Numero 2/2021

Verifica indiretta della vegetoterapia

Note all'articolo "Mindfulness e tratti associati:
un contributo empirico", di Robert Brumarescu1

Giuseppe Ciardiello*

 

Tutti gli approcci di psicoterapia soffrono per la mancanza della ricerca nella propria attività e, di solito, gli assunti teorici di base si appoggiano ad ipotesi poco validate e guidate da fatti descritti soggettivamente dai diversi terapeuti.

Così le affermazioni e le credenze terapeutiche, sostenute dai diversi professionisti, hanno spesso una forma tautologica perché sostenute da esempi riportanti estratti autocompilati di sedute. Questi resoconti hanno sempre il gusto un po’ viziato dal desiderio di quello che si vuole dimostrare.

L’interessante lavoro di Brumarescu, che si accosta da ricercatore ad una materia naturalmente ostica per la ricerca, sembra scrivere inconsapevolmente una bella pagina di conferma dei processi che da tempo la Vegetoterapia utilizza in ambito psicoterapeutico, pur non essendo riuscita a supportarli con fatti provati.

L’autore indaga sperimentalmente cinque processi attivabili dall’esperienza mindfulness. 1. “Osservare (Observe): notare e prestare attenzione a stimoli interni ed esterni; 2. Descrivere (Describe): etichettare le esperienze come sensazioni e cognizioni a parole; 3. Agire con consapevolezza (Act with awereness): riferire l'attenzione focalizzata sull'attività corrente; 4. Non giudicare le esperienze interne (Non judgment): non giudicare sentimenti ed emozioni; 5. Non reagire alle esperienze interne (Non react): notare sensazioni ed emozioni senza reagire ad esse.”

I cinque processi promossi dalla pratica mindfulness non sono affatto estranei alla Vegetoterapia che da sempre li promuove con l’ausilio degli acting. Questi ultimi consistono in piccole azioni standardizzate e gerarchicamente prescritte ai pazienti. Dopo ogni singola realizzazione viene indagato il vissuto, le emozioni che l’hanno accompagnato e i pensieri emersi nel corso dell’esperienza. Queste finestre di osservazione realizzano gli stessi intenti che Brumarescu vede realizzabili nella pratica della mindfulness con in più un atteggiamento progettuale a più lunga gittata, dato dall’approccio terapeutico e analitico.

Il primo elemento significativo che emerge dalla ricerca è che, le persone che sanno essere attente agli stimoli esterni ed interni (Osservare), non necessariamente sono più bravi nella modulazione emozionale, né hanno una maggiore intelligenza emotiva; semplicemente sanno meglio osservare le emozioni, ma non è detto che sappiano anche trattarle o sappiano cosa farne.

Inoltre non è confermato il fatto che essere capaci di maggiore attenzione alla realtà, comporti una maggiore consapevolezza dello stimolo. E ancora, non è confermato a livello statistico, che le persone più capaci di osservare siano anche più capaci di controllo (di sè e della realtà).

Quindi per la realizzazione del primo punto si può ipotizzare che non è sufficiente l’esercizio dell’osservazione degli stimoli. L'osservazione in Vegetoterapia è stimolata dalla semplice prescrizione degli acting. La loro esecuzione per un periodo di tempo definito, e non inferiore ad un certo intervallo, sollecita l’attenzione all’acting stesso il quale tende ad imporsi, per la durata dell’incontro, spostando sullo sfondo il teatro del setting. Ma in Vegetoterapia la semplice esecuzione non avrebbe senso senza il secondo punto della ricerca di Brumarescu.

La prescrizione vegetoterapeutica corrisponde proprio all'atto indicato da Brumarescu al secondo punto. viene sollecitata la descrizione di quello che, sperimentato con l'acting, è stato notato a livello di sensazioni, emozioni e pensiero. Quest’impostazione tecnica è evidentemente orientata in senso positivo nel senso di sollecitare l'espressione comportamentale. Giacché la ricerca del nostro autore conferma le osservazioni sostenute dalla letteratura, che riconoscono alle persone con meno capacità di descrivere i propri vissuti una strategia comportamentale che porta a inibire i comportamenti rispetto alle persone che, invece, mettono in atto una strategia rivalutativa. “Questa modalità di regolazione emotiva (soppressione) non risulta sempre efficace nella riduzione dell’esperienza di emozioni negative che possono perseverare e accumularsi in maniera non risolta. La rivalutazione porta, invece, ad un abbassamento nelle risposte comportamentali senza innalzamento della risposta fisiologica.”

Il terzo punto (Agire con consapevolezza) non sembra che comporti una capacità di rivalutazione cognitiva significativa; se però non viene esercitata sembra che possa pregiudicare la possibilità di identificare le proprie emozioni.

È questo un esempio emblematico di quanto le ricerche del tipo che stiamo osservando possano essere utili alla Vegetoterapia. Un esercizio di questa abilità, e quindi una stimolazione al riconoscimento emozionale, la Vegetoterapia lo prevede nel promuovere l'attenta osservazione nel corso dell’esperienza dell’acting. Ma riconoscere l’agito consapevole come una delle competenze importanti da acquisire in terapia, potrebbe indurci a prevedere un’ulteriore modifica delle modalità di realizzazione degli acting. Per esempio, invece di prescriverne l’esecuzione per un periodo di tempo rigidamente predefinito, si potrebbe considerare di interrompere l’acting più volte, durante la sua esecuzione, chiedendo ripetutamente un report sul vissuto sensoriale, cognitivo ed emotivo.

La percentuale di persone individuate al quarto punto (Non giudicare) come più giudicanti, si sono rivelate più tendenti ad essere inibite nell’espressione delle emozioni, in accordo con i dati relativi alla letteratura scientifica.

Questo punto conforta l’atteggiamento vegetoterapeutico che si esprime nella ricerca di strategie idonee a promuovere la semplice descrizione, senza giudizi, degli eventi sensoriali, emozionali e simbolici.

Infine il quinto punto (Non reagire) non conferma la maggiore difficoltà nell’individuare le proprie emozioni e comunicarle, in quelle persone che tendono a farsi trascinare da automatismi comportamentali.

Le conclusioni a cui giunge Brumarescu nel suo lavoro sono in perfetta sintonia con il lavoro vegetoterapeutico che, pur estremamente semplificato nella semplice cornice degli acting, individua nei tratti caratteriali soggettivi gli spazi magici per proporre una complessità gradualmente maggiore e che percorre l’intero organismo. Tale attività promuove la capacità di differenziare le esperienze per poi integrarle in una nuova narrazione che, presumibilmente, si allinea con la capacità di minimizzare la soppressione “come strategia di regolazione emozionale”. L’atteggiamento di ascolto senza critiche di questa narrazione, comporta un accrescimento della capacità di osservazione dei propri sentimenti senza necessariamente agirli, il che comporta una maggiore capacità discriminatoria e un maggiore riconoscimento che, implicitamente, si lega ad un maggiore processo empatico. Riconoscere i propri sentimenti e quelli dell’altro, mentre emergono nel setting, mette in condizione di confrontarsi con i processi inibitori ed osservare la possibilità di crearne di propri alternativi, accostandosi alle personali modalità di rivalutazione e modulazione del comportamento.

Nella VegetoTerapia viene da dire che ci sia qualcosa in più; c’è la consapevolezza del lavoro d’inchiesta e cambiamento che si attua momento per momento, quel lavoro che ci consente, forse presuntuosamente a giudicare dalle conclusioni dell’autore, di legare questo lavoro alle diverse età per le quali possono valere modalità specifiche di realizzazione degli acting per corrispondenti modalità specifiche di consapevolezza.

Che altro dire? Finalmente un lavoro che tocca con garbo e competenza una materia difficile da indagare, un lavoro che ci porta ad un riconoscimento più puntuale delle nostre competenze terapeutiche per le quali ci auguriamo a breve un seguito, come sembra prometterci lo stesso autore. 


 [1]  http://www.stateofmind.it/2015/05/mindfulness-regolazione-intelligenza-emotiva/


 
 * Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.
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