Numero 2/2021

Stefano

Questo articolo è la parziale documentazione di un incontro di supervisione analitico-clinica in gruppo condotta da Genovino Ferri, psichiatra, analista reichiano.

Un terapeuta presenta il caso di un proprio paziente, gli altri terapeuti intervengono con domande e commenti, il supervisore conduce.

Terapeuta: Stefano è un uomo di 48 anni; si è rivolto a me due anni fa, per uno stato depressivo dovuto alla fine di una relazione, che era durata 9 anni; in quel periodo piangeva molto per amore. È stata una relazione in cui si alternavano avvicinamenti e allontanamenti, ognuno viveva a casa propria. La donna aveva due figli adolescenti. Immediatamente dopo l’ultima separazione, Stefano si è sentito molto sollevato, ma trascorsa una settimana ha capito che quella che aveva lasciato era la donna della sua vita. È tornato da lei ma la donna, in modo delicato, gli ha spiegato che il rapporto era esaurito. Lui è stato molto male... con gli amici non parlava d’altro.

È proprietario di un bar; ha tanti amici che di sera si incontrano nel suo bar e lui parla loro solo del suo problema. Ha un culto per l’estetica, è un bell’uomo e veste in modo elegante, firmato e un po’ eccentrico. Il bar è diventato un luogo alla moda molto frequentato. Tutte le sere c’è un'atmosfera molto allegra, festosa e si beve.

Poiché il suo stato d’ansia aumenta (si sveglia alle 3 di notte angosciato e in preda alla paura di morire) gli consiglio una consulenza psichiatrica per la possibilità di assunzione temporanea di uno psicofarmaco tranquillizzante. Lui risiede in una città diversa da quella dove abita il resto della sua famiglia; si sente solo, ha paura che gli succeda qualcosa di brutto.

 

L'anamnesi

Il parto è stato naturale; per l’allattamento la madre ha seguito diligentemente le istruzioni di un manuale; era molto ordinata nell’accudimento ma, come il resto della famiglia, anche poco affettiva. Lui è l’unico maschio nato tra due sorelle.

Il papà è un dirigente di azienda di buon livello e la madre è casalinga. A tre anni, mentre era al mare ha rischiato di annegare. Ricorda solo i tanti bei regali che ha trovato al risveglio in ospedale.

A sei anni per un incidente, è stato sbalzato fuori dall'automobile ed è finito lungo una scarpata. Hanno dovuto cercarlo alle luci delle torce ed è stato ritrovato svenuto. Anche in questo caso si è risvegliato all’ospedale sommerso da bei regali.

Abitava con la famiglia in un rione elegante, in una casa piccola circondata da ville lussuose. La madre soffriva di questa diseguaglianza sociale e riversava su lui, unico figlio maschio, le sue aspettative: “da grande anche tu avrai una bella casa e una vita agiata, non come tuo padre!”.

Stefano andava in una scuola frequentata anche dai figli dei vicini molto ricchi. La madre sottolineava sempre questa differenza e lui si vergognava ad invitare i compagni a casa, andava sempre lui da loro. Il padre guadagnava bene, ma le sue priorità erano lo studio dei figli e le esigenze primarie della famiglia. La casa aveva tre stanze da letto: una per i genitori, una per le due sorelle e una per lui; questa stanza veniva però usata anche dal padre come studio, quindi lui non aveva una sua privacy. In famiglia la figura leader è sempre stata la madre, in casa il padre era passivo e non prendeva decisioni.

La nonna paterna era una matriarca e viveva in una casa molto grande in una cittadina di mare dove in estate si ritrovavano tutti i cugini. Stefano vi ha trascorso estati gioiose e serene fino a 11 anni, fino a quando i cugini, che avevano qualche anno in più, la sera uscivano senza di lui; per questo soffriva molto e si sentiva rifiutato. Chiese ai genitori di andare a prenderlo, perché non voleva più rimanere in quel luogo. Da quel tempo si è molto chiuso e non ha più parlato in famiglia, mentre ha continuato a coltivare amicizie fuori.

Ha frequentato l’Università e si è laureato in Economia. Dopo l’Università i suoi compagni hanno tutti intrapreso carriere di successo, ma lui, si è trasferito in un’altra città, dove è stato assunto in un'azienda; detestava questo lavoro e dopo un po’ di tempo è stato licenziato; ne è seguito un periodo difficile. Ha avuto quattro relazioni sentimentali, ma le storie sono tutte finite poco dopo l'inizio.

Ha poi accolto la proposta di un amico di aprire insieme un bar: in quell’ambiente ha conosciuto la donna con cui ha avuto la storia di 9 anni.

In seguito, già in terapia con me, ha iniziato una storia con un’altra ragazza che ha presentato alla sua famiglia; i familiari l’hanno accolta e trattata bene, ma quando chiede un parere sulla ragazza, la madre non dà un giudizio positivo. Lui ci resta molto male e scrive una mail ai familiari esprimendo la sofferenza di sentirsi rifiutato ed escluso, poi si pente di aver scritto e si sente in colpa. I familiari rispondono di non meritare di essere considerati a tale stregua anche se, per la prima volta, esprimono dei sentimenti.

Ha avuto altre donne ancora, con le quali era sempre molto passivo, non aveva iniziative. Incontra infine una donna che autonomamente si fa avanti dicendogli apertamente che lui le piaceva molto. Lui si lascia coinvolgere. I due si affezionano molto. Hanno tanti interessi in comune, ma lui non prova una forte attrazione sessuale, vede in lei un corpo perfetto ma il volto brutto e talora ha difficoltà di erezione.

Mi porta una foto della donna per avere un parere; io esprimo apprezzamento per quella donna sportiva, tonica.

Lui però ripete continuamente: “devo scopare Francesca”, “oggi devo farlo” ma si sente paralizzato; si è dato il termine della fine dell’anno per decidere che cosa fare. Se il pensiero di interrompere la relazione lo fa star male, non sa però come portare avanti un rapporto insoddisfacente, per l’assenza di attrazione sessuale persistente. La donna invece dice che lui è una meraviglia, di non avere mai provato così tanto piacere.

 
La Supervisione

Supervisore: La domanda che pone la Terapeuta a questa supervisione?

Terapeuta: Mi sento paralizzata come è paralizzato lui, e mi sento responsabile dal punto di vista terapeutico; non so che cosa fare, non so come procedere nella terapia. La situazione è in stallo. Ogni settimana Stefano ripete le stesse cose e lui stesso si vergogna di questo.

Supervisore: Facciamo Analisi del carattere e troviamo i segni incisi che hanno determinato Stefano nei suoi moduli relazionali, ricavandone anche la sua combinazione caratterologica...; è sempre il primum movens!

Partecipante: Il rischio di affogare a tre anni...e di morire!

Supervisore: Vediamo quanto questo incide sui suoi tratti caratterologici.

Partecipante: È evidente la presenza di uno stile di relazione di un tratto orale. Stefano innesca schemi di simbiosi - dipendenza; anche l’allattamento è stato poco affettivo anche se ordinato.

Partecipante: Un aspetto molto forte è l’ambivalenza. Lui subisce due traumi profondi ed entrambe le volte si risveglia in ospedale, colpito dal beneficio secondario dato dall'evento traumatico: quando si risveglia trova infatti sempre bei regali, si fa festa per il suo ritorno alla vita.

Partecipante: Nel profondo è solo e anche in superficie normalmente, tranne negli eventi traumatici e solamente agli inizi, quando si sta insieme in festa, con i regali...

Supervisore: Vorrei sottolineare la scena familiare che risulta abbastanza chiara: la leader, il super-ego, è la madre e lui è il maschio che raccoglie il possibile progetto materno di recuperare e salire narcisisticamente di status sociale; il padre è sullo sfondo ed è secondario, squalificato. Sulla base di quanto descritto possiamo dire che la tematica di Stefano è quella di realizzare il progetto della madre ma, per attuarlo, non possiede le energie ed il sostegno della madre.

L’ambivalenza dipende dal conflitto tra una condizione depressiva e una velleità fallica di primo tipo.

Facendo Analisi del Carattere rileviamo: una posizione fobico-orale con una profonda solitudine allarmante da sopravvissuto, che raggiunge l'amigdala, ma anche con una grande solitudine affettiva, che proviene dal giro cingolato anteriore. Nel contempo troviamo una posizione fallica di primo tipo.

Stefano deve sentire la deprivazione, la mancanza, il rischio della perdita, per attivarsi, ma rischia di rimanere però nella prima fase di una relazione, perché in stadi successivi ha difficoltà. Quindi attiva un gioco di posizionamenti talora simmetrici, con schemi di attrazione e fuga; non vengono raggiunti stadi successivi nella verticalità della relazione duale. Lui ripete sempre lo stesso schema sia nella relazione dei 9 anni, sia nelle altre, pur brevi; nello schema c’è una similitudine con l’ambivalenza incisa e vissuta nella sua biografia.

La mancanza di sessualità rappresenta la posizione ordinata ma depressiva reattiva alla poca affettività, post-ansia di separazione dall'oggetto.

Quasi tutte le relazioni che iniziano nel bar festoso sono prive di attrazione sessuale. Sembrerebbe che questo tipo di relazione sia incluso in una dimensione meno allarmata: ”quando sono ordinato, non c’è la sessualità”, “non sono in zona pericolosa certo, ma non sono soddisfatto, tutto è ordinato, e non c’è neanche l'affettività”.

Quando c’è invece la sessualità, sta ad indicare che si è affacciato l’altro aspetto dell’allarme: la perdita, o meglio la possibile perdita dell'oggetto, risveglia e attiva un desiderio sessuale di un incontro, non di una relazione; deve cioè restare continuamente sull'ansia di separazione attivante; senza l'ansia di separazione in lui si spegne l’eccitazione.

Il segno inciso, frattalico nel suo schema, è dato da una separazione-esclusione, registrata come traumatica, alla quale segue la festa dell’Altro con i suoi doni, per essere tornato in vita: tutto ciò fa eccitazione; Stefano ricorda solo l’eccitazione della festa, non il trauma. Nella sua memoria implicita (non in quella esplicita) è segnato il rischio di morire, il rischio di annegare, un rischio di passaggio dalla vita alla morte; è evidente che c’è una risposta di attivazione, e quando lui diventa soggetto (e apre gli occhi) c’è la festa del suo ritorno in vita, c’è l’eccitazione; sembrerebbe un’eccitazione anche affettiva ma poi svanisce. Quando finisce il pericolo, infatti, nessuno si occupa più di lui. La minaccia, che nella sua storia raggiunge gravi profondità, si ripropone proiettata come domanda al femminile. L’ambivalenza sessualità da minacciosità da pericolo di perdita, oppure ordine anaffettivo, ma non sessualità. Sulla minaccia di separazione-esclusione, che risuona sui traumi molto profondi e allarmanti, si eccita, reagisce, ma sull’ordine superegoico anaffettivo post-festa si spegne.

Nella lettura analitico corporea è molto più evidente il tutto: un torace che non è riuscito a riempirsi, è un torace che chiede e non riesce a dare. Lui ha una depressione toracica, cerca di salire ma non ce la fa. Che cosa chiede alla sua donna ideale? “Vieni con me giù nella zona della paura e della solitudine e riportami su’”. Lo ha chiesto alla madre, “accompagnami in questo viaggio non mi aspettare solo su’, dopo la festa“. Lui sta cercando una donna che faccia un viaggio dall’annegamento alla vita, non la madre che invece l’aspettava su’ con le sue pretese super-egoiche. Lui è imprigionato in un complesso di castrazione da insostenibilità, perché non riesce a realizzare, con gli appesantimenti traumatici, i progetti della madre. Ha una rabbia enorme nei confronti di se stesso e della madre.

Supervisore: Chi è per lui la sua terapeuta? Certamente anche una figura super egoica, ma nel senso dell'autorevolezza e dell'accoglienza. Possiamo trasformare la sua domanda implicita in azione dopaminergica? Quest’uomo ha bisogno di essere sostenuto per esprimere la propria aggressività.

Elaboriamo così un appropriato progetto terapeutico chirurgico. Abbiamo gli attrezzi (acting) e le sensazioni controtransferali del gruppo che ha individuato il problema nella zona tra il sesto, quinto e quarto livello corporeo.

Psicodinamicamente sappiamo che Stefano non ce la fa a salire, che ha una depressione toracica, che conosce sicuramente l’angoscia e che cerca di far festa ma poi...

Che cosa fareste? Quale acting proporreste?

Partecipante: l’acting del NO.

Supervisore: È un acting possibile.

Partecipante: l’acting del mostrare i denti.

Partecipante: l’IO di fronte al terapeuta.

Partecipante: L’acting dell’IO con le mani piatte.

Supervisore: facciamo un po' di esercizio differenziante:

- l’acting del No potrebbe essere utile, ma qual è il rischio? Nella sua storia l’unica volta che ha scritto ai familiari, dopo si è sentito molto in colpa; con l’acting del NO, potrebbe entrare nel rischio di rimanere nelle sabbie mobili della colpa; è comunque un acting per la dimensione che stiamo individuando terapeutica per lui.

- L’acting del mostrare i denti è anch'esso un acting dell’area, è anti-angoscia ma è un acting relativo alla fase genito-oculare, si entra dal secondo livello corporeo (la bocca) per lavorare sul quarto, quinto e sesto livello. Può andare bene, ma è entrare da una fase che non è la più adatta allo stato.

- L’acting dell’IO frontale non è nel suo repertorio perché è relazionale; è necessario puntare di più sul far salire la verticalità di quest’uomo; dopo potrà incontrare e confrontarsi con gli altri.

- L’acting dell’IO con le mani piatte: è quello con cui rischiamo di meno.

Il NO lo farei fare in seguito; prima stimolerei l’affermazione del suo IO e solo dopo potrà permettersi di dire NO bene.

L’acting più appropriato è quello dell’IO con le mani piatte, ma con una variante: un IO che va detto alla fine della inspirazione toracica mentre le mani battono sul materasso. Con questo ritmo Stefano può caricarsi e salire. Senza tale variante, solo battendo le mani, rimarrebbe probabilmente in stallo.

Tutti gli acting che avete individuato sono corretti, ma prendiamo il più appropriato; l’acting dell’IO è un acting anti-angoscia per eccellenza e strutturante.

Ora lo proporrò alla terapeuta per 15 minuti. Le servirà per segnare addosso ciò che dovrà trasferire al e nel paziente: l'uscita dalla paralisi-stallo con linee guida appropriate.

La voce (IO) deve attraversare tutti i livelli e differenziare i tanti IO appoggiati sui vari livelli-posizioni-stazioni evolutive. Per Stefano sarà una novità: costruire il suo IO dal profondo fino al suo collo e ai propri occhi, sui gradini dell'evoluzione.

Questo acting dovrebbe parimenti stimolare un percorso dall’amigdala alla corteccia prefrontale. Lui presenta temi di abbandono e separazione dal femminile, e psicodinamicamente al femminile chiede “vieni a riprendermi sull’amigdala o addirittura sul locus coeruleus", che sospetto sia stato toccato dal trauma. Con questo acting favoriamo la costruzione di un canale sensoriale, di una nuova mappa tra locus coeruleus, amigdala e corteccia prefrontale.

Se proponessimo il NO andremmo ad addizionare troppo dolori affettivi da esclusione, segnati sul giro anteriore del cingolo. È meglio il percorso dall’amigdala alla corteccia prefrontale.

La domanda di Stefano alla madre e al femminile "vieni a prendermi quaggiù nell’amigdala o forse fino nel locus coeruleus" non viene ascoltata, la madre sta addirittura sulla corteccia prefrontale e lo aspetta. Per questo lui chiede al femminile sempre di guidarlo in questo percorso.

L’aiuto può venire dalla terapeuta, che non va a riprenderlo, ma gli insegna come salire e riprendersi una posizione che favorisca la strada per uscire dalla dipendenza.

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