Numero 2/2025

 

ANALISTA E PAZIENTE CULTURALMENTE DETERMINATI DENTRO UN CAMPO SOCIALE?

ANALYST AND PATIENT CULTURALLY DETERMIBED WITHIN A SOCIAL FIELD?

 

Antonella Messina[*]

 

DOI 10.57613/SIAR78 

 

Abstract

L’articolo esplora le influenze che il campo sociale esercita nei setting psicologici. Si pongono domande sui segni che il campo sociale determina culturalmente nello psicologo e nel paziente.

 

Parole chiave

Relazione di cura – setting - campo sociale.

 

Abstract

The article explores the influences that the social field exerts in psychological settings. Questions are asked about the signs that the social field culturally determines in the psychologist and the patient

 

 Keywords

Care relationship - setting - social field.

 

La psicoterapia non è un altrove.

È attraversata, permeata da ciò che accade nel mondo.

I grandi eventi collettivi si depositano nei sogni, nei sintomi, nei corpi e nelle parole.

La cura, se aspira davvero alla verità e alla libertà del soggetto, non può permettersi di chiudere gli occhi.

Ci sono tragedie — come quella in corso a Gaza — che rendono impossibile ogni neutralità.

Il dolore del mondo si fa troppo incombente per essere relegato ai margini del campo analitico. Interroga la nostra capacità di sentire, di restare umani, di sostare nell’angoscia senza smarrirne il senso.

Anche il terapeuta è chiamato in causa, non come esperto, ma come essere umano. È tenuto a interrogarsi su cosa questi eventi facciano di lui, quali emozioni, fantasie o rimozioni attivino.

La clinica non è fuori dal tempo. È una membrana permeabile, attraverso la quale il mondo si insinua. E dove, forse, può iniziare a trasformarsi.

(Giuseppe Raniolo, psicologo e psicoterapeuta)

 

Nella stanza di analisi si incontrano analista e paziente. L’analista ha lavorato anche sul portare a consapevolezza i propri come di relazione di primo, secondo e terzo campo. Ovvero il proprio modo di interagire con il campo materno, con il campo paterno e con il campo sociale. Nel momento in cui paziente e analista lavorano insieme, condividono gli invisibili e non detti processi, che attengono a quel terzo campo sociale, contemporaneo al tempo storico di quella analisi. Alcuni di questi non detti possono riguardare:

-le credenze e le opinioni socialmente determinate;

-le azioni invisibili sul corpo ed agite da clima, cibo e ritmi quotidiani.

Intendiamo interrogarci su come questi due fronti possano costituire fattori culturalmente determinati e agire su una relazione analitica.

 

Le credenze e le opinioni culturalmente determinate

Paziente ed analista, condividono le informazioni veicolate da mass media, social, canali di informazioni, credenze sociali e sono raggiunti ed intrisi dalle strutture di pensiero che tali canali diffondono. Analista e paziente ricevono sul proprio sistema corpo/mente, rimanendone necessariamente modificati, le modalità assordanti e totalizzanti che tali strutture infodemiche utilizzano in occidente, oggi. Caso eclatante fu la struttura di pensiero vax/no vax, creata dai media durante la pandemia e secondo la quale anche gli analisti sono stati costretti a rinunciare al silenzio sulla vita privata, proprio dell’analisi, per il semplice fatto che solo il continuare a lavorare rappresentava, data la legge, l’avere fatto il vaccino. Vi fu dunque un obbligo, culturalmente determinato, a dichiarare posizione, con risvolti analitici, rispetto a chi dei pazienti non voleva vaccinarsi e con risonanze e proiezioni nelle persone, sia vaccinate che non. In occidente questo tempo storico sta proponendo, tramite i canali informativi alcuni diktat non esplicitati, tuttavia attivi e diffusi, che si inoculano nella stanza di analisi, tra le maglie della relazione. Ne citiamo alcuni.                                                        

-L’atto di preservare la vita dell’essere umano è stato sequestrato dai temi partitici. Lo schierarsi per la pace è assimilato al protendere politicamente per un paese o per un altro. Salvaguardare la vita umana in viaggio, nella migrazione, è intesa come questione partitica e non come questione umana.

Cosa possiamo dirci, come analisti, rispetto a questi temi e alla loro azione sulla psiche?  E sulla paura degli analisti che temono, pur difendendo la vita, che si possa invischiare l’analisi in questioni ritenute partitiche o ideologiche? È un pensiero privato? È dettato dal modello teorico analitico? È un pensiero culturalmente determinato dal pensiero attuale?

-L’essere politicamente corretti è assimilato nel sentire comune, al non prendere posizione sulle questioni sociali. Quando arrivano pazienti stremati nel corpo-mente da lavori pagati meno di 9 euro l’ora e senza prospettive lavorative o pensionistiche e quando questi sono per tale motivo costretti a svolgere più lavori sottopagati, possiamo non aprire la rotazione degli occhi al sistema lavorativo attuale e leggere la disoccupazione del paziente solo come una oralità o una difficoltà ad andare di torace nel mondo?

-Il prediligere la narrazione drammatizzata di accadimenti emotivi, privati della memoria storica e delle responsabilità sociale, nonché degli attori storici che le hanno commesse, costituisce nel sentire comune, un equo essere super partes. Esempio ne sono le narrazioni/interviste su guerra e crimini di mafia incentrati sempre più spesso sul tono emotivo delle vittime piuttosto che sulla struttura, legale e storica e politica.

Possiamo come analisti accettare che le emozioni sostituiscano la narrazione dei fatti e delle responsabilità? L’analista davanti a tali strutture di pensiero assordanti, in grado di modificare  la struttura di pensiero ed il grado di presenza al cospetto del proprio tempo interno e storico, viene sottoposto come tutti, al rischio di assimilare acriticamente ciò che i media inoculano in forme subliminali, preverbali e rettiliane. Come agiscono questi inconsci culturali nella relazione tra analista e paziente? Che ruolo giocano nell’instaurarsi di una relazione analitica? Può accadere di trovarsi, come analisti, nella posizione di avere consapevolezza di queste strutture/prodotto culturale e di sapere che sostenere la difesa della vita può essere letto dal paziente, come un tentativo di manipolarlo verso una scelta partitica. Quale la relazione tra scienza e coscienza e in nome di quali valori incontrare le credenze e le corazze ideologiche di terzo campo?

 

Img Messina jpg la scuola di atene ritagliatoLa scuola di Atene - RaffaelloLe azioni invisibili sul corpo agite da clima, cibo e tempi sociali quotidiani

Nel terzo campo ritroviamo condizioni che stremano, logorano i corpi e la forza del respiro, sia del paziente che dell’analista. Ad esempio analista e paziente:

-vivono in un mondo in accelerazione dove lo spazio per il tempo interno è ridotto. Anche l’analista, come il paziente, si ritrova a «non avere tempo», a dormire poche ore, ad essere allarmato dalla quantità di mail non lette, da informazioni contrastanti da verificare, da mass media e social invadenti, da dipendenze da devices per prenotare la fila in posta, avere notizie su conto corrente, pagare le bollette, chiamare un call center.

-vivono una separazione dalla natura e dai processi di autoregolazione e consapevolezza del proprio corpo che essa comporta. Ambedue raramente vivono dentro ritmi vitali naturali.

-vivono in un ambiente inquinato da rumori, onde elettromagnetiche, smog e mangiano cibo deprivato di nutrimento, sapore e di relazioni nutrienti ed affettive che lo preparano con cura.

-vivono un ambiente di cui si annunciano cambiamenti climatici disastrosi [1] che oscurano il futuro.

Come questi fatti estranianti e di terzo campo influenzano la relazione analitica, l’evoluzione del paziente e la presenza dell’analista? Possiamo riflettere sulla possibilità che anche la psicoterapia, nei propri presupposti teorici e nella persona del terapeuta sia culturalmente determinata e segnata da fattori socio ambientali ed economici? È possibile che la psicoterapia viva le proprie azioni ed i propri pensieri filtrandoli con i dettami di un tempo storico?  Anche il terapeuta è immerso in acque e aria ed atmosfere sociali abbastanza inquinate, ciò non contribuisce alla lucidità del proprio pensiero, alla salute del proprio corpo. Quali sono le conseguenze di queste fragilità indotte sulla sostenibilità della relazione?

 

Violenza strutturale e psicoterapia

La domanda che ci preme porre, fatte queste necessarie premesse, è se ed eventualmente in che modo, la psicoterapia possa essere, con la propria neutralità ed imparzialità di terzo campo, ripetitore silenzioso di pensieri e forme di pensiero di un tempo storico. Questo nello specifico, sta strappando all’umano i temi fondamentali dell’esistenza, recludendoli e demonizzandoli nell’etichetta partitica o estremista. Escludere dai propri setting (come analisti e come pazienti) i temi legati alla salvaguardia della vita umana o i danni derivanti dalla separazione dalla natura, o non riconoscere che alcuni disagi derivano o sono slatentizzati dalla guerra, dalla povertà, dall’assenza di lavoro, da classi politiche che offendono la vita, può essere il frutto culturalmente determinato di una società occidentale che non sa più parlare di vita, non sa assumersi le proprie responsabilità e omette la morte?

Farmer nel 2003 e Galtung nel 1985, avevano introdotto il tema della violenza strutturale, ovvero di una violenza agita non tra soggetti o tra un soggetto ed una istituzione, ma di una violenza relativa al come è organizzata la società, il lavoro, la convivenza tra persone ed i ruoli di gestione del quotidiano.

Questo tipo di violenza strutturale incide sul sistema mente-corpo e lo ammala, segna l’essere umano senza che lo stesso possa individuare un malfattore o responsabile. Questo ci pone delle domande: la psicoterapia può individuare gli effetti di un malfattore invisibile, quando lo stesso terapeuta è immerso nello stesso sistema sociale e inconsapevolmente vive, subisce e compartecipa di esso? Possiamo considerare violenza strutturale il vivere in una società che propone di mettere in secondo piano la vita rispetto al guadagno o propone di guardare le morti spettacolarizzate degli altri in tv? Che diagnosi fare di chi ha imparato ad essere disumano? Di un individuo che ha imparato a cenare serenamente davanti alle morti degli altri, a giocare roulette russa sui social per decidere chi offendere, a lasciare alla deriva in mare persone sofferenti e che non soffre di ansia o di depressione, cosa potremmo dire?  Nel momento in cui l’occidente si sposta verso l’integrazione e la normalizzazione del disumano, cosa può dire la psicoterapia e quali studi può convocare per essere umana?

 

Psicoterapia e violenza strutturale possono ricontrattare le proprie distanze

Ogni io è anche un noi, è il frutto di interazione con il proprio tempo e con la propria società. Hanna Arendt in Vita activa, nel 1958, sosteneva che nessun individuo è l’unico padrone della propria azione. Nel nostro sapere e nella nostra pratica analitica rimanere concentrati su un Io, tralasciando che esso è parte di una cultura e parte infinitesimale della natura, rischia di risuonare e confermare le pratiche, fortemente diffuse, di  una società abitata da Io separati, soli, non collaboranti tra loro, strappati alla natura che è poi la propria natura di appartenenza.

La responsabilità è la struttura essenziale primaria fondamentale della soggettività scrive Levinas nel 1982. Il mondo occidentale attuale propone una società senza responsabilità, non si risponde dei propri atti, per malafede o per incapacità. Ragazzi che hanno commesso crimini importanti dichiarano di non sapere perché’ lo hanno fatto e perché il loro crimine sia considerato così grave. Ma anche i mass media propongono figure politiche che inneggiano alla distruzione dell’umano. La psicoterapia può stare su questo piano e non incoraggiare il riconoscimento delle responsabilità sociali e dei diritti umani inviolabili?

Levinas nel 1982 sosteneva che il soggetto non esiste prima come soggetto autosufficiente e poi come soggetto responsabile, il vivente nasce sempre in una rete di relazione in cui assume e riceve responsabilità.  La responsabilità, il rispondere del proprio essere nel mondo, non è un supplemento su una base preliminare dell’io.

 

La scienza è un’evidenza culturalmente determinata e non assoluta

La scienza è ricerca, è dubbio, con i propri dispositivi di cura racconta il rapporto di quel tempo storico con la natura, con l’autoregolazione, con la collettività. È rispetto del corpo, nella propria irripetibilità storica e soggettiva. La psicoterapia sta avvicinandosi sempre più alle neuroscienze, ai dati, ai protocolli, misurabili e dimostrabili. Il rischio di questo sapere così organizzato è l’occuparsi solo di spiegare perché accade qualcosa e non come sia possibile che accada e quale dispositivo sociale si possa attivare come rimedio.

Antropologia medica ed etno-psicoanalisi registrano che anche il corpo, con  i propri sintomi, i propri dispositivi di cura, le proprie emozioni porta il segno ed il codice  di una cultura e dunque della collettività.  Le emozioni nella loro attivazione neurochimica possono essere un’evidenza ma cosa attiva un’emozione è anche un fatto culturalmente determinato.

 

La politica entra silenziosamente nelle sedute di psicoterapia

Attiene alla politica di una società il quanto un paziente può pagare con il proprio stipendio, quanto il sistema di salute pubblico lo fa attendere nelle sue liste di attesa, se ed eventualmente quanto i parti sono caratterizzati da segni  di violenza ostetrica o come le gravidanze subiscono la violenza del non essere dette per la paura delle donne di essere licenziate. In queste forme, la politica lascia i segni sul corpo delle donne e dei bimbi che entrano anche nei nostri setting. Possiamo non portare alla coscienza questi processi e colludere con una politica che annuncia e proclama rispetto della salute mentre cancella i fondi per la sanità?

 

Non tutto viene dalla propria biografia o dal proprio corpo

La società propone la cancellazione delle memorie storiche ed identitarie. Si annunciano fatti senza memoria storica e si cancellano le identità dei popoli in nome del progresso. Si incoraggiano cibi e vestiti omologati dalla produzione delle multinazionali. Quali sono le anamnesi culturali delle persone che vediamo? Cosa tramandano i nostri avi e cosa trasuda dalla terra in cui siamo nati? Quali cibi appartengono alla cultura di provenienza e come la loro assenza altera gli equilibri psicocorporei? Quali segni epigenetici e quali ferite hanno lasciato le guerre, le violenze, le criminalità sui corpi delle persone che incontriamo?

L’ipotesi ed oggetto di studio è che il terzo campo, dia forma ai linguaggi ed ai segni incisi di primo secondo e terzo campo; sia ovvero una sorta di involucro culturale, senza il quale non può esistere alcun processo psichico, poiché è la cultura che ordina, filtra e governa i principi di interazione (Nathan 1996).

 

[1] L'eco ansia è una condizione che scaturisce dalla preoccupazione e dal disagio causati dai cambiamenti climatici. Anche definita “ansia climatica”, è un vissuto di stress che trova le sue basi nella paura per il futuro, sia personale che delle future generazioni. La rivista The Lancet riporta lo studio intervista su10.000 bambini e ragazzi (di età compresa tra 16 e 25 anni) in dieci paesi (Australia, Brasile, Finlandia, Francia, India, Nigeria, Filippine, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti; 1.000 partecipanti per paese). il 75% ha affermato di pensare che il futuro sia spaventoso e l'83% ha affermato di pensare che le persone non siano riuscite a prendersi cura del pianeta). Gli intervistati hanno valutato negativamente le risposte governative al cambiamento climatico e hanno riferito maggiori sentimenti di tradimento che di rassicurazione. L'ansia e il disagio legati al clima sono risultati correlati alla percezione di una risposta governativa inadeguata e ai relativi sentimenti di tradimento.

 

Bibliografia

Biesta, G. J.J. (2022), Riscoprire l’insegnamento:Raffaello Cortina Editore.

Byung-Chul, Han (2012),La società della stanchezza.Torino: Edizioni Nottetempo.

Farmer, P., Sen, M.(2004) Patologie del potere: Salute, diritti umani e la nuova guerra sui poveri pubblicato in inglese con il Pathologies of Power: Health, Human Rights, and the New War on the Poor, University of California, Berkeley, 2004

Devereux G.(1970), Saggi di etnopsichiatria generale. Roma:Armando editore 2007

Ferri, G. (2005), Chi mi ha rubato le lancette?in Liberazione, 6 Marzo.  

Harendt, A. (1958), Vita activa.Milano: Bompiani 2019

Hickman e colleghi, 2021 in The lancet Volume 5, numero 12, Dicembre 2021 

Innocenti, M.(2022) Ecoansia. I cambiamenti climatici tra attivismo e paura, Trento, Erikson

Levinas, E., (1982) Etica e infinito. Dialoghi con Filippo Nemo, Roma:Castelvecchi 2014

Maturana, H.R, Varela, F.J 1980, Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente,   Venezia:Marsilio 2001

 Nathan, T.(1996) Princìpi di etnopsicoanalisi, Torino: Bollati Boringhieri.

Onfray, M. (2020)I freudiani eretici, Roma: Ponte alle grazie

 

 

[*] Dottoressa in Filosofia, Psicologa, Psicoterapeuta, Analista reichiana, Formatrice per i processi interculturali. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Via Citelli 31, Catania.

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