Numero 2/2021

Il racconto dei racconti

regia di matteo garrone
anno 2015

 a cura di Luisa Barbato*

Siamo nel 1600. Una regina (Salma Hayek) è torturata dal desiderio di avere un figlio, che purtroppo non arriva e per questo è disposta a sacrificare qualsiasi cosa, compreso il marito.

 

 Un re (Toby Jones), vuole dare in sposa la figlia (Bebe Cave) a chi vincerà un torneo apparentemente impossibile da superare, sperando così di tenere per sempre con sé la bella e ingenua figlia.

 

 Un re erotomane (Vincent Cassel), sulla base di un equivoco, insidia due anziane sorelle che cercheranno come possono, dapprima di salvare la vita, poi di trarre vantaggio dal desiderio che offusca la percezione del sovrano.

 

 Questi, in breve sintesi, i tre racconti che Matteo Garrone mette in scena liberamente e con grande creatività da "Lo cunto de li cunti", la raccolta di fiabe più antica d'Europa, scritta fra il 1500 e il 1600 in lingua napoletana da Giambattista Basile. Ne viene fuori un film evocativo e struggente in cui si condensano le principali pulsioni, desideri e passioni degli esseri umani. Una metafora potente dei sentimenti e delle emozioni che colorano le nostre vite.

 

 Possiamo partire in questa riflessione da due punti di vista: il primo sul genere cinematografico, il secondo sulla narrazione, pur considerando che l’uno non prescinde dall’altra.

 

locandina il racconto dei raccontiIl genere: Garrone ha detto che si muove tra il fantasy e l’horror e, in effetti, alcune sequenze del film sono fin troppo crude ed esplicite.

 

 

D’altra parte si tratta di un fantasy molto particolare. Siamo ormai abituati all’egemonia disneyana, con un linguaggio fiabesco sempre più infarcito di effetti speciali, tra il fumetto e la fantascienza, e in cui invariabilmente il Bene trionfa e i Buoni hanno sempre ragione.

 

 

Nel Racconto dei Racconti, invece, il mondo è semplice e popolare, quasi archetipico, come è quello delle Fiabe, portatore di una tradizione che è stata ripresa nei tempi moderni, ad esempio, da Italo Calvino. Nelle fiabe tradizionali non sempre il finale è lieto, non sempre il Bene trionfa sul Male, forse perché il fine non è quello di far trionfare qualcosa o qualcuno, ma piuttosto mostrare, e così aiutare ad elaborare, le emozioni più primitive.

 

 

 Tutto questo è amplificato nel film dalla scelta di limitare gli effetti digitali, ricorrendo anche a ricostruzioni artigianali operate sul set, quasi a dimostrare che non è vero che una pellicola è tanto più evocativa tanto più vengono utilizzati effetti speciali. Nel film di Garrone, semmai, è il contrario.

 

 Si tratta quindi di racconti popolari, quasi infantili, nei quali a ben vedere, nulla sta in piedi alla luce della logica, ma proprio per questo esemplari nella loro semplicità e immediatezza.

 Le tre storie della Regina di Selvascura, del Re di Roccaforte e del Re di Altomonte riescono di grande impatto anche per i luoghi prescelti che sono scenari meravigliosi e perfetti, che ci fanno essere ancora una volta orgogliosi delle bellezze naturali e artistiche del nostro Paese. Si va dal Castello di Donnafugata, nel ragusano, con il suo magnifico labirinto di pietra, a Castel del Monte, in Puglia; dal castello di Roccascalegna in Abruzzo a Sovana, nel grossetano, mentre per i paesaggi naturali spiccano le incredibili Gole dell’Alcantara e le falesie di Statte.

 

 La narrazione: tutto questo armamentario tecnico e linguaggio scenografico non sarebbe tuttavia sufficiente se non rievocasse i moventi più profondi del nostro inconscio, così come fanno la fiabe tradizionali.

 

 Il film parla il linguaggio dei sogni, il linguaggio dei simboli, il tema degli archetipi. Se si riesce a tollerare il grande impatto emotivo, ci si ritrova trasportati in un sogno ad occhi aperti, in una dimensione crudele e avvincente, in cui sono trattati i principali temi degli essere umani.

 

 E’ stato detto che il film parla dell’amore delle donne: amore di figlia, di sposa, di madre, probabilmente è vero, ma a me sembra riduttivo. O meglio, si può affermare che l’amore delle donne diviene, nelle fiabe come nella vita reale, la chiave di volta su cui si sorreggono tutte le passioni umane.

 

 Nessun movente profondo è escluso: la trasformazione del corpo, la passione accecante, l'inganno, l’amore, l’odio, la maternità, l’avidità, la brama di potere, la cupidigia, la tenerezza, la tristezza, l’impotenza di fronte allo scorrere inesorabile del tempo.

 

 I personaggi del film ne sono schiavi e la loro simbologia è quella dell’inconscio in cui non esistono limiti di tempo o di luogo, in cui tutto è possibile contemporaneamente e senza contraddizione, in cui ci si esprime tramite metafore e metonimie.

 

 Così i tre racconti ("La pulce", "La regina", "Le due vecchie") sono animati da uomini di potere divorati dalla brama di possesso, affettivo, materiale o sessuale a seconda dei casi. Si tratta dei re delle fiabe, ma sembrano condividere le stesse debolezze e le stesse abiezioni di tanti uomini di potere contemporanei.

 

 Si tratta di storie di egoismi che aumentano fino a raggiungere dimensioni abnormi. Si potrebbe dire che nel libro, come sullo schermo, compare sempre e solo l’intrinseca natura umana, messa a nudo senza esitazioni.

 

 Ma di quale natura umana si tratta? Wilhelm Reich direbbe che si tratta della natura corazzata e appestata, quella dell’uomo nevrotico, contemporaneo come del diciassettesimo secolo.

 

 Questo è l’uomo, crudele e allo stesso tempo indifeso, che si sviluppa nel nostro vivere sociale. Ma per Reich l’uomo corazzato è il prodotto della cultura, il risultato della costrizione della propria energia vitale.

 

 Tutto il percorso analitico insegnatoci da questo grande maestro è all’insegna del recupero della propria vitalità in cui naturalmente si esprimono amorevolezza, tenerezza e compassione nonché la possibilità di trovare dentro di sé una sintonizzazione con gli altri che permetta di superare l’egoismo e la crudeltà dell’uomo bloccato e non regolato affettivamente.

 

 Il film di Garrone è importante perché ci mostra, secondo un’antica tradizione, qual è il nostro punto di partenza. Alla fine della pellicola trionfa l’amore tra due fratelli e in generale i giovani esprimono una speranza. C’è dunque una possibilità di riscatto, di evoluzione, e questa possibilità è stata intravista da Reich all’inizio del secolo scorso. Perché l’evoluzione si realizzi, ci ha insegnato Reich, occorre passare per il corpo, riattivare il naturale fluire della nostra energia e tramite esso approdare ad una visione sacra della vita, unitaria, infine olistica, secondo un linguaggio contemporaneo.

 

 Questo insegnamento fa parte del nostro bagaglio attuale di analisti reichiani, possiamo tutti sperimentarlo e provare a trovare, ciascuno nella propria storia personale, una via di elaborazione profonda e di trasmutazione delle emozioni umane per approdare a una vita più unitaria e consapevole. 

 

* Psicologa, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R., Vice Presidente SIPAP
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