Numero 2/2021

i fattori del cambiamento terapeutico
nel modello sistemico/complesso della s.i.a.r.1

Marcello Mannella* 

La S.I.A.R. (Società Italiana di Analisi Reichiana) è un’associazione analitico/corporea che si richiama all’eredità di Wilhelm Reich, in particolare a quegli aspetti della sua opera che hanno contribuito in maniera decisiva allo sviluppo della teoria e della pratica psicoterapeutica. Sto parlando della tecnica dell’analisi del carattere e della pratica della psicoterapia corporea o Vegetoterapia Analitico-Caratteriale, che ha inaugurato la tradizione delle psicoterapie corporee.

La riflessione reichiana affonda le radici nello stato di grave crisi in cui versava la tecnica psicoanalitica negli anni venti del secolo scorso. Giovane psicoanalista a Vienna, Reich aveva accolto il suggerimento di Freud e si era impegnato in un lavoro attento e sistematico sulle resistenze che costituivano il principale ostacolo nel processo terapeutico.

Nel tempo egli comprese che nel lavoro analitico non bisognava badare esclusivamente ai contenuti delle comunicazioni dei pazienti, ma soprattutto alla modalità espressiva di quei contenuti, al linguaggio del loro corpo.

Quindi portò nel setting tutta una serie di aspetti che fino a quel momento erano stati trascurati: la mimica facciale, il modo di guardare, di parlare, di entrare nello studio e dare la mano, il modo di camminare. Così facendo, intuì che fra le tante resistenze ve ne era una di specie particolare, il carattere della persona, cioè la modalità stereotipata, fissa, rigida, sempre identica a se stessa, di rispondere alle molteplici e diverse situazioni della vita.

L’analisi del carattere segna l’ingresso della psicoanalisi nelle coordinate epistemologiche del pensiero complesso. La comunicazione fra analista e paziente non si risolveva nella sola comunicazione verbale, ma occorreva considerare una pluralità di modalità espressive che richiedevano una diversa capacità osservativa.

Se dunque fino a quel momento la psicoanalisi era stata unicamente una cura parlata e il corpo aveva avuto accesso al setting psicoanalitico soltanto come luogo di espressione di significati psichici, ora era il corpo che incominciava a porsi al centro della scena, diventando il punto di osservazione privilegiato per comprendere la storia evolutiva del paziente.

Reich individuò sette livelli corporei – un livello corporeo è l’insieme funzionale di organi e muscoli coinvolti nell’espressione di un moto emozionale - e li considerò nella loro disposizione spaziale dall’alto al basso: oculare, orale, cervicale, toracico, diaframmatico, addominale, pelvico.

E, poiché ogni livello era segnato dai vissuti relazionali infantili, Reich cominciò a definire dei movimenti (acting) per quanto possibile simili ai movimenti ontogenetici propri delle diverse fasi evolutive, allo scopo di rivisitarne l’esperienza.

Per dare un piccolo accenno del modo in cui opera la VegetoTerapia prendiamo come esempio l’acting della suzione. Il paziente è disteso sul lettino, le ginocchia piegate e i piedi appoggiati sul materasso. Gli occhi sono aperti, la bocca semiaperta e le labbra protese ripropongono il movimento della suzione. L’acting, che ci mette in contatto con i nostri vissuti in fase oro-labiale, è agito per quindici minuti al termine dei quali si chiede al paziente di verbalizzare le proprie sensazioni, gli stati d’animo e i pensieri. Il rivivere consapevolmente i vissuti cristallizzati nel corpo permette di sperimentare e definire nuove modalità comportamentali e di modificare pertanto le proiezioni cerebrali di quegli stessi vissuti infantili attraverso un continuo rimando di informazioni fra la periferia del corpo e il Sistema Nervoso Centrale.

 
La S.I.A.R.

E’ con la S.I.A.R., nata negli anni ‘90 a Roma, che l’analisi reichiana riceve una decisa declinazione sistemico-complessa.

La S.I.A.R. ha colto la relazione fra i livelli corporei e le fasi evolutive; ha compreso l’ordine di attivazione e la prevalenza dei diversi livelli corporei nel tempo; ha individuato la diversa prevalenza cerebrale – rettiliana, limbica, neopalliale - nelle diverse fasi evolutive. Gli acting di VegetoTerapia, infine, sono coniugati con i livelli corporei, le fasi evolutive e i momenti di passaggio.

Proviamo a vedere da vicino ognuno di questi importanti e decisivi sviluppi.

Il modello S.I.A.R. osserva il sistema-vivente-uomo attraverso la prospettiva del tempo evolutivo, un tempo cioè non esclusivamente centrato sugli aspetti attuali, ma che esamina le problematiche emozionali alla luce della storia evolutiva dell’individuo. Ciò ha segnato l’ingresso delle psicoterapie corporee nell’alveo della tradizione analitica.

La S.I.A.R. ordina i livelli corporei a partire dalla loro attivazione ontogenetica, cioè in base al fatto che durante lo sviluppo evolutivo assumono una prevalenza energetico-fisiologica e sono pertanto di volta in volta deputati a veicolare e a ricevere impressioni in una specifica relazione di fase fra il sé e l’altro-da-sé.

Il primo livello ad attivarsi è pertanto quello addominale durante le fasi intrauterine, mentre la dominanza cerebrale è dei cervelli rettiliano e limbico.

Fanno seguito il livello della bocca nella fase oro-labiale e il quarto livello, quello toracico, nella fase muscolare, caratterizzati dalla prevalenza cerebrale limbica, ed infine il collo, il diaframma, le pelvi e il livello degli occhi, a prevalenza cerebrale limbica e neopalliale.

Ogni fase evolutiva colora in maniera particolare la relazione con lo specifico altro-da-sé di fase, e ognuna di queste relazione di fase lascia delle impressioni, dei segni, che nel loro insieme costituiscono il carattere di una persona.

I segni incisi caratteriali non hanno una valenza esclusivamente psichica, non si risolvono nelle sole modalità espressive emozionali, nelle architetture del linguaggio e del pensiero, ma sono innanzitutto visibili nel corpo, nella rigidità o nella astenia dei suoi diversi livelli, nelle sue posture e nei suoi comportamenti, così come nella sua attività neuroendocrina e neurovegetativa.

Nel modello S.I.A.R., il corpo, pertanto, nella sua interezza e complessità è posto al centro della scena analitica e si inaugura la psicoanalisi del corpo e nel corpo.

Tutto questo accade in una chiara cornice relazionale.

La S.I.A.R. considera il setting un sistema vivente, in cui è agita la relazione fra l’analista e l’analizzato. Consapevoli del profondo coinvolgimento dell’analista nel processo terapeutico, poniamo particolare attenzione al fenomeno del controtransfert.

A differenza però della tradizione psicoanalitica, il concetto non è da intendersi soltanto come la particolare costellazione emotiva che l’analista prova nei riguardi della persona, ma rappresenta un prezioso strumento terapeutico. E’ regola fondamentale che se ne abbia piena consapevolezza, soprattutto nei suoi aspetti corporei. Qual è il livello corporeo che si attiva nella relazione analitica? E come risuonano i tratti caratteriali della persona sulla nostra struttura di personalità?

foto di L. De Strobelfoto di L. De Strobel

 

L’analista deve essere in grado di proporre un adeguato assetto controtransferale psico-corporeo collocandosi sul tratto della propria personalità più appropriato alla situazione terapeutica.

Si realizza in tal modo un accoppiamento strutturale fra i tratti caratteriali dell’analista e i tratti caratteriali dell’analizzato in grado di aiutare l’analizzato a muoversi dalle proprie fissazioni, stimolandone la capacità autopoietica a creare nuove forme di ordine e di organizzazione. Sarà l’analizzato a trovare le proprie soluzioni, quelle per lui sostenibili e in armonia con la sua storia e i suoi valori.

Il modello della S.I.A.R., pertanto, affronta l’avventura terapeutica assumendo una posizione clinica non direttiva, muovendosi in una prospettiva costruttivista.

Attraverso un domandare e problematizzare aperti e ambigui, l’agire terapeutico viene a costituirsi come rumore, come elemento perturbatore dell’organizzazione non più funzionale della personalità del paziente.

Ciò non avviene soltanto attraverso la relazione verbale, ma con l’ausilio decisivo degli acting corporei.Nella loro proposizione, dopo averne descritto la modalità attuativa, non si danno indicazioni circa i possibili esiti. Piuttosto che indicare la direzione dell’esperienza, si invita l’altro a scoprire ed esplorare nuove possibilità di essere nel mondo, a soffermarsi su quelle che nel tempo si avvertono egosintoniche.

La proposizione di acting rappresenta uno dei nostri punti di forza. L’attuale ricerca neuroscientifica è pervenuta alla comprensione che il nostro Io è innanzitutto un organismo motorio e che lo sviluppo delle funzioni cognitive superiori si innesti sullo sviluppo delle funzioni motorie e percettive. E’ attraverso i movimenti del corpo che iniziamo ad esplorare il mondo e insieme a formare e conoscere noi stessi.

Gli acting sono esperienze motorie che ripropongono il linguaggio originario del corpo e consentono di accedere ai vissuti che accadono in età preverbale.

 

In VegetoTerapia agire, sentire e capire sono profondamente intrecciati, si implicano continuamente e viene ad essere riproposto l’ordine di sviluppo filo ed ontogenetico delle funzioni: il capire avviene attraverso il sentire e il sentire attraverso l’agire. Proprio per questo parliamo di attivazione incarnata e proprio per questo in VegetoTerapia facilmente accadono insight profondi.

La finalità non è però quella dell’abreazione, ma di prenderne coscienza e di sperimentare nuove modalità comportamentali capaci nel tempo di modificare il funzionamento complessivo del sé della persona.

Nella nostra pratica terapeutica, l’attenzione però non è soltanto rivolta al passato, alla sua rinarrazione coerente e consapevole; decisiva importanza assume anche la capacità di volgere lo sguardo verso il futuro, alla vita a venire. Sappiamo, infatti, che il nostro sé autobiografico non si definisce soltanto in base alla mera somma dei nostri ricordi, né è sufficiente rimodellarli attraverso le esperienze attuali; un ruolo decisivo è rappresentato dalla capacità di prefigurare la nostra esistenza, di immaginare la persona nuova che vogliamo essere.

La nostra presunzione è anche quella che si possa pervenire alla costruzione di forme integrate e insieme fluide della personalità capaci di dare spazio alle particolarità del proprio sé e di rispondere creativamente alle diverse situazioni della vita. Solo così è possibile vivere creativamente e responsabilmente e disporsi alla definizione di significati sovrapersonali dell’esistenza.

Sappiamo infatti che la qualità dei nostri pensieri è espressione – in misura significativa – dello stato del nostro essere, dei nostri sentimenti corporei di fondo, di malessere o benessere, di armonia o disarmonia, insomma che al ben-essere corrisponda un ben-pensare.

L’esperienza di unità e coerenza che scaturisce dal radicamento della mente nel corpo, ci dispone, ad esempio, alla rappresentazione unitaria dell’esistenza, ad andare pertanto oltre quelle opposizioni – spirito/corpo, mondo interno/mondo esterno, cultura/natura, cielo/terra, ecc. – che hanno tradizionalmente caratterizzato la storia spirituale dell’umanità occidentale, e nello stesso tempo ci apre al sentimento/pensiero di appartenere alla comunità umana e sociale, al tutto della natura. Sappiamo tutti quanto il nostro tempo con i suoi drammatici problemi abbia necessità di una simile consapevolezza.

Questa esigenza del resto non corrisponde ad un’aspirazione puramente filosofica e spirituale.

Damasio ha rimarcato il fatto che il superamento degli angusti limiti della propria personalità non è qualcosa che accade al di fuori della nostra biologia, ma qualcosa che si iscrive nella realtà del nostro stesso corpo. In Alla ricerca di Spinoza afferma che “lo sforzo di vivere in un’armonia condivisa e pacifica con gli altri è un’estensione dello sforzo di preservare se stessi. I contratti sociali e politici sono estensione dell’imperativo biologico individuale.” (Damasio, 2003, pag.210).

La costruzione di forme integrate e fluide della personalità rappresenta, ancora, la condizione perché possano darsi condotte morali coerenti e per poter pervenire ai significati spirituali, sovrarazionali dell’esistenza in grado di connettere l’alto e il basso, il cielo e la terra.

Sempre Damasio ricorda che “le norme che governano la nostra condotta personale e sociale dovrebbero essere forgiate su una più profonda conoscenza dell’umanità, una conoscenza che stabilisca un contatto con il Dio e la Natura dentro di noi” (Ibidem, p.25).

 


[1]Intervento al Masterclass su "I fattori Comuni del cambiamento in psicoterapia" il 6 febbraio Lungotevere Flaminio, 36 a Roma.

 
Bibliografia
  • Damasio, A. (2003), Alla ricerca di Spinoza.  Milano: Adelphi.
 

* Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

Share