rischiano la fame. “Negli ultimi due inverni, in molte aree la maggioranza delle persone ha dovuto scegliere se riscaldarsi o mangiare”. Ancora: cosa stiamo facendo? Politiche economiche e militari devastanti per tante popolazioni e poi azioni umanitarie benemerite e coraggiose, ma minuscole rispetto alla sofferenza tragica di questi bambini che non sanno se diventeranno donne e uomini, e se lo diventeranno rischieranno di ripetere gli schemi conosciuti: paura e violenza.

[*] Psicologa psicoterapeuta, analista, didatta e supervisore S.I.A.R. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Studio professionale: Via Valadier, 44-00193 Roma.

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