Numero 1/2026

PRIMO E SECONDO CAMPO RELAZIONALE

Riflessioni da una prospettiva co-genitoriale

 

FIRST AND SECOND RELATIONAL FIELD

Reflections from a co-parental perspective

 

Marcello Mannella[*]

 

DOI 10.57613/SIAR86 

 

Abstract

     La genitorialità, tanto femminile che maschile, ha caratteri biologici, psicologici e sociali. Non è una competenza innata, ma il frutto di impegno consapevole. Anche la genitorialità paterna si esplica fin dalla gestazione. Il padre è diversamente, ma non meno prossimo della madre al figlio. Il riconoscimento della genitorialità paterna primaria alleggerisce il campo della relazione madre-feto/bambino rendendo più facile la sua risoluzione evolutiva. Non è più sostenibile la convinzione che il padre incontri il figlio in un tempo successivo all’incontro con la madre. Molto probabilmente, ciò è stato vero sul piano filogenetico, così come è stato vero nel passato anche sul piano ontogenetico in alcune forme di organizzazione sociale e familiare. Non è sicuramente vero nel nostro tempo che richiede per il benessere dei figli una diversa strategia genitoriale.

 

Parole chiave

       Genitorialità paterna primaria - primo e secondo campo relazionale – cogenitorialità – mentalizzazione.

 

Abstract

        Parenthood, both female and male, has biological, psychological and social features. It is not an innate competence, but the fruit of conscious commitment. Paternal parenthood is also expressed from gestation. The father is different, but no less close to the son than the mother. The recognition of paternal primary parenting lightens the field of mother-fetus/child relationship making it easier to resolve its evolutionary resolution. The belief that the father will meet the son in a time after the meeting with the mother is no longer tenable. Most likely, this has been true on the phylogenetic plane, as it was in the past also on the ontogenetic plane in some forms of social and family organization. It is certainly not true in our time that requires a different parenting strategy for the well-being of children.

 

Keywords 

        Primary paternal parenting - first and second relational field – co-parenthood - mentalization.

 

 

Il concetto di campo in ambito psicoanalitico e nella S.I.A.R.

Il concetto di campo in ambito psicologico e psicoanalitico è mutuato dalla fisica di fine Ottocento. Si era affermato nella ricerca elettromagnetica e costituiva un’anomalia rispetto al modello meccanicistico dominante in fisica fin dal XVII secolo. La sua origine è da ascriversi al problema teorico della trasmissione del movimento che, mentre per Cartesio poteva realizzarsi solo per contatto, nella successiva concezione newtoniana risultava anche dall'azione a distanza tra i corpi. Rimaneva aperto il problema di come fosse possibile la loro interazione nel vuoto. Saranno le ricerche di Faraday e Maxwell a mostrare che le interazioni dei corpi a distanza accadono non in uno spazio vuoto ma per mezzo di un campo di forze che media le relazioni fra i corpi. Con il concetto di campo si fa strada la convinzione che i corpi informino lo spazio intorno a sé e che questo influenzi ogni altro corpo presente.

In ambito psicologico, il primo a utilizzare il concetto di campo fu Kurt Lewin (Lewin, 2011). Teorico della Psicologia della Gestalt, Lewin ricorre al concetto di campo per spiegare le dinamiche relazionali che accadono in un gruppo. Queste non possono essere comprese esclusivamente in riferimento alle caratteristiche dei singoli, ma occorre fare riferimento alle linee di forza che improntano un determinato gruppo.

Gli psicoanalisti Madaleine e Willy Baranger estesero la nozione di campo alla psicoterapia individuale (Baranger, 2011). Per i Baranger non siamo dei soggetti separati, ma sempre situati in una rete di relazioni e significati. La situazione analitica si configura come un campo dinamico di forze psichiche in cui due persone sono inestricabilmente connesse al punto che nessun membro della diade può essere compreso separatamente ma sempre e soltanto in connessione con l’altro.

Anche il ruolo dell’analista cambia. Non riveste più un ruolo passivo e neutrale, ma la sua persona, il suo modo di essere, le sue idee, emozioni e sentimenti intrecciandosi con il modo di essere, le idee, le emozioni e i sentimenti dell’analizzato diventano parte integrante della situazione analitica. Analista e analizzato costituiscono una diade indissolubile, entrambi coinvolti in un processo di trasformazione. Il campo relazionale che ne consegue diventa una realtà terza, caratterizzata da specifiche linee dinamiche.

Anche la S.I.A.R. ha fatto proprio il concetto di campo, che è venuto a costituirsi come uno dei principi epistemologici fondamentali[1].

Considerando l’analista profondamente implicato nel processo terapeutico, il setting analitico è inteso come contenente relazionale in cui è agita la relazione fra l’analista e il paziente - vera e propria chiave del processo terapeutico – attraverso il linguaggio verbale e corporeo dei tratti caratterologici dell'analista e del paziente. Esso costituisce uno spazio/tempo particolare, unico e irripetibile, con una propria forma e organizzazione, capace di trovare soluzioni creative e sostenibili. 

La realtà del campo relazionale per la S.I.A.R. non caratterizza soltanto la situazione analitica. Fin dagli inizi della vita, l’essere umano è inserito in una rete di relazioni. Le interazioni di campo marcano lo sviluppo evolutivo che consente al nuovo sé di strutturarsi e assumere autopoieticamente una forma carattere e un’identità. La S.I.A.R. individua tre campi relazionali - primo, secondo e terzo - che assumono prevalenza nei diversi momenti dello sviluppo biologico e psicoaffettivo.

 

Il primo campo durante la gestazione

Il primo campo è prevalente nel periodo della gestazione e nel primo anno di vita.

Esso è connotato dalla funzione di accudimento che nel periodo della gestazione si esplica eminentemente in modo biochimico e fisiologico e il sé materno rappresenta il primo altro da sé con cui l’embrione e il feto entrano in relazione. Pur vivendo in simbiosi e pur dipendendo per la sopravvivenza dalla qualità delle condizioni ambientali costituite dal sé materno, essi non sono privi di confini corporei e mentali, né passivi perché contribuiscono attivamente al loro accrescimento.

Siamo in una dimensione relazionale del tutto particolare, biochimica, corporea, pre-soggettiva, in cui non è necessaria la realtà di una mente dotata di coscienza.

I vissuti della madre – di gioia, di pienezza, o di allarme, di ansia, di paura - determinano delle condizioni psicosomatiche (un certo tipo di produzione ormonale, una certa pressione sanguigna, un certo ritmo respiratorio, un certo stato emotivo) alle quali l’embrione e il feto si accomodano o reagiscono, esperendo vissuti di benessere o malessere.

A partire dal 3°/4° mese, con l’attivazione del cervello limbico, la vita fetale comincia ad essere caratterizzata anche dall’esperienza dell’affettività.

Studi recenti affermano che gli stati emotivi della madre sono avvertiti dal piccolo. Attraverso l’indagine ecografica si è visto che se si inducono nella madre stati di relax o di benessere il feto reagisce simmetricamente, anzi non si limita a reagire ma partecipa attivamente.

Ad un certo momento della gestazione, alla comunicazione biochimica ed emotiva si aggiunge quella sensoriale. Il feto si muove e attraverso questa attività motoria si attivano le funzioni sensoriali. A svilupparsi per prima è la funzione tattile, poi l’olfatto e il gusto (a partire dall’undicesima settimana) e infine l’udito. La funzione uditiva consente al feto di rapportarsi al mondo esterno, di apprendere e ricordare corporalmente. Filtrati dall’ambiente acqueo in cui è immerso, il feto fa esperienza del battito cardiaco e dei movimenti intestinali della madre, dei rumori esterni, della voce materna e di quelle degli altri componenti la famiglia.

L’inizio della sensorialità comporta per i genitori la possibilità di entrare attivamente in contatto con il feto.

 

lawrence crayton cf1cN3ofKUM unsplash 1Foto di Lawrence Crayton su UnsplashIl padre

L’inizio della sensorialità fetale è importante anche per il padre che può così stabilire un contatto corporeo con il figlio attraverso la pancia  della madre. Mentre, infatti, la madre è in relazione fisica diretta, ancorchè implicita, con il feto attraverso i processi bio/fisiologici che presiedono alla gravidanza, il padre deve attivamente e consapevolmente costruirla[2].

È importante che il padre comunichi e faccia sentire al feto la propria presenza parlandogli, cantandogli delle filastrocche, raccontandogli delle storie, accarezzandolo attraverso le carezze alla pancia della madre; sono così poste le condizioni perché si affermi successivamente una comunicazione familiare plurale e si eviti che abbia il suo centro intorno alla diade madre-bambino. Ricerche recenti affermano che nel post partum il bambino è capace di ricordare le favole e le storie che gli sono state raccontate, le melodie che gli sono state cantate o fatte ascoltare. Comincia così a prendere corpo il processo della co-genitorialità[†], necessario al benessere del piccolo.

L’attivazione del sesto livello corporeo con il concepimento, la gravidanza e la coscienza della nuova vita che si prepara non comportano cambiamenti ormonali e nella struttura cerebrale e mentale della sola madre, ma stimolano cambiamenti ormonali, cerebrali e mentali anche nel padre.

Questa nuova comprensione contrasta con le convinzioni passate, che si concentravano esclusivamente sui cambiamenti corporei delle donne. La ricerca mostra che entrambi i genitori sono biologicamente predisposti a ricoprire il ruolo di genitori.

Sul piano ormonale diminuisce la produzione di testosterone e si registra l’aumento di ossitocina, di prolattina ed estradiolo. L’ossitocina è un ormone implicato nei processi di socializzazione, nelle esperienze di caldo contatto affettivo e di caldo contatto sessuale; la prolattina dispone all’accudimento, mentre la produzione di estradiolo, ricreando negli uomini il clima ormonale della propria gravidanza, favorirebbe il riemergere dei vissuti impliciti di gioia e tenerezza intrauterini e dunque la comunicazione e il contatto fra il padre e il feto.

Sul piano mentale scemano la libido e l’aggressività, aumenta l’affettività e il padre si dispone ad un atteggiamento di maggiore sensibilità verso la compagna e alla comunicazione con il futuro nascituro (Arrigoni Ferrari, 2005).

La scoperta dei cambiamenti ormonali e mentali del padre durante la gravidanza è stata resa, fra l’altro, possibile dalla messa in discussione di un costrutto di genere.

Nel passato ai padri non veniva chiesto di partecipare all’esperienza della gestazione o di occuparsi dell’accudimento della prole. Nonostante la letteratura scientifica da tempo esplicitasse il contrario, la convinzione tradizionale, e ancora profondamente radicata, era che nella gestazione e nel primo anno di vita il benessere del bambino dipendesse dal benessere della madre e che il compito del padre era unicamente quello di fornire sostegno economico ed affettivo alla propria compagna.

Le cose oggi sono profondamente cambiate. La paternità è considerata un’esperienza precoce che accade fin dal concepimento e i papà partecipano profondamente all’esperienza della gravidanza e sentono il figlio crescere dentro di sé.     

A differenza che nel passato oggi si pone l’accento sulla collaborazione co-genitoriale.

La co-genitorialità non è la semplice somma del ruolo materno e paterno. Essa si fonda sulla definizione di un progetto genitoriale condiviso, l’interazione profonda del sentire e dell’agire dei genitori, la loro capacità di coordinarsi per realizzare lo scopo comune del benessere del figlio.

La co-genitorialità è “l’impegno dei genitori nei confronti del bambino all’interno del contesto familiare, e riguarda non solo la cura del bambino ma anche le rappresentazioni mentali condivise dai genitori e quelle che riguardano il partner nel suo ruolo di genitore. La co-genitorialità, quindi, è un processo bidirezionale – potremmo dire interattivo e intersoggettivo – in cui le azioni di un partner influenzano e sono influenzate da quelle dell’altro” Ammanniti, Gallese, 2014, p. 111). 

La co-genitorialità è la conseguenza dei profondi mutamenti sociali e culturali avvenuti a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso. Diversamente che nel passato, nella maggior parte dei casi, entrambi i genitori lavorano e le incombenze del vivere quotidiano, comprese quelle della cura della prole, sono state progressivamente distribuite. La rivoluzione culturale e le rivendicazioni del movimento femminista degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, hanno poi fatto sì che i generi e i ruoli di genere abbiano perso il carattere di stabilità e naturalezza e aperto alla consapevolezza del loro essere socialmente connotati.

È venuto, ad esempio, a cadere l’assunto che affermava il carattere innato del desiderio di maternità e delle competenze genitoriali materne, di contro al carattere acquisito, culturale, del desiderio di paternità e delle competenze genitoriali paterne.

A tal proposito, uno studio ha evidenziato “che, durante la gravidanza, non esiste una correlazione tra gli ormoni materni e la propensione materna, soprattutto in relazione ai sentimenti di attaccamento al feto. Solo i sentimenti di attaccamento materno nel post-partum sono risultati correlati agli ormoni gravidici. Sulla base di questi risultati si potrebbe ipotizzare che i cambiamenti nell’attitudine materna durante la gravidanza possono essere spiegati dai cambiamenti nel funzionamento emozionale e cognitivo, più che dalle trasformazioni ormonali. Questi dati sottolineano una differenza tra la crescita della responsività materna negli esseri umani rispetto a quella di altri animali, che appare invece fortemente condizionata dalla componente ormonale”. (Ibidem, p.85).

La genitorialità – tanto femminile che maschile – è considerata oggi una competenza che nasce dall’interazione di fattori biologici, psicologici, culturali. I fattori bio/fisiologici rappresentano i vincoli fondamentali intorno a cui si dipana l’esperienza, che assume però diverse declinazioni secondo i costrutti sociali nelle diverse epoche e nelle diverse società (fattori sociali) e secondo il sentire/pensare individuale (fattori psicologici).

La gravidanza, il parto e l’allattamento al seno rendono, almeno agli inizi, la genitorialità femminile fisica, diretta, qualitativamente diversa da quella del padre, che deve aspettare la nascita per comunicare con il figlio senza la mediazione del sé materno. I fattori bio/fisiologici continuano a conservare la loro importanza, costituiscono dei vincoli fondamentali, ma non hanno però il potere, come attestano i costumi di molteplici culture umane, di declinare esclusivamente al femminile la genitorialità primaria.

Come sostiene Ceruti “I processi evolutivi dipendono sempre da un’interazione irresolubile fra meccanismi generali che operano come vincoli – le leggi – e la varietà, l’individualità, la singolarità spazio-temporale degli eventi. La legge, quale espressione di vincoli, definisce, relativamente a determinate condizioni, i limiti del possibile. Ma non limita semplicemente i possibili. […] il vincolo è anche opportunità” (Ceruti, 1986, p. 17).

Da quanto è stato detto, discendono punti di riflessione che riguardano pure il  linguaggio che usiamo storicamente nel nostro modello S.I.A.R. Pur avendo da tempo lasciato cadere la rigida complementarietà dei generi, per cui alle madri era assegnata la funzione di primo campo e ai padri quella di secondo.

Espressioni quali: madre/utero e madre/seno, oppure: la madre che da utero diventa capezzolo, necessitano di un chiarimento.

Quelle espressioni comportano il rischio della riaffermazione della funzione di accudimento (1° campo) quale prerogativa e propensione naturale femminile (maternage), ricadendo, in ultima analisi, nella riproposizione binaria dei ruoli di genere. Il pericolo è di riaffermare l’esclusività della relazione feto/neonato-madre e che, pertanto, la genitorialità paterna sia considerata sì importante ma soltanto in funzione di supporto alla diade primaria. In realtà nel modello S.I.A.R. si parla di funzione di primo campo che può essere esplicata sia da un maschile che da un femminile, con le proprie specificità. Non è utero e non è seno il padre, ma concorre a che questa espressività biologica materna sia molto più ricca e necessaria a far sì che la prerogativa biologica non induca tante madri ad esserne orgogliose e gelose fino al punto di immedesimarsi interamente nella funzione genitoriale e a cadere in una relazione simbiotica ed esclusiva con il figlio. Tante donne vivono il desiderio paterno di prender parte alla cura della prole, un’indebita e inopportuna – è proprio il caso di dire - invasione di (primo) campo.

Questo appartiene ad un orizzonte culturale e sociale del passato e si accoppia a quelli speculari maschili secondo i quali è tanto vero che le donne siano naturalmente portate alla maternità e a vivere nello spazio familiare, quanto più agli uomini competono le responsabilità sociali e politiche.

La rigida ripartizione dei compiti genitoriali, fondata sul costrutto della stabilità naturale dei sessi e del genere, era tipica sia della società tradizionale, contadina, patriarcale che di quella tradizionale borghese. In quella società la funzione primaria era per forza di cose esclusivamente femminile, non essendo previsto per le donne altro spazio di identificazione e di realizzazione. Lo scopo di vita della donna, la sua massima aspirazione, altro non poteva essere se non diventare moglie e poi madre.

In quella società, la diade feto/bambino-madre era essenziale, costituiva un dato di esperienza incontestabile. La cura dei piccoli - il maternage come allora era legittimo chiamarla – era affidata alla madre, che sostenuta dalla comunità delle donne, svolgeva, generalmente, quella funzione con identificazione e piacere.  Così come un dato di fatto incontestabile era la distanza primaria del padre, che interveniva soltanto più tardi nella relazione coi figli.

Tale organizzazione familiare presentava sicuramente dei vantaggi. Si armonizzava con l’organizzazione sociale del lavoro – le donne lavoravano soltanto in casa – e sembrava essere il sistema più adeguato a garantire il benessere del piccolo, grazie alla presenza continua e affettiva delle madri. Il maternage caldo e attento favoriva la densificazione energetica primaria del piccolo, consentendogli di sviluppare, in seguito, grazie all’incontro con il padre, quei tratti caratteriali di autonomia e affermatività necessari per separarsi dall’ambiente familiare e trovare il proprio posto nel mondo sociale.

Queste, almeno, erano le aspirazioni ideali, la “coscienza felice”, di quella organizzazione sociale e familiare. Nella realtà fattuale anche quella forma familiare e sociale non era esente da errori, pericoli e brutture. 

L’ostracismo patriarcale e maschilista riguardo al ruolo sociale della donna, il suo confinamento nello spazio familiare e il disconoscimento di ogni altra possibilità identitaria se non quella di essere moglie e madre – Freud sosteneva che la donna soltanto nella maternità potesse finalmente superare la ferita narcisistica della sua manifesta inferiorità biologica - comportavano il rischio che la donna, castrata, insoddisfatta, e, spesso, trascurata dal marito nelle sue prerogative femminili in quanto, ad un certo punto, considerata moglie e madre e non più anche amante, accentuasse l’identificazione con il ruolo materno, trovando nel rapporto esclusivo e simbiotico con il figlio, una strategia per compensare o tacitare i propri vuoti affettivi, la propria fragilità psicologica, o, anche, per far fronte ad una vita fatta di sacrifici e rinunce.

Il rapporto con i figli diventava morboso, di reciproca dipendenza, prolungato oltremodo, perché la madre – spesso attraverso una modalità relazionale falsamente donativa, ma in realtà ansiosa e richiedente – non consentiva la separazione. I figli, trattenuti e invischiati nella diade primaria, assumevano una posizione di sostegno affettivo nei suoi riguardi e vivevano con profondi sensi di colpa ogni aspirazione alla separazione e all’autonomia.

Né l’incontro con il padre costituiva garanzia di sostegno al loro movimento di crescita. I padri, che nei primi anni di vita del piccolo avevano occupato una posizione decentrata nella scena familiare, erano ora chiamati ad implicarsi in prima persona, attraverso una diversa modalità relazionale.

Pertanto se la diade relazionale primaria era caratterizzata da spirito di abnegazione e dalla disponibilità affettiva incondizionata da parte della madre, il padre, proprio perché chiamato ad aiutare i figli a superare la condizione di dipendenza, doveva farsi interprete di una modalità relazionale normativa, doveva insegnare il valore delle regole, della disciplina, e aiutarli a sviluppare quella forza propositiva per entrare nel mondo dei grandi.

Era facile però che i padri, così come le madri, accentuassero oltre misura il carattere della propria modalità relazionale. Se le madri peccavano per eccesso di amore che intrappolava i figli nello stallo della dipendenza, i padri, all’opposto, esacerbavano la distanza affettiva e la severità e finivano per favorire nei figli la formazione di strutture di personalità inibite, insicure, reattive, sottomesse e ubbidienti all’autorità, e non soltanto a quella paterna. Insomma, quelle strutture caratteriali coatto/gregarie, impaurite dalla vita e timorose della libertà, evidenziate drammaticamente da Reich in Psicologia di massa del fascismo.

Anche loro erano stati figli, anche loro erano stati trattati dai propri padri con severità e durezza, anche loro inconsciamente riproponevano quello stile genitoriale, l’unico che conoscevano, l’unico socialmente riconosciuto. Non far trasparire il proprio trasporto affettivo, essere severi, soprattutto con i figli maschi, era il modo consono di voler bene. Era il solo modo per farli diventare forti, volitivi, combattivi, resilienti, in grado di reggere l’urto con un mondo sociale tutt’altro che benevolo e protettivo. Lo stile distante e severo era vieppiù necessario nell’educazione dei bambini al fine dell’acquisizione di identità sessuali virili ed esuberanti. L’atteggiamento affettivo, nel caso, poteva andar bene per le bambine, che erano destinate a un ruolo sessuale passivo e a compiti di cura e di sostegno.

Il padre del resto era il titolare dell’autorità familiare, cui tutti i congiunti dovevano rispetto, sottomissione, deferenza. Tale fatto, contribuiva ad accentuarne la distanza affettiva e il senso di inaccessibilità.

Non c’è dunque da meravigliarsi che il contrasto e la competizione caratterizzassero il rapporto paterno-filiale, soprattutto con i primogeniti. Il figlio covava un profondo malanimo, opportunamente represso, nei confronti di un padre potente e castrante. Il padre, a sua volta, viveva sentimenti di competizione e di rivalità, di minaccia al proprio potere, così come, quando il figlio era ancora piccolo, aveva vissuto fastidio e gelosia perché gli sottraeva le attenzioni e l’abnegazione della moglie. Il costrutto freudiano del complesso edipico esemplifica mirabilmente i rapporti di potere e le dinamiche psicologiche che caratterizzavano quel mondo familiare.

Stante così le cose, i padri più che prendere per mano i figli, più che stabilire un rapporto di complicità e aiutarli nel loro movimento di separazione dalla diade primaria, imponevano loro la sottomissione e l’ubbidienza che duravano fino alla morte.

Oggi quel mondo familiare e sociale ha finito di esistere, ed è rifiutato per una molteplicità di ovvi motivi. La rigida complementarietà dei ruoli genitoriali è giudicata anacronistica e si auspica una posizione nuova dei genitori che, in alleanza e nel riconoscimento della legittimità del ruolo dell’altro, collaborano per creare le migliori condizioni ambientali per i figli. Si plaude pertanto al fatto che è “sparita la rigidità con cui alla madre competeva il primario (il dentro e la cura dei cuccioli) e al padre il secondario (il fuori e i valori prima ricordati), e si dichiara che il punto di arrivo non può essere la corsa al primario sotto, ma una nuova triade sopra, un nuovo equilibrio, un rinascimento sulla freccia dell’evoluzione!” (Ferri in PsicoterapiaAnaliticaReichiana, n.1/2024).

Ma la nuova triade non potrà veramente realizzarsi fintanto che non sarà affermato con chiarezza, senza nessuna titubanza, che la funzione genitoriale, tanto femminile che maschile, è un costrutto che si fonda sull’incontro di fattori bio-psico-sociali.

Del resto, se così non fosse, che cosa ne sarebbe di tutto ciò nel nostro tempo che registra la crescente diffusione di pratiche biotecnologiche – sulla cui liceità medica e bioetica non posso in questa riflessione pronunciarmi – come, ad esempio, la maternità surrogata, che, a torto o a ragione, sganciano la maternità dai vincoli bio-fisiologici?

Personalmente credo che la via di uscita da quest’impasse teorica risieda nel costrutto della co-genitorialità e propongo, pertanto, una riformulazione  linguistica delle espressioni madre utero e madre seno. A farsi utero e poi seno non è – non deve essere – soltanto la madre, ma – nel riconoscimento delle differenze bio/fisio/psicologiche - è la coppia co-genitoriale che deve essere capace di assumere la posizione protettiva, accudente, di utero e di seno, nei riguardi del feto e del figlio.

Per esigenze di assoluta chiarezza mi preme ri-sottolineare gli aspetti di diversità fra la genitorialità primaria materna e paterna. Ho già evidenziato come durante la gestazione la madre sia in contatto bio/fisiologico con il feto, mentre il padre debba volere e cercare attivamente la relazione corporea con il figlio e che questa accada indirettamente attraverso la mediazione del sé materno.

È sicuramente da annoverare poi una differenza mentale fondamentale: l’affettività della madre verso il feto e il figlio, per ovvie ragioni, è più connotata dalla visceralità, mentre quella paterna è più toracica.

La diversità della genitorialità primaria paterna consiste ancora nel fatto che il padre è portato ad assumere una posizione accudente e protettiva non soltanto nei riguardi del feto, ma anche nei riguardi della madre che si trova a vivere la delicata esperienza della gravidanza.

È anche palese che il padre, non essendo fisiologicamente coinvolto nel delicato processo della gestazione, abbia maggiori risorse fisiche e mentali per pensare e ottemperare – almeno nella nostra attuale organizzazione sociale - alle necessità pratiche del sistema familiare.

Ritengo necessario ribadire parimenti, che è di fondamentale importanza lasciare cadere la dicotomia natura/cultura che storicamente ha caratterizzato il rapporto fra i generi e dunque anche la diversa considerazione della genitorialità materna e paterna. Entrambe hanno un carattere biologico, corporeo e mentale, entrambe non sono competenze innate, ma il frutto di impegno consapevole. La genitorialità paterna si esplica pertanto fin dalla gestazione e non dopo lo svezzamento. Il padre è diversamente, ma non meno prossimo o meno a contatto della madre al figlio. Questo è stato vero in alcuni contesti sociali del passato, ma non rispecchia la coscienza più alta del nostro tempo.

Il riconoscimento della genitorialità paterna primaria, apre, alleggerisce, il campo della relazione madre-feto/bambino – il loro rapporto non è più unico ed esclusivo - rendendo più facile la sua risoluzione evolutiva.  

immagine compressaFoto di Nilanka Karyawasam su UnsplashChe la genitorialità non sia qualcosa di stabile per tutte le società umane – è testimoniato dagli studi etnografici (Diamond, 2013), che attestano la molteplicità dei modi in cui essa è declinata, e non esclusivamente al femminile, anche nel tempo che definiamo primario e in cui i vincoli bio/fisiologici sono più cogenti.

“E così, di cultura in cultura, ci avviciniamo ai casi più interessanti, come quello dei Pigmei Aka, che sarebbero i migliori padri nel mondo. I neonati Aka, infatti, passano quasi tutto il loro tempo in braccio ai papà, salvo quando vengono allattati. E se la mamma è andata a caccia (perché uomo e donna vanno a caccia a turni) e il neonato piange, i maschi aka attaccano i piccoli al loro capezzolo a mo’ di ciuccio, qualcosa che un uomo non si sognerebbe mai di fare in nessuna cultura ‘moderna’” (Cassese, 2013).

Dai resoconti etnografici, apprendiamo, anche, che in tantissime società umane i legami familiari sono costruiti intorno alla presenza di più padri e più madri. In tante società, dunque, al contrario di quanto è accaduto in occidente in cui ha dominato il modello della sovrapposizione di genitore biologico e genitore sociale, l’essere padri e madri biologici non è determinante per assumere la funzione genitoriale (Cadorett, 2008).

Questo sta diventando consueto anche nella società occidentale del nostro tempo sempre più caratterizzata dalla molteplicità delle forme familiari: famiglie ricomposte, adottive, affidatarie, omogenitoriali. Nelle nuove famiglie, caduti gli stereotipi di genere, le relazioni tendono ad organizzarsi paritariamente in modi molteplici e le funzioni di accudimento e normativa possono essere incarnate indifferentemente da entrambi i genitori.

Sempre più diffusamente i compiti genitoriali oggi sono il frutto di una negoziazione. Un genitore si sentirà maggiormente portato ad assumere la funzione di normatività e supporto (la tradizionale funzione paterna), l’altro si sentirà predisposto verso il compito del prendersi cura (la tradizionale funzione materna), oppure le diverse funzioni potranno essere proposte indifferentemente da entrambi a seconda della situazione e del contesto.

Questo è chiaramente manifesto nelle famiglie omogenitoriali, in cui i partner tendono a creare relazioni paritarie e collaborative.

È pertanto senz’altro necessario ribadire la centralità dei vincoli biologici e fisiologici, della gravidanza, del parto e dell’allattamento, soprattutto nel nostro tempo tutto teso a promuovere un’immagine astratta e disincarnata dell’essere umano. Ma ugualmente importante è riconoscere che quei vincoli bio/fisiologici non declinano esclusivamente al femminile la funzione genitoriale primaria.

  Il primo campo nella fase oro-labiale

La gravidanza culmina nel parto e la madre vive l’esperienza della separazione fisica dal figlio. Realizza corporalmente la consapevolezza del passaggio dalla condizione di gestante a quella di puerpera, mentre il figlio, nello sforzo attivo di attraversare il canale del parto, percepisce, letteralmente sulla sua pelle, i confini e la realtà del suo corpo e sviluppa un’attitudine dinamica e propositiva verso la vita.

Con il parto, la relazione fra il padre e il figlio diventa diretta, non accade più attraverso la mediazione del sé materno.

La nascita, ovviamente, segna anche per il neonato un radicale cambiamento. Passa da un mondo acqueo a uno aereo e la sua organizzazione fisiologica diventa più complessa: la respirazione diventa autonoma, l’alimentazione non avviene più attraverso il funicolo ombelicale, ma attraverso le labbra che succhiano il latte dal seno materno o dal biberon.

La funzione co-genitoriale, avviata già durante la gestazione, accade in forme nuove in sintonia con la specificità dello stadio evolutivo. La funzione co-genitoriale si manifesta pienamente e i genitori sono chiamati non soltanto a prendersi cura dei bisogni fisiologici del figlio, ma soprattutto a nutrirlo affettivamente.

Gli psicologi concordano sul fatto che il compito principale del primo anno di vita sia la creazione di un solido legame di attaccamento e che la disponibilità emotiva dei genitori sia l’elemento che più di ogni altro promuove la crescita. Gli scambi affettivi positivi continui e la capacità dei genitori di contenere gli stati emotivi negativi del bambino, favorirebbero lo sviluppo dell’emisfero cerebrale destro, che perviene alla sua definizione prima di quello sinistro e che, più di quest’ultimo, stabilisce connessioni con il sistema limbico, preposto all’elaborazione delle emozioni e del senso corporeo di sé.

La disponibilità emotiva deve caratterizzare ogni momento della relazione con il piccolo, colorare ogni sua esperienza: l’allattamento, il contatto epidermico, l’intonazione e la modulazione della voce, le attività di gioco.

Più recentemente la ricerca scientifica ha messo in risalto il ruolo evolutivo fondamentale della comunicazione visiva.

“È ormai noto che il luccichio nello sguardo della madre è più che una semplice metafora: tra i due e i tre mesi, quando aumenta vertiginosamente la velocità di mielinizzazione delle aree visive della corteccia occipitale del bambino, gli occhi della madre, in particolare le pupille, diventano l’oggetto principale della sua attenzione” (Schore, 2008, p.38).

Fra il bambino e i genitori avviene una microregolazione emotiva continua. Ad esempio, dopo un’esperienza di gioia intensa il bambino distoglie lo sguardo dagli occhi dei genitori per riuscire a gestirne l’intensità e per regolarne l’effetto potenzialmente disorganizzante, mentre, da parte loro, anche i genitori distolgono lo sguardo per ridurre la stimolazione, aspettando che il bambino sia nuovamente pronto. È fondamentale che i genitori inducano stati emotivi positivi e insegnino al bambino a gestire i propri stati interni negativi. Devono essere in grado di contenere le sue emozioni negative (rabbia, paura, tristezza), restituendogliele trasformate, svolgendo per ciò stesso una funzione organizzante.

Per essere efficaci i genitori devono prestare attenzione non tanto ai comportamenti manifesti del bambino, quanto ai suoi stati interni, e, contemporaneamente, essere in contatto con il proprio mondo interno. Soltanto così saranno in grado di diversificare le proprie emozioni, di sintonizzarle e modularle secondo le esigenze del figlio.

È grazie ai neuroni specchio che il genitore valuta i vissuti non verbali del bambino e provvede a regolarne gli stati affettivi, siano essi positivi o negativi. Attraverso le reiterate interazioni corporee - uditive/prosodiche, tatto/gestuali, visivo/facciali - avviene lo sviluppo del sistema nervoso centrale e autonomo e il bambino perviene progressivamente – entro i tre anni - alla regolazione autonoma degli affetti.

I bambini, per parte loro, partecipano attivamente e precocemente alla comunicazione emotiva. L’uso dello sguardo, dei gesti, delle vocalizzazioni gli consentono di entrare in relazione in maniera efficace e denotano la presenza di una serie di competenze sociali innate. Pur sviluppando un legame di attaccamento centrale sono precocemente in grado di avere relazioni multiple.

Ammaniti e Gallese sostengono che “Mentre la teoria dell’attaccamento enfatizza il senso di sicurezza fornito dai caregiver, l’approccio intersoggettivo sostiene che i bambini, fin dalla nascita, siano esseri sociali che ricercano spontaneamente le altre persone per impegnarsi in scambi imitativi precoci e nella mutua regolazione emotiva” (Ammanniti, Gallese, 2014, p.5-6).

Se dunque “[…] in passato gli studi sull’infanzia e sulla genitorialità hanno enfatizzato soprattutto una psicologia fra due persone, concentrando la propria attenzione sulla relazione fra madre e bambino, recentemente l’interesse è stato spostato su una psicologia fra tre persone, orientata all’esplorazione delle interazioni fra madre, padre e bambino” (Trevarthen, 1998, p.136).

        Gli studi odierni sottolineano la realtà e l’importanza dei molteplici e precoci legami relazionali familiari e affermano che il sistema famiglia dovrebbe essere osservato e compreso attraverso un’ottica sistemica, attraverso la molteplicità dei legami e delle relazioni che lo caratterizzano.

Ciò comporta degli importanti ripensamenti. Fino ad oggi si è considerato che soltanto con l’ingresso nella fase muscolare il bambino acquisisse la capacità di distogliere lo sguardo dalla madre, fosse cioè capace di uscire dalla relazione diadica di attaccamento e di incontrare il padre, fino a quel momento in posizione di supporto al sistema famiglia. Sappiamo che non è più così, sappiamo che questo era vero per un’organizzazione familiare e sociale tradizionale, patriarcale, fondata sulla rigida divisione dei ruoli materni e paterni. Il bambino piccolissimo è in grado di avere uno sguardo sulla madre e uno sguardo sul padre, relazioni che si addizionano.

 

Il secondo campo nella fase muscolare

Il padre, dunque, partecipa da sempre alla fitta rete degli scambi relazionali primari. Al termine della fase orale, del primo anno di vita, il bambino allora non ha il compito di sciogliersi dalla simbiosi relazionale con la madre attraverso l’incontro ex novo con il padre, ma quello di superare la dipendenza da entrambi i genitori, impegnandosi gradualmente nella costruzione della propria autonomia, iniziando un lungo tirocinio che si concluderà con l’ingresso nel mondo sociale (terzo campo).

Siamo nella fase evolutiva muscolare, che segna un aumento esponenziale della complessità biopsichica del piccolo. La funzione di accudimento propria del primo campo non scompare, ma lascia il passo alla funzione normativa, propria del secondo campo relazionale.

Il bambino, grazie al controllo volontario della muscolatura striata, si dispone in posizione eretta, acquisisce la prensione e la deambulazione, si alimenta per masticazione, attiva la respirazione toracica, perviene alla convergenza oculare, comincia la comunicazione verbale. Insomma, è in questa fase che il bambino progressivamente acquisisce quelle facoltà che lo specificano come essere umano.

I profondi cambiamenti non riguardano soltanto lo sviluppo fisiologico. Con l’attivazione della neocortex, il bambino vive anche una vera e propria rivoluzione cognitiva. È animato da curiosità e spirito indagatore, ed è spinto a conoscere ciò che accade nel mondo intorno a lui. Diviene una sorta di piccolo scienziato interessato agli eventi dell’ambiente fisico e sociale. È entusiasta e appassionato, pone domande, vuole capire, e gli fa piacere condividere le proprie scoperte.

In questa fase è ancora necessaria la presenza dei genitori, ma non più in funzione del suo bisogno di attaccamento, quanto piuttosto come punto di riferimento, come presenza protettiva che lo osserva e lo rassicura nelle sue esplorazioni del mondo.

Ma soprattutto, è ora in grado di differenziare le menti, di avere a mente la mente, cioè di discernere gli stati mentali interni dalla realtà e di leggere gli stati mentali propri e altrui in termini di bisogni, desideri, emozioni, intenzioni. Fonagy e Target (1997) hanno definito tale capacità mentalizzazione.

La capacità di mentalizzazione si differenzia dal processo dell’empatia. Mentre, quest’ultima, è la capacità di sentire lo stato d’animo dell’altro, avvertendolo come proprio, quasi dunque uno stato di fusione affettiva, la mentalizzazione segna uno scatto evolutivo, è anche un processo cognitivo, razionale, che si fonda sulla capacità di distinguere i processi e gli affetti del proprio mondo interno da quelli degli altri. Gli altri sono compresi come esseri pensanti e senzienti a sé, pertanto, distinti e separati da noi.

Se dunque con il parto era accaduta la separazione corporea dalla madre, nella fase muscolare incomincia ad accadere la sua separazione mentale, tanto dalla madre che dal padre. Il bambino differenzia la propria mente da quella dei genitori e, progressivamente, comincia a formare l’esperienza di un sé interiore e si comprende come essere intenzionale dotato di pensieri e sentimenti propri. Ha inizio quel processo che lo porterà a sapersi un io, un essere unico e separato, a fianco alla molteplicità degli altri io.

Non è allora più sostenibile la convinzione che il figlio incontri il padre in un tempo successivo all’incontro con la madre. Molto probabilmente, ciò è stato vero sul piano filogenetico, così come è stato vero nel passato anche sul piano ontogenetico in alcune forme di organizzazione sociale e familiare. Non è sicuramente vero nel nostro tempo che, data la sua complessità sociale e culturale, richiede per il benessere dei figli una diversa forma e strategia genitoriale.

A venir dopo nello sviluppo ontogenetico, pertanto, non è il padre ma la funzione normativa, (la tradizionale funzione paterna) che può essere svolta da entrambi i genitori.

È in questa fase che il bambino, andando oltre il rapporto pressoché esclusivo e narcisistico con i genitori, incomincia a relazionarsi con tutti i membri familiari e a trovare la sua posizione all’interno di quel primo, piccolo, ma decisivo mondo sociale che è la famiglia. È in questo momento che la funzione normativa comincia progressivamente ad assumere la prevalenza funzionale insegnando al piccolo il confronto/accettazione dei primi no e delle prime regole.

[†] Mannella M., I nuovi padri, l’esperienza della co-genitorialità, in “PsicoterapiaAnaliticaReichiana” n° 2/2016.

[1]Per un approfondimento del concetto di campo nel modello S.I.A.R. vedi Ferri, G. Cimini, G. Carattere e Psicopatologia, Alpes 2022.

[2] In realtà anche per la donna non basta il rapporto biofisiologico, anch’essa è chiamata a costruire una relazione consapevole con il feto. Si veda anche quanto evidenziato dalla nota n° 12.

 

 

Bibliografia

 

Ammanniti M., Gallese V. (2014) La nascita della intersoggettività. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Arrigoni Ferrari G. (2005) La comunicazione e il dialogo dei nove mesi. Roma: Edizioni mediterranee.

Baranger W. e M. (2011) La situazione psicoanalitica come campo bi personale. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Cadoret A. (2008) Genitori come gli altri – Omosessualità e genitorialità. Milano: Feltrinelli.

Ceruti M.(1986) Il vincolo e la possibilità. Milano: Feltrinelli.

Cassese E. (2013) Mille modi diversi di essere genitore. Educazione globale.

Diamond J., (2013) Il mondo fino a ieri. Torino: Einaudi.

Ferri G., La figura del padre nel tempo delle incertezze, in PsicoterapiaAnaliticaReichiana, n°1/2024.

Fonagy P., Target. M. (1997) Attaccamento e funzione riflessiva, Milano: Raffaello Cortina Editore

Lewin K. (2011) Teoria dinamica della personalità, Milano: Giunti Editore

Mannella M., I nuovi padri, l’esperienza della co-genitorialità, in PsicoterapiaAnaliticaReichiana, n° 2/2016.

Schore A. (2008) La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé.  Roma: Astrolabio.

Trevarthen C. (1998) Empatia e biologia. Milano: Raffaello Cortina Editore.

 

[*]Psicologo, Psicoterapeuta, Didatta S.I.A.R., Membro del comintato Scientifico della S.I.A.R., Membro del board scientifico della collana CorporalMente dell'Editrice Alpes, Membro della redazione della Rivista di Psicoterapia Analitica Reichiana. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Indirizzo professionale: Via Flaminia 19. Roma 

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