Numero 1/2013

Psicoterapia, corpo, mente e dimensioni psicologiche

Giuseppe Ciardiello*

 

Non esiste mondo se non quello che sperimentiamo attraverso i processi che ci sono dati e che fanno di noi ciò che siamo.

Francisco J. Varela (2006)

La consuetudine a dibattere di mente e cervello può condizionarci al punto da non farci più distinguere le diverse realtà che caratterizzano questi due elementi, fino a farci arrivare a dare per scontata una loro identità che ne sottende anche la sovrapposizione.

Come psicologi e psicoterapeuti siamo interessati agli sviluppi delle neuroscienze che ci offrono la possibilità di adeguare i modelli neuronali, che costruiamo per interpretare il comportamento umano, alla realtà dei processi che avvengono nel cervello. In questa operazione, però, a volte cadiamo nella tentazione di assimilare i processi che producono la mente a quelli che regolano il funzionamento del cervello, trascurando il fatto che quest’assimilazione è quantomeno una forzatura, se non altro per il fatto che mente e cervello attengono a categorie diverse, di stato e di struttura, per le quali devono essere diversi i parametri di validazione e descrizione.

L’idea dell’organismo umano come realtà processuale fortemente integrata (Ruggieri, 2001) non può essere spiegata facendo ricorso al richiamo delle funzioni elementari degli organi cerebrali, allo stesso modo in cui una struttura complessa non può essere ridotta alla somma delle parti che la costituiscono, né alla somma delle funzioni che la regolano.

La descrizione del funzionamento delle singole strutture cerebrali, talamo, ipotalamo, nuclei della base, amigdala ecc., va distinta da quella del funzionamento complessivo dell’organismo, specialmente quando utilizziamo termini che attengono alle stesse categorie concettuali. Quando per esempio ci riferiamo alle funzioni emergenti altGalatea de les esferes; Salvador Dalì, 1952Galatea de les esferes; Salvador Dalì, 1952dell’organismo, quelle funzioni che emergono per integrazione di quelle delle singole strutture, è necessario ricordarci che, cambiando livello di osservazione, ci discostiamo dai processi elementari degli organi che sono sempre più semplici e lineari di quelle dell’organismo e dei sistemi che vanno a comporre. Ogni comportamento organismico infatti è frutto del funzionamento congiunto di diverse strutture e sistemi e, da queste numerose partecipazioni, emergono funzioni che non possono essere descritte nei termini usati per descrivere le funzioni degli stessi organi che le producono.

Per esempio il linguaggio, che molto semplicemente tendiamo a considerare prodotto dall’area di Broca, al livello più elementare si avvale di sistemi sia sensoriali sia motori (Broca per le vie motorie e Wernicke per quelle sensoriali). Per parlare ci avvaliamo delle sensazioni che ci segnalano la conformazione della lingua e di tutto l’apparato fonatorio e dei movimenti che con questi diversi organi possiamo compiere fino a produrre i movimenti idonei alle diverse espressioni verbali. Inoltre ci serviamo della capacità di ulteriori collegamenti con aree e strutture cerebrali specializzate nella rappresentazione degli oggetti, nella motricità e nella percezione di tutto l’organismo, quindi sia dell’ambiente sia del Sé nell’ambiente, ecc. [1] Anche le emozioni e i sentimenti, che amiamo pensare prodotti dal cuore, nella realtà sono prodotti dal cervello in seguito all’elaborazione (processazione) dei segnali corporei, interni ed esterni, in qualità di risposta all’ambiente umano e non, e rappresentano la coloritura affettiva dello stato di tutto l’organismo, che in tal modo modula e calibra il comportamento. La descrizione del funzionamento dell’amigdala da sola, o dell’ipotalamo o di qualunque altra struttura, non potrà mai darci conto della produzione della gioia, della rabbia o della paura o delle fantasie personali e soggettive cui queste emozioni corrispondono.

Un errore comune che facciamo, considerando i vissuti organismici, è quello di pensare al cervello come una parte del corpo separata dai processi corporei. Il corpo, visto come periferico e marginale in relazione al costrutto della mente, diventa un’appendice autonoma capace finanche di una sua intelligenza. Il cinema è arrivato a fantasticare il cervello che funziona senza corpo realizzando la fantasia che alimenta l’immaginario cibernetico di noi tutti: l’hard-ware ed il soft-ware organismici, localizzati in punti diversi, ci impediscono di pensare alla mente come prodotta dal corpo e, così pensando, la facciamo fuori, collocandola in uno spazio che di fisico non ha più niente.

Un ulteriore errore comune è quello di usare i termini di mente e cervello in maniera intercambiabile. Ciò crea confusione quando ci riferiamo all’essere umano definendolo sia organismo sia corpo; termini che, pur facendo riferimento alla stessa realtà, indicano due evenienze diverse. Si riferiscono a quell’organismo che, anche se formato da parti specifiche e strutturalmente differenziate (corpo), è nel funzionamento complesso che produce quella sintesi (mente) che possiede identità e caratteristiche emergenti inedite e non riconducibili ai processi elementari che pure la costituiscono. 

Altri due fattori determinanti, per il formarsi e il modificarsi del costrutto della mente, sono la capacità di integrazione e di plasticità del nostro cervello.

Fino a non molto tempo fa si riteneva che il SNC fosse piuttosto rigido strutturalmente e si pensava che fosse incapace di modifiche ulteriori dopo aver raggiunto la forma definitiva. L’osservazione sperimentale attuale ha consentito di descriverne in maniera più puntuale l’evoluzione che, dai processi più elementari, si complessifica e si affina nel corso dell’intera esistenza, grazie all’esperienza che, influendo a sua volta sulle strutture e sui processi elementari del cervello, produce continuamente variazioni individuali più o meno sensibili.

Allora, se il cervello funziona processando i dati sensoriali che pervengono dalla periferia del corpo, cosa che ci consente di affermare che l’esperienza corporea è alla base del funzionamento cerebrale, e l’organismo nel suo complesso produce la mente, vuol dire anche che, istante dopo istante, ci troviamo davanti all’emergenza di un aspetto della nostra personalità, un aspetto della formazione della nostra mente, che non può essere ricondotto al semplice funzionamento cerebrale e che il funzionamento dell’intero cervello non può essere ricondotto alla somma del funzionamento dei singoli organi. Tale constatazione ci rivela una realtà straordinaria: la costante dipendenza del complesso sistema cerebrale e mentale dall’esperienza relazionale, presupposto essenziale per l’emergenza del senso di sé.

Ciò vuol dire che, anche se e quando non ce ne rendiamo conto, il nostro cervello e la nostra mente si formano e modificano costantemente in funzione di ciò che facciamo e delle persone con cui lo facciamo. Pertanto, se tutte le relazioni intercorse dal concepimento influiscono, momento dopo momento, sia sul modo di funzionare del cervello sia sulla sua struttura e su quella della mente, allora vuol dire anche che è impossibile per il comportamento umano corrispondere ad un modello specifico, perché le sue variabili, costantemente cangianti in quanto legate all’esperienza, rendono tutti i modelli anacronistici e riduttivi.

alt'Il tradimento delle immagini. Questa non è una pipa.' Magritte (1948). Fonte: Dossier Art n. 59 (Giunti ed.)'Il tradimento delle immagini. Questa non è una pipa.'
            Magritte (1948). Fonte: Dossier Art n. 59 (Giunti ed.
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E ancora, se consideriamo la mente come emergente dall’interazione costante degli aspetti organici, relazionali e sociali, aspetti che influiscono contemporaneamente sulla stratificazione e sull’integrazione delle strutture, allora ne consegue anche
che tutti i comportamenti, anche quelli disturbati e nevrotici, sono da considerarsi ugualmente frutto di combinazioni delle funzioni ereditate a livello biologico con quelle che abbiamo costruito nell’interazione con l’ambiente, fatto principalmente di relazioni che incidono in modo più o meno determinante sulla psiche e producono quelle svolte significative capaci di formare il carattere.

Sono quindi le esperienze che viviamo a generare le persone che siamo e, tra queste esperienze e il modo di funzionare delle nostre strutture neuronali, c’è una relazione biunivoca capace di dare luogo ad una forma comportamentale specifica e a un modo d’essere specifico indicativo del carattere di ognuno di noi. È questo che consente a Schore di affermare: “Poiché questi primi eventi sono registrati nel cervello in via di maturazione quando gli ‘stati’ diventano ‘tratti’ essi permangono come meccanismi di difesa primitivi” (Schore, 2008, pag. 104).

Ricapitolando, possiamo sintetizzare dicendo che nella specie umana le relazioni sociali forniscono esperienze che modificano continuamente la struttura funzionale prodotta dal cervello (la mente), che a sua volta modifica il modo del cervello stesso di elaborare le informazioni successive. Questi processi, che si realizzano fin dal concepimento, rappresentano l’aspetto plastico in cui consiste probabilmente l’autopoiesi e la simbolopoiesi nel nostro organismo (Imbasciati, 2006).

A questo punto possiamo dire che lo stesso “Io”, che comunemente consideriamo un’entità astratta corrispondente all’idea che abbiamo di noi stessi, in realtà è il prodotto del processo di sintesi dei nostri sensi. In tal caso l’Io corrisponde esattamente alle azioni che svolgiamo, qualunque esse siano: dal pensare al camminare al giocare ed è per questo che le relazioni che realizziamo con gli altri sono in grado di insegnarci modalità alternative di essere e di pensare. Si configura così un modo di essere soggettivo per situazioni di vita corrispondenti a dimensioni psicologiche specifiche che, mentre nel bambino sono chiare e facilmente identificabili, negli adulti sono complesse. Queste dimensioni corrispondono al senso e al significato soggettivo che diamo ai processi che viviamo momento per momento.

A questo punto possiamo provare a cogliere il senso del costrutto relativo alla presenza mentale. (Wallin, 2009; Giommi, 2002).

Pur essendo una serie di sensazioni piuttosto che un’idea, noi solitamente ci identifichiamo con i pensieri che produciamo anche se siamo consapevoli del fatto che è il nostro sentimento d’identità corporea a rendere gli occhi degli altri uno specchio capace di modulare la nostra personalità. Il processo di identificazione ci impedisce di guardare ai processi in corso come a un’esperienza, mentre essere presenti mentalmente vuol dire proprio questo. Vuol dire prestare attenzione a quanto si sta facendo, momento per momento, e al modo utilizzato per farlo (ai processi che avvengono nell’organismo). Significa essere consapevoli delle percezioni, derivanti dalle sensazioni, per le quali costruiamo le emozioni che ci aiutano a modulare il comportamento; significa essere consapevoli dei pensieri che stiamo producendo (disidentificazione) e della realtà che, agendo in tal modo, stiamo costruendo. Vuol dire esperire essendo (presenti). In questo gioco di consapevolezza consiste anche lo spirito della psicoterapia in ordine alla possibilità di indurre a ri-vedere (vedere di nuovo e/o correggere) le storie personali. E, ancora di più, è in questo gioco che si inserisce la pratica della Vegetoterapia che, come psicoterapia corporea, calibra sulla singola persona e sui suoi processi sensoriali, cognitivi e affettivi, azioni capaci di dirigere l’attenzione sui processi dell’organismo che producono le diverse dimensioni psicologiche. Dimensioni che, concediamoci la ripetizione, sono relative all’organismo complessivo e sulle quali va mirato e calibrato l’intervento psicoterapeutico che, in quanto tale, non può essere solo verbale [2].

Da queste considerazioni discende che qualunque personalità, e quindi qualunque disturbo, emerge sempre da un intero complesso funzionale (configurazioni di diverse dimensioni psicologiche) per il quale è impossibile derivare un comportamento riconducibile ad un solo organo o a una sola parte o a una sola funzione organismica. Ma quando nella descrizione del funzionamento psichico isoliamo il funzionamento degli organi e formuliamo ipotesi che fanno risalire i sintomi [3]  alle disfunzioni organiche, rischiamo di convincerci del fatto che è il cattivo funzionamento di un organo a determinare il comportamento problematico, omettendo di considerare che tutti i disturbi psicologici, e spesso anche quelli psicosomatici (e arriverei a dire: tutti i disturbi in genere), sono sindromici piuttosto che monosintomatici. Inoltre ognuno si presenta con un corredo molto vasto di espressioni, che nell’individuo diventano specifici e assumono configurazioni particolari in relazione alla sua personalità. Ancora, mentre a parità di disturbo i quadri sindromici si diversificano per soggetti, il fatto che le categorie diagnostiche utilizzate siano solo quelle mediche, spinge i diversi operatori ad usare le stesse categorie in modo diverso per gli stessi pazienti. Così gli psichiatri, originariamente medici, le usano in chiave biologica facendo risalire i comportamenti osservati al modo di funzionare del cervello e/o di alcune strutture che lo compongono. È questo che rende necessario, da un punto di vista psicologico, un recupero alternativo dell’uso di queste categorie; un uso che tenga conto del fatto che il comportamento dell’intero organismo corrisponde molto più allo stato della mente che alle disfunzioni di uno o più organi specifici e che non è pensabile di poter influire su questo stato semplicemente modificando lo stato degli organi componenti agendo chimicamente o chirurgicamente o con un esercizio di respirazione o con un semplice movimento fisico. Lo stato mentale è influenzabile solo da un contesto relazionale al punto che anche l’effetto di un medicinale cambia in funzione del rapporto medico paziente (effetto placebo). Questo effetto determina la necessità di leggere le categorie diagnostiche (anche quelle mediche e psichiatriche) da un angolo visuale capace di coniugare le classiche diagnosi mediche con le diverse dimensioni psicologiche che si presentano a corredo dei disturbi.

Su queste dimensioni va calibrato l’intervento propriamente psicoterapeutico (e specialmente quello a mediazione corporea) pur considerando le possibili disfunzioni d’organo che partecipano alla configurazione complessiva. Insomma, anche in una lettura clinica che necessita di una descrizione del comportamento di tipo organicista o localizzazionista o funzionalista, il contributo psicologico può diventare più incisivo insistendo su una descrizione del comportamento “come se…” fosse prodotto da una parte specifica del cervello e ricordando sempre che è l’intero complesso dell’organismo a costruire quelle dimensioni di sé con l’altro che formano la mente umana e la storia di ogni individuo. Ogni tipo di intervento, anche quelli capaci di mirare a modificare un organo specifico o una delle sue funzioni, è un intervento che coglie la persona nel suo complesso e quindi, incidendo sull’intera personalità, deve essere inquadrato nel complesso delle configurazioni che le varie dimensioni psicologiche realizzano.



[1] Se per esempio potessimo viaggiare con gli impulsi che hanno origine nella retina in direzione dell’aerea corticale (del lobo occipitale), troveremmo che, per ogni fibra che entra dalla retina in questo pezzo di corteccia, oltre cento fibre entrano nella stessa collocazione spaziale da tutto il cervello. Quindi l’attività della retina nel migliore dei casi modella e modula ciò che avviene all’interno della corteccia nell’elevata interconnessione degli strati e dei nuclei neurali.” Pag. 268. Oliverio, (2004); vedi anche Varela, (2006).

[2] Ad oggi tutte le psicoterapie guardano anche alle modalità di espressione corporea e ciò indipendentemente dal modello originario di riferimento. La consapevolezza di questa realtà (il contributo della realtà corporea alla formazione delle dimensioni psicologiche) potrebbe portare un notevole contributo dialettico allo scambio epistemico.

[3] “Forse per la disperazione possiamo sperare in un farmaco miracoloso che elimini l’umore e il dolore, ma curerà solo i sintomi. Per la morte… la scienza può solo cercare di protrarre la vita il più possibile. Ma senza occuparsi di donarle un significato.” (Bertossa, Ferrari; 2006, pag. 25).

 

Bibliografia
  • AA. VV. Giommi, F. (2002), (a cura di) Mindfulness; al di là del pensiero, attraverso il pensiero, Torino: ed. Bollati Boringhieri.
  • Bertossa, F. e Ferrari, R. (2005), Lo sguardo senza occhio. Esperimenti sulla mente cosciente tra scienza e meditazione. Milano: ed. Albo Versorio.
  • Bollas, C. (1989), L’ombra dell’oggetto: psicoanalisi del conosciuto non pensato. Roma: Borla ed.
  • Ferri, G. (1992), Psicopatologia e Carattere: una lettura reichiana. Roma: Anicia ed.
  • Imbasciati, A. (2006), Il sistema protomentale. Milano: ed. LED
  • Oliverio, A. (2004), La mente. Istruzioni per l’uso. Milano: ed. Bur
  • Ruggieri, V. (1997), L’esperienza estetica; fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica. Roma: Armando ed.
  • Ruggieri, V. (2001), L’identità in psicologia e teatro; analisi psicologica della struttura dell’Io. Roma: dd. Scientifiche Magi.
  • Ruggieri, V. & Coll. (2011), Struttura dell’Io tra Soggettività e Fisiologia corporea. Roma: ed. EUR.
  • Schore, A. N. (2008), La regolazione degli affetti e la riparazione del sé. Roma: Astrolabio.
  • Varela, F. J. (2006), Il circolo creativo:abbozzo di una storia naturale della circolarità, in “La realtà inventata. Contributi al cognitivismo”, a cura di Paul Watzlawick, Universale Economica Feltrinelli.
  • Wallin, D. J. (2009), Psicoterapia e teoria dell’attaccamento. Bologna: ed. Il Mulino.

 * Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

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