Numero 2/2021

perfetti sconosciuti

regia di paolo genovesee
anno 2016

 a cura di Luisa Barbato*

Partendo da una frase di Gabriel Garcia Marquez che recita: 'Ognuno di noi ha una vita pubblica, una privata e una segreta', il regista Paolo Genovese accende i riflettori sulla scatola nera della nostra vita, ovvero lo smartphone, oggetto di cui nessuno può ormai fare a meno e che tutti, o quasi, teniamo nascosto da occhi indiscreti. Un tempo la vita segreta era custodita nell'archivio della nostra memoria, oggi nelle nostre sim.

Che cosa accadrebbe se quella minuscola schedina svelasse il suo contenuto?

Nel corso di una cena, che riunisce un gruppo di amici, la padrona di casa Eva si dice convinta che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo partner controllasse il contenuto del cellulare dell'altro. Parte allora una sorta di gioco per cui tutti dovranno mettere il proprio telefono sul tavolo e accettare di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente.

Così messaggi e chiamate in vivavoce, all’insaputa della persona all’altro capo dell’apparecchio, danno vita ad una sorta di tragica roulette russa moderna, dagli esiti drammatici e sconcertanti per ognuno dei protagonisti.

Quello che inizialmente appare come un gioco innocente, si tramuterà in un massacro in cui nulla è come sembra e in cui tutti hanno scheletri nell'armadio, da portare obbligatoriamente alla luce del sole. I segreti svelati sgretolano le sicurezze che si credevano salde nei confronti di amici, amiche, mogli e mariti e si scoprirà che le persone a noi più vicine, che pensiamo di conoscere così bene, possono rivelarsi dei perfetti sconosciuti.

I protagonisti sono i padroni di casa, Rocco e Eva (Marco Giallini e Kasia Smutniak), che discutono animatamente della figlia adolescente. A loro si aggiungono il tassista Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher), freschi sposi con l’idea di diventare ben presto genitori, Lele (Valerio Mastandrea) e Carlotta (Anna Foglietta) che provano a trovare un difficile equilibrio nel più tipico menage familiare ed infine Peppe (Giuseppe Battiston), professore di ginnastica momentaneamente disoccupato, che partecipa alla cena da solo a causa del sopraggiunto malessere della nuova fidanzata, con grande dispiacere degli altri amici desiderosi finalmente di conoscerla.

Il cast del film è quindi corale e di grande livello, fa onore al testo e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio stile reale. Il tono è adeguato alla narrazione: non melodrammatico, non nostalgico, non grottesco, non cinico, ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e puntate di dolore. Questa cena delle beffe fa riferimento a molto cinema francese e americano, ma lo stile dei rapporti fra i protagonisti è italiano, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami incerti e i sogni irrealizzabili.

La scrittura è crudele, precisa, disincantata e c'è anche un finale alla Sliding Doors che mostra come il gioco (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l'ipocrisia, secondo le regole comuni e formali della vita normale. La serata ha anche come spunto un’eclissi lunare da ammirare col telescopio sulla terrazza (il riferimento a Scola è tutt’altro che casuale).

In realtà i veri protagonisti del film sono i nuovi facilitatori di comunicazione, chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, social ecc… che diventano pericolosi quando con superficialità tutti, o quasi tutti, affidano i propri segreti allo smartphone (o tablet, o pc) senza pensare alle conseguenze, o peggio ancora, pensando di poterle impunemente gestire.

Questi nuovi strumenti finiscono invece per rivelare pericolosamente la frangibilità di ciascuno di noi, citando un vocabolo usato nel film al limite del neologismo, che ben mette il luce la delicatezza di strumenti così poco affidabili come i nuovi media.

Il tutto richiama questa società liquida, secondo la definizione data dal sociologo Bauman, senza forma, senza riferimenti solidi, che rischia di sommergere ogni nostra certezza. La società liquida dai confini deboli, come ben emerge nel film, fa paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, cercando di restare in piedi o meglio di sopravvivere, come canta il motivo di apertura Perfetti sconosciuti di Fiorella Mannoia nei titoli di testa.

È pertanto molto interessante il collegamento che il film suggerisce tra la società liquida contemporanea e la nuova tecnologia elettronica, in primis il telefono cellulare. Siamo solo all’inizio dell’analisi dei cambiamenti che l’uso di questi strumenti sta comportando nello stile e nei contenuti delle nostre vite. Il film in questo senso, pur con il suo tono tra il comico e il malinconico, costituisce un utile spunto di riflessione. Quello che per tutti noi è più intimo: relazioni, sogni, aspettative ecc… è delegato a strumenti tecnologici per loro natura incerti, che barattano la facilità di comunicazione con la nostra riservatezza. Accade così che affidiamo la parte più nascosta di noi stessi a dei supporti per loro natura incerti, pronti a cancellare l’istante seguente qualcosa di molto intimo che abbiamo inviato a qualcuno cui teniamo. Questa labilità di messaggi, chiamate, chat ha reso tutta la nostra comunicazione più intima incerta, fuggevole, consumabile rapidamente, esponendoci a una grossa transitorietà. Un tempo si scrivevano le lettere che impiegavano giorni, settimane o addirittura mesi ad arrivare. Le lettere rimanevano, venivano conservate, a volte restituite. Si inviavano e si scambiavano anche foto che pure venivano conservate gelosamente. Rimaneva un segno tangibile e duraturo di quello che era stato: sentimenti, emozioni, notizie della vita quotidiana, confessioni.

Ora la comunicazione è molto veloce, immediata, ma in questa velocità tutto si consuma rapidamente, non permane, scorre via come acqua, segnando una mancanza di definizione e di confini. Siamo nella comunicazione liquida, espressione della più generale società liquida. A livello soggettivo tutto questo accentua la nostra fragilità, o frangibilità come si dice nel film, rischiando di creare o accentuare una dimensione di vita sì segreta, ma segnata da una transitorietà e ineffabilità in cui alla fine ci si ritrova comunque soli.

Come analisti reichiani diremmo che, ancora una volta, nelle espressioni della società contemporanea manca il corpo, manca il radicamento al respiro, alle gambe, allo sguardo, alla percezione reale del nostro sentire. Con l’elettronica siamo ancora una volta molto nella testa, nella cognitività, in cui tutto è possibile, tutto può apparire e scomparire, essere consumato rapidamente. Manca il ritmo lento del corpo e delle emozioni, la percezione di sé come esperienza fisica ed energetica, che naturalmente segna dei confini e ci permette di essere pienamente presenti nel qui ed ora. In questa presenza, nella capacità di oscillare consapevolmente tra i nostri vari livelli corporei, c’è la possibilità di mantenere dei confini saldi. Oscillare tra i vari segmenti del corpo vuol dire, infatti, saper scorrere ed essere consapevoli delle emozioni, dei passaggi e delle fasi significative della nostra vita. Da questa consapevolezza nasce una presenza in ogni atto della vita che la rende maggiormente definita, meno consumista, meno piegata agli standard liquidi della cultura e della comunicazione contemporanee.

 
 

* Psicologa, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R., Vice Presidente SIPAP
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