Numero 2/2014

Il modello post-reichiano della S.I.A.R.
(Prima parte)

Marcello Mannella* 

Il modello analitico-clinico della Siar[1] rappresenta uno sviluppo particolare, innovativo e rivitalizzante, della tradizione di pensiero reichiana. Momento di sviluppo ma, anche, di superamento e di rottura rispetto a tanti presupposti teorico-clinici che l’hanno profondamente connotata e che, a mio avviso, hanno finito col metterne in ombra gli importanti contributi alla riflessione e pratica psicoterapeutica contemporanea.

Sul piano teorico, fra i contenuti di maggior novità, indicherei l’abbandono della concezione energetico-pulsionale dell’uomo a favore di quella relazionale, e la trasformazione del setting in senso sistemico-complesso.

Sul piano clinico sottolineerei, invece, il decisivo riposizionamento della prassi terapeutica sulla metodologia della Vegetoterapia Analitico-Caratteriale, recuperata e sistematizzata da Raknes[2] e Navarro[3], ulteriormente sviluppata da Ferri[4] nell’ottica del tempo evolutivo, dopo la messa in ombra operata dallo stesso Reich quando aveva rivolto tutte le sue energie in direzione dello sviluppo della Terapia Orgonica (Mannella, 2014).

Questi nuovi presupposti teorico-clinici si rafforzeranno circolarmente e saranno forieri di nuovi decisivi sviluppi. Uno su tutti: il progressivo abbandono di quell’anelito utopico[5] (Mannella, n° 2/2012) che si era espresso in maniera compiuta nel periodo orgonomico e che, impregnando il movimento reichiano di un pronunciato spirito settario, ha contribuito a collocare l’intera sua riflessione ai margini del dibattito scientifico.

Proverò ora a ricostruire la storia di questo originale percorso di pensiero, ne evidenzierò le biforcazioni e i punti di svolta, gli elementi di continuità e di rottura, rispetto alla originaria riflessione di Reich.

L’avventura del movimento reichiano ha inizio quando, ancor giovane psicoanalista, Reich si era reso conto che per la risoluzione dei sintomi nevrotici non bastava rendere conscio l’inconscio, ma fosse necessario elaborare sistematicamente le resistenze prima ancora di attendere all’interpretazione del materiale fornito dalle libere associazioni dei pazienti.

altWilhelm ReichWilhelm ReichMostrando uno spiccato interesse per le problematiche tecnico-terapeutiche, egli, insieme ad altre importanti figure del movimento psicoanalitico come Rank e Ferenczi, visse profondamente la crisi della tecnica psicoanalitica negli anni Venti del secolo scorso e sentì l’esigenza di percorrere nuove strade. Fu pertanto fra i promotori, e ne sarà anche il principale animatore, dell’istituzione del Seminario di tecnica psicoanalitica creato a Vienna nel 1922.

E’ da quella esperienza che sarebbe scaturita la tecnica dell’Analisi del carattere, i cui principi, possiamo affermare senza timore di essere smentiti, sono oggi presupposti in qualsiasi forma di intervento analitico-terapeutico, ancorché non ne sia esplicitata la paternità.

Essa costituisce un momento di passaggio decisivo. Lo spostamento di attenzione dai contenuti alla forma della comunicazione e il riconoscimento della realtà e dell’importanza del linguaggio del corpo, comportavano la presa di coscienza che la relazione fra il paziente e l’analista non si risolveva nella sola comunicazione verbale. L’analista doveva prestare attenzione a tutta una serie di segni, il modo di parlare, di camminare, di stringere la mano, di stare seduto, ecc., che diventavano fondamentali per la comprensione del carattere del paziente. Era proprio quest’ultimo, nella sua funzione di difesa, a rappresentare la resistenza più importante al processo terapeutico, impedendo l’emergere degli affetti.

Secondo Ferri e Cimini, l’Analisi del carattere rappresenta insieme un punto di svolta e il frattale fondamentale della storia del movimento reichiano. (Ferri, Cimini, 2012).

Punto di svolta perché segna il passaggio della tecnica psicoanalitica dalle coordinate epistemologiche di un pensiero riduzionista, un pensiero che semplifica, che in una concezione lineare della comunicazione, dall’analista al paziente, ne esclude la reciprocità, a quelle di un pensiero complesso, di contesto, che si dispone a considerare una molteplicità di punti osservativi e di variabili.

Frattale della sua storia, perché con essa si inaugura l’assunzione di una posizione epistemica meta osservativa che, come un frattale appunto, ritroveremo a più alti livelli di complessità nei successivi passaggi del pensiero post-reichiano della S.I.A.R.. Stiamo parlando degli ultimi sviluppi della riflessione sulla realtà del setting: l’analisi del carattere della relazione e il setting inteso come sistema vivente complesso.

Una prima sottolineatura: nonostante l’analisi del carattere aprisse alla possibilità del passaggio ad un setting relazionale-complesso, Reich mancava di operare tale trasformazione a causa del suo naturalismo antropologico e del necessario corollario della considerazione energetico-pulsionale dell’essere umano.

Convinto, infatti, che l’uomo fosse dotato di un nucleo di funzionamento biologico naturale, per Reich la definizione della personalità umana non era tanto l’esito di un processo storico-relazionale che coinvolgeva il sistema vivente uomo nelle sue varie fasi evolutive e l’ambiente familiare e sociale, ma la necessaria conseguenza della sua disposizione naturale.

Da questi presupposti discendeva inevitabilmente che l’attività dello psicoterapeuta, piuttosto che essere soprattutto rivolta a stimolare nella persona la presa di coscienza delle proprie modalità comportamentali nevrotiche al fine di far sorgere l’esigenza di sperimentarne di nuove e personali, si proponeva l’obbiettivo di guarire il paziente portandolo a ristabilire la piena funzionalità pulsionale, nascosta e deformata dalle stratificazioni artificiose del carattere.

Ma se lo psicoterapeuta conosce anticipatamente la via verso la guarigione e se la direzione di tale processo è la medesima per ogni individuo, allora non c’è alcuna necessità di un setting relazionale.

In ogni caso, pur mancando il passaggio ad un setting complesso, lo spostamento di attenzione dai contenuti alle modalità di comunicazione e la consapevolezza dell’importanza del linguaggio del corpo, portavano Reich alla definizione del suo contributo terapeutico più geniale e rivoluzionario: la Vegetoterapia Analitico-Caratteriale. Mentre, infatti, l’Analisi del carattere era accaduta tutta all’interno delle coordinate epistemologiche della psicoanalisi, questa tecnica è il frutto esclusivo del suo genio terapeutico.

Decisivo era stato il saggio Il masochismo (1932) in cui era pervenuto a comprendere l’identità delle funzioni delle difese psichiche e corporee. Aveva pertanto cominciato a sviluppare una pratica clinica in grado di affrontare le problematiche emozionali umane attraverso la porta fino allora impensata del corpo, sancendone il definitivo ingresso nella psicoanalisi.

Se la resistenza caratteriale si mostrava refrattaria al lavoro analitico, si poteva procedere per altra strada lavorando direttamente sulla corrispondente difesa somatica, ad esempio, massaggiando un muscolo irrigidito del paziente. Ciò comportava un rilassamento della tensione muscolare e, spesso, l’emergere del contenuto psichico ad essa associato.

Egli cominciò a proporre ai suoi pazienti l’assunzione di particolari posture e movimenti, acting, mentre all’analisi del carattere era riconosciuta la funzione fondamentale, non solo di elaborare le resistenze, ma anche di integrare nell’Io le esperienze emotive emerse.

Reich, per primo, aveva così individuato la via d’accesso a quei vissuti che accadono in età precoci, espressione delle nostre relazioni primarie, condannate ad essere escluse da ogni presa di coscienza se si fosse continuato a fare esclusivo riferimento alle pratiche psicoterapeutiche verbali.

Con l’ingresso del corpo in psicoanalisi l’assunto razionalista freudiano di rendere conscio l’inconscio era definitivamente superato: in Vegetoterapia l’accento era posto sul sentire-capire.

Il genio terapeutico inattuale di Reich risalta chiaramente se solo si tiene conto che la cornice antropologica dominante nel suo tempo era quella cartesiana, incentrata sul dualismo mente/corpo, ragione/emozione. L’approccio teorico-terapeutico unitario di Reich trova oggi conferma nella ricerca neuroscientifica. Damasio, ne L’errore di Cartesio, sostiene che il sistema di ragionamento efficace “si sia sviluppato come un’estensione del sistema emozionale automatico e che l’emozione abbia ruoli diversi nel processo di ragionamento.” (Damasio, 1994, p.6). Avanza pertanto l’ipotesi del marcatore somatico: è l’emozione che marca determinati aspetti di una situazione o i suoi possibili esiti, rendendo così possibile all’individuo operare una decisione che sarebbe stata altrimenti impossibile a farsi. Noi analisti sappiamo bene quanto le esperienze dei nostri pazienti impregnate di emozioni abbiano l’aura della verità e risultino decisive per la presa di coscienza e la possibilità del cambiamento.

Ancor di più: la Vegetoterapia, a mio avviso, va addirittura oltre il basilare presupposto del sentire-capire, in quanto la sua prassi è incentrata su acting, cioè su esperienze motorie che rappresentano le forme espressive originarie del vivente. 

 Che la vita più che struttura sia processo, movimento, era già stato intuito da Reich. Nel capitolo "Il linguaggio espressivo del vivente" di Analisi del carattere, egli aveva affermato che: “il vivente si esprime in movimenti, e quindi noi parliamo di movimenti espressivi. Il movimento espressivo è una rigorosa caratteristica del protoplasma. Esso distingue tutto il vivente da tutti gli altri sistemi non viventi” (Reich, 1978, p. 441). Queste intuizioni sono confermate dagli attuali studi che dispongono dell’ausilio di ben altre conoscenze e strumenti di ricerca.

In Alla ricerca di Spinoza, Damasio sostiene che “Al principio era l’emozione – ma al principio dell’emozione era l’azione.” (Damasio, 2003, p.104). Secondo Oliverio “Azioni e movimenti hanno un ruolo centrale nei processi di rappresentazione mentale a partire dalle fasi embrionali, quando l’embrione comincia a manifestare attività riflesse che costituiscono i mattoni dei futuri comportamenti motori. L’embrione è anzitutto un organismo motorio, prima ancora di essere un organismo sensoriale: nella fase embrionale, in quella fetale e in quella della prima infanzia l’azione precede la sensazione e non il contrario: vengono compiuti dei movimenti riflessi e poi se ne ha la percezione” (Oliverio, 2008, p.80). Le funzioni motorie e lo stesso corpo, che pure nella nostra cultura sono svalutati e subordinati rispetto alle capacità cognitive, risultano “all’origine di quei comportamenti astratti di cui siamo fieri, come dello stesso linguaggio che dà forma alla nostra mente” (ibidem, p.81).

Alla luce di tutto ciò risulta più agevole comprendere perché in Vegetoterapia accadono spesso insight profondi relativi alle nostre esperienze primarie[6], così come risultano essere intelligibili i motivi per cui il movimento reichiano, nel tempo, abbia potuto risalire e comprendere l’importanza decisiva dei vissuti intrauterini.[7] Capiamo, infine, perché possa essere uno strumento terapeutico assai efficace. In Vegetoterapia agire, sentire e capire sono profondamente intrecciati, si implicano continuamente e viene ad essere riproposto l’ordine di sviluppo filo ed ontogenetico delle funzioni: il capire avviene attraverso il sentire e il sentire attraverso l’agire.

Con la Vegetoterapia, dunque, il corpo è posto al centro della scena. Reich ne individuò specifici livelli, anelli o segmenti disposti trasversalmente rispetto al tronco: “quegli organi e quei gruppi di muscoli che sono in contatto funzionale fra loro, che sono capaci di indurirsi reciprocamente a compiere un moto espressivo emozionale” (Reich, 1994). Egli ne individuò sette e li considerò nella loro successione spaziale dall’alto al basso del corpo: oculare, orale, cervicale, toracico, diaframmatico, addominale, pelvico.

Ma, pur pervenendo all’importante scoperta dell’approccio terapeutico corporeo, Reich mancherà di dare alla Vegetoterapia Analitico-Caratteriale una forma compiuta, perché progressivamente sempre più rivolto alla definizione della teoria e della prassi Orgonomica. L’intuizione della Vegetoterapia era infatti accaduta in un periodo biografico molto contrastato ed estremamente vivace dal punto di vista intellettuale. Espulso dalla Società Psicoanalitica Internazionale nel 1934, dopo un inquieto girovagare per l’Europa, egli si era infine stabilito nel 1935 in Norvegia restandovi fino all’Agosto del 1939. Nei primi anni del suo soggiorno in quel paese, influenzato dalle ipotesi bio-elettriche di Kraus, Zondek e Hartmann, aveva approntato una serie di esperimenti volti a definire la natura dell’energia che presiedeva l’esperienza di piacere nell’uomo. Egli riuscì a dimostrare che le cosiddette zone erogene presentavano un maggiore potenziale bio-elettrico e una capacità di oscillare nella carica sensibilmente più pronunciata rispetto all’epidermide del resto del corpo. Gli esperimenti attestavano che il potenziale delle zone erogene non aumentava se non era accompagnato da una sensazione di piacere e che questo era tanto più intenso quanto più dolce era lo stimolo. Il pene o il capezzolo, ad esempio, potevano inturgidirsi, ma in assenza di sensazioni di piacere non si verificava un aumento della carica bioelettrica. Viceversa, una sensazione di angoscia o dispiacere si accompagnavano ad una brusca caduta del potenziale. L’intensità delle sensazioni di piacere e la quantità di eccitazione somatica apparivano pertanto identiche; psiche e soma costituivano un’unità funzionale. La Vegetoterapia aveva così trovato una decisiva fondazione.

Ma questo periodo di intensa e rivoluzionaria attività intellettuale, che inizia con il periodo norvegese e culmina con il periodo americano, aveva portato ad ulteriori sviluppi. Reich si era gradatamente convinto che l’energia bioelettrica a fondamento dei fenomeni umani fosse un’espressione particolare di una forma di energia ancora sconosciuta, ma presente in tutta la natura. Egli ne andò pertanto alla ricerca e pensò di averla individuata dapprima nei bioni (Reich, 1994), stadio di transizione della materia da inorganica ad organica, ed infine nella stessa materia inanimata e pertanto all’origine dell’intera esistenza.

Tale nuova forma di energia fu denominata orgonica (da organismo o orgasmo) e segnerà una profonda cesura nello sviluppo della sua opera. La presunta scoperta dell’energia orgonica cosmica sposterà decisamente l’asse delle sue ricerche. In effetti a cambiare non è solo la direzione scientifica, ma anche la loro rigorosità scientifica (Sacco, Sperini, 1990). Ha origine il momento scientificamente più controverso della sua riflessione, il cosiddetto periodo orgonomico negli anni della sua permanenza negli USA a partire dagli ultimi mesi del 1939.

Sul piano teorico la riflessione orgonomica segnava lo spostamento di interesse dall’uomo alla natura, mentre sul piano clinico-terapeutico registrava la perdita di centralità della Vegetoterapia a favore della Terapia Orgonica.

Non è allora un caso che, mentre l’Analisi del carattere risulti essere ben fondata sia epistemologicamente che metodologicamente, la Vegetoterapia non perverrà mai con Reich ad una chiara definizione metodologica. Una volta formulata l’ipotesi della possibilità di un intervento terapeutico orgonomico, egli non ne avrà più né il tempo né l’interesse e resterà incompiuta, costituita da pochi acting, il più importante dei quali era un esercizio di respirazione profonda, senza nessuna connessione con le fasi evolutive e i livelli corporei.

Nella Terapia Orgonica si coglie, e sarà decisiva, la volontà di pervenire alla definizione di un intervento clinico essenzialmente bioterapeutico.

A parere di Reich, essa rappresentava una tecnica più profonda, perché capace di operare bioenergeticamente e non più psicologicamente e pertanto in grado di pervenire fino al nucleo biologico dell’organismo. Le finalità da perseguire erano radicali e risolutive: porre rimedio alle distorsioni della civiltà mistica e meccanicistica e riconnettere l’uomo al ritmo armonioso della natura.

Solo così alla specie umana poteva essere garantita una condizione stabile di benessere. Con la Terapia Orgonica l’aspirazione utopica naturalistica presente in tutta la sua opera raggiungeva il culmine.

Anche la Terapia Orgonica non ha mai raggiunto una chiara definizione metodologica, così come la Vegetoterapia. Ma, mentre quest’ultima, come abbiamo visto, aveva avuto una chiara fondazione epistemologica e il suo destino era stato segnato dallo spostamento di interessi da parte di Reich, la Terapia Orgonica non ha mai raggiunto uno statuto metodologico ben definito perché fondata su presupposti epistemologici deboli.

La sua problematicità metodologica era stata già avvertita da alcuni dei suoi collaboratori più stretti e dei suoi più validi continuatori. Raknes affermava che “la psichiatria orgonica fino ad ora è stata interessata principalmente all’attività respiratoria, perché regolatrice del metabolismo orgonico” ed auspicava che “probabilmente in futuro verrà dedicata maggiore attenzione ad altri fattori” (Rakness, Reich, 1997, p.11).

Navarro ha affermato che, sebbene il termine Vegetoterapia fosse stato abbandonato da Reich per quello di Orgonoterapia, è da lui riproposto “non essendo ancora l’Orgonoterapia pronta a fornire elementi terapeutici collaudati” (Navarro, 1998, p.9).

Saranno proprio Raknes e Navarro a riproporre la centralità della Vegetoterapia Analitico-Caratteriale riconoscendo le insufficienze, sia pur considerate momentanee, dell’Orgonoterapia. La loro riflessione rappresenta un punto di biforcazione fondamentale della storia del movimento reichiano e di decisiva importanza per la definizione del modello della S.I.A.R..

L’amicizia fra Reich e Raknes risaliva al periodo psicoanalitico, era continuata nel periodo norvegese e si era cementata nel periodo americano, quando Raknes andò più volte negli USA per apprendere gli sviluppi della sua ricerca. Continuò pertanto ad insegnarne il metodo dopo la sua morte, avvenuta drammaticamente nel 1957.

In Italia, intanto, grazie all’opera divulgativa di Luigi De Marchi, con Biografia di un’idea, si diffondeva il pensiero reichiano e a Napoli nasceva il Centro Studi W. Reich (1968), di cui Navarro fu uno dei principali animatori. Fu proprio Navarro a volerne approfondire la conoscenza e ad invitare a Napoli Raknes, sottoponendosi insieme ad altri colleghi a training di formazione. In seguito “Ola Raknes affidò a Navarro la messa a punto della metodologia psicoterapeutica della Vegetoterapia carattero-analitica, ne approvò la sistematizzazione e nel 1974 lo riconobbe ufficialmente, definendolo orgonoterapeuta in armonia col percorso di W. Reich” (Sassone, www.analisi-reichiana.it).

Egli sviluppò la metodologia della Vegetoterapia e le fece compiere un salto qualitativo fondamentale attraverso la definizione di specifici acting per ognuno dei livelli corporei.

Ma il setting di Navarro era ancora di tipo monadico e si rimaneva ancorati ad una concezione energetico-pulsionale dell’essere umano. Quella di Navarro, era una Vegetoterapia ancora “bidimensionale, che non tiene sufficientemente in conto il tempo evolutivo interno e la relazione terapeutica nel setting” (Ferri, Convegno S.I.A.R., 2012).

In Navarro permanevano, del resto, elementi di ambiguità teorica. Il recupero della centralità della Vegetoterapia sembrava essere solo strategico in considerazione del fatto che la Terapia Orgonica non presentava ancora elementi terapeutici collaudati.

Risale al 1977 l’incontro fra Navarro e Ferri, mentre nel 1979 si costituiva la S.E.Or, Società Europea di Orgonoterapia.

Dalla S.E.Or nasceva nel 1992 la S.I.A.R., che rappresenta un ulteriore punto di biforcazione della storia del movimento reichiano.

 


 

[1] La S.I.A.R. (Società Italiana di Analisi Reichiana) è nata nel 1992 a Roma.

[2] Ola Raknes, medico e psicoanalista norvegese, è stato un importante collaboratore di Reich. E’ grazie alla sua opera che la Vegetoterapia Analitico-Caratteriale si è diffusa in Europa.

[3] Federico Navarro, psichiatra, allievo di Raknes, ha l’importante merito di aver per primo sistematizzato la Vegetoterapia

[4] Genovino Ferri, psichiatra, presidente della S.I.A.R., è stato allievo di Navarro. A lui dobbiamo lo sviluppo in senso analitico della Vegetoterapia e la trasformazione in senso sistemico-complesso del setting reichiano.

[5] L’anelito utopico del pensiero di Reich si esprimerà compiutamente nel cosiddetto periodo orgonomico della sua riflessione e si concretizzerà nella forma di un radicale panteismo naturalistico, caratterizzato dalla spiccata tendenza olistica di ricondurre l’uomo alla natura.

[6] La ricerca neuroscientifica sostiene l’esistenza di una memoria corporea o procedurale. Essa implica “una serie di procedure e non di significati, come avviene per le memorie semantiche […]. Lo sviluppo delle memorie motorie nel corso dell’infanzia indica che la memoria non è soltanto un fatto mentale ma anche corporeo, basato su procedure non esplicitabili, dato che è molto difficile, se non impossibile, formalizzarle in termini linguistici.” (Ibidem, pp.79,80).

[7] Lo stesso Reich vi portò l’attenzione nel tardo periodo della sua riflessione. La S.I.A.R., che per prima vi ha prestato un’attenzione sistematica, considera i vissuti intrauterini un periodo evolutivo determinante della futura individualità. (Ferri, Cimini, 2012).

 

Bibliografia
  • Mannella, M. (2014), Wilhlem Reich: Il dramma e il genio. Alpes, Roma.
  • Mannella, M. Un curioso, paradossale, ed (in)evitabile equivoco, in PsicoterapiaAnaliticaReichiana, Rivista semestrale online della S.I.A.R., n° 2/2012. 
  • Ferri, G., Cimini, G (2012) Psicopatologia e carattere. Alpes
  • Damasio, A. (1994), L'errore di Cartesio. Milano:Adelphi.
  • Damasio, A. (2003), Alla ricerca di Spinoza. Milano:Adelphi.
  • Oliverio, A. (2008), Prima lezione di neuroscienze. Bari: Laterza.
  • Reich, W. (1994), Analisi del carattere. Milano: SugarCo.
  • Reich, W. (1994), Esperimenti bionici. Milano: SugarCo.
  • Sacco, G., Sperini, M. (1990), Alla ricerca dell'energia vitale. L'orgonomia di Wilhelm Reich. Roma: Melusina Editrice
  • Raknes, O. (1997), W. Reich e l'orgonomia. Roma: Astrolabio.
  • Navarro, F. (1998), Metodologia della Vegetoterapia Carattero-Analitic. Roma: Busen.
  • De Marchi, L. (1970), Biografia di un'idea. Milano: SugarCo.
  • Sassone, R. La SIAR e il movimento reichiano. Da www.analisi-reichiana.it.
  • Ferri, G. (2012) Dare corpo alla Mente. Intervento al convegno S.I.A.R. a Roma.

* Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

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