CONTRO L’EMPATIA – Una difesa della razionalità
Di Paul Bloom, Liberilibri di Ama srl 2021
recensione a cura di Laura Rita[*]

Nonostante il titolo dal tono deciso del suo libro, Paul Bloom dichiara di non essere contro l’empatia; nel suo libro egli svolge un’accurata indagine sull’idea che il sentire ciò che gli altri sentono non ci rende necessariamente buoni e che, soprattutto, da un punto di vista morale le cose vanno meglio senza l’empatia. Bloom dichiara subito di non essere contro l’empatia ma piuttosto contro l’uso sbagliato dell’empatia. Il saggio è pervaso di battute ironiche come: ho imparato che essere contro l’empatia è come essere contro i gattini forse perché essere contro l’empatia in quest’epoca è abbastanza impopolare, Bloom è stato oggetto di critiche e strumentalizzazioni politiche (plauso dai conservatori, sdegno dai democratici). L’autore assolve in parte l’empatia cognitiva puntando lo sguardo su quella emotiva, il suo saggio è costellato di esempi in cui l’empatia emotiva, a suo parere, peggiora le cose invece di migliorarle. L’empatia ci spinge a trattare gli altri come trattiamo noi stessi e ciò ci rende dei perfetti egoisti secondo Bloom; l’empatia riflette preconcetti e propensioni e tende ad essere più forte dell’equità.
Non c’è equità nel cosiddetto effetto della vittima identificabile, quando ci preoccupiamo più per un unico bambino scomparso che non per le migliaia che potrebbero essere danneggiati da politiche sbagliate, per non parlare delle vittime ancora non nate del futuro riscaldamento globale. “Se una bambina di sei anni con i capelli chiari ha bisogno di qualche migliaio di dollari per sottoporsi a un intervento che prolungherà la sua vita fino a Natale, arriveranno fiumi di donazioni. Se si viene a sapere che senza un aumento dell’iva gli ospedali del Massachusetts non avranno abbastanza fondi e questo provocherà un leggero aumento dei decessi evitabili, nessuno verserà una lacrima”, scrive Bloom citando l’economista statunitense Thomas Schelling.
L’empatia non tiene conto dei numeri ed è influenzata dai bias (distorsione cognitiva); è giusto che per un padre sia molto più doloroso apprendere che il figlio sia stato leggermente ferito piuttosto che per la morte di migliaia di estranei ma è sbagliato se è l’atteggiamento di chi prende decisioni politiche o morali. Anche come genitori potremmo prendere decisioni sbagliate per i nostri figli, ogni buon genitore sa che a volte deve costringere un figlio a fare qualcosa, o impedirgli di farla. Causandogli così sofferenza immediata ma costruttiva. Infliggere ai figli sofferenze temporanee è reso possibile dall’amore, dall’intelligenza e dalla compassione, ma può essere impedito dall’empatia.
Per avere una visione più chiara del mondo, dice Bloom, dobbiamo resistere alla tentazione di metterci nei panni degli altri. L’empatia è pilotata dai nostri pregiudizi, meglio condurre le interviste di lavoro evitando un incontro faccia a faccia e basandosi solo su test strutturati: in questo modo le scelte saranno certamente basate più sul merito ed essere meno condizionate dal sessismo o dal razzismo. Alcuni argomenti dell’autore sono certamente condivisibili, ma piuttosto che puntare il dito sull’empatia sarebbe preferibile focalizzarsi sull’analisi dei tratti caratteriali cercando quale costellazione renda l’empatia così disfunzionale: in altre parole il problema non è l’empatia ma la persona che la sperimenta.
Siamo sempre interconnessi, è illusorio credere che essere in contatto anche solo con il pensiero non abbia comunque un effetto sul nostro intero sistema, corpo compreso: anche quando non ci tocchiamo. Il come ci tocchiamo e influenziamo reciprocamente va cercato nei livelli corporei coinvolti in quella relazione, quelli prevalenti in quel momento; la cognizione, la razionalità di cui scrive Paul Bloom è parte della natura corporea dell’individuo, non esiste una cognizione scollegata dal corpo, la mente e il corpo sono due interfacce dello stesso sistema e come tali interagiscono, scambiando informazioni, influenzandosi reciprocamente e continuamente.
Ciò che conta è che sfera emotiva e sfera cognitiva siano funzionalmente connesse, perché lo sono comunque: non è importante quale sia la decisione che un individuo debba prendere in un dato momento, ovvero, se debba essere prevalentemente emotiva o cognitiva, importa che quell’individuo sia sufficientemente risolto, che sia consapevole delle parti di sé che entrano in gioco in quella decisione senza influenzarla con la propria storia irrisolta.
[*] Psicologa Psicoterapeuta. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Studio professionale: via Terracina, 25 Roma.