Numero 1/2026
DAL SINTOMO ALLA COMPLESSITA'
LONG COVID E PSICOTERAPIA ANALITICA REICHIANA CONTEMPORANEA
Prospettiva mente corpo, neuroscienze e processi terapeutici
FROM SYMPTOMS TO COMPLEXITY:
LONG COVID AND CONTEMPORARY REICHIAN ANALYTICAL PSYCHOTHERAPY
A mind-body perspective, neuroscience, and therapeutic processes
Francesca Capomaccio[*]
DOI 10.57613/SIAR87
Abstract
Questo articolo esplora il punto di vista scientifico sul legame corpo- mente nella comprensione dei disturbi psicosomatici confrontandolo con la prospettiva proposta dall’analisi reichiana contemporanea sulla somatizzazione. Viene proposto un caso clinico che presenta sintomi che si ipotizza siano causati dal long covid e il progetto terapeutico appropriato per l’individuo, partendo dalla sua storia, dai segni incisi che imprimono e determinano la storia di ognuno di noi fin dal momento del concepimento e vengono ‘incorporati’, interiorizzati e integrati nel proprio essere, plasmando la nostra identità.
Parole chiave
Corpo mente - long covid - psicosomatica – analisi reichiana contemporanea - setting
Abstract
This article explores the scientific perspective on the mind-body connection in understanding psychosomatic disorders, comparing it with the perspective offered by contemporary Reichian analysis on somatization. A clinical case is presented featuring symptoms hypothesized to be caused by long COVID, along with the appropriate therapeutic plan for the individual, starting from their history—which is shaped by unique and unrepeatable events, indelible marks that imprint and determine each of our histories from the moment of conception and are “incorporated,” internalized, and integrated into our very being, shaping our identity.
Keyword
Mind body – long covid – psychosomatic - Contemporary Reichian Psychotherapy - setting
Studi neuroscientifici dimostrano che le emozioni influenzano il sistema immunitario, endocrino e nervoso, contribuendo all'insorgenza di patologie come disturbi gastrointestinali, cefalee, dermatiti e malattie autoimmuni. (Cirulli, Berry, 2013).
Lo stress costituisce un fenomeno soglia tra fisiologia e psicopatologia, in quanto rappresenta la risposta dell’organismo a eventi percepiti come eccedenti la propria capacità di controllo. L’esperienza pandemica da COVID-19 ha radicalizzato tale dinamica, ponendo gli individui in una condizione di esposizione prolungata alla minaccia e di perdita dei riferimenti ambientali e relazionali. Da un punto di vista clinico, l’impatto di tale esperienza si è tradotto in un incremento di emozioni disforiche - paura, ansia, depressione - e in una significativa incidenza di disturbi psicosomatici. Lo stress diventa così un fattore di rischio sistemico, in grado di alterare i meccanismi di autoregolazione biologica e psichica (Padgett, Glaser 2023).
La nozione di “psicosomatico” non si riduce a un mero rapporto causale tra mente e corpo, ma implica una concezione circolare dell’organizzazione dell’esperienza umana. Le risposte fisiologiche allo stress non sono eventi isolati, bensì processi integrativi in cui emozione, cognizione e regolazione corporea si influenzano reciprocamente. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) ne rappresenta il paradigma neuroendocrino.
Lo stress può essere definito come il risultato della discrepanza tra le richieste ambientali e le risorse percepite per farvi fronte. In condizioni di equilibrio, l’attivazione dell’asse HPA consente una risposta difensiva finalizzata al ripristino dell’omeostasi; tuttavia, quando la stimolazione si protrae o è percepita come incontrollabile, il sistema entra in una fase di disfunzione (Morey, et al., 2015). L’organismo, sottoposto a una continua sollecitazione del sistema simpatico, produce quantità elevate di catecolamine e glucocorticoidi, con conseguenze sul piano cardiovascolare, metabolico e immunitario. Sul piano clinico, la vulnerabilità psicosomatica si configura come un fallimento del dialogo tra livelli di regolazione: il corpo reagisce con sintomi laddove il linguaggio e la simbolizzazione dell’esperienza emotiva risultano inibiti.
Diversi studi scientifici hanno esaminato la relazione tra sintomi del Long COVID e aspetti psicosomatici. Una revisione sistematica pubblicata su PubMed ha evidenziato come fattori psicologici e cognitivi – come ansia, depressione, attenzione selettiva alle sensazioni corporee e interpretazioni catastrofiche dei sintomi – contribuiscono a mantenere la sofferenza anche in assenza di danni organici. Gli autori conducono una revisione sistematica e meta-analisi di studi pubblicati tra il 2019 e il 2024, includendo sia ricerche trasversali sia longitudinali che indagavano la relazione tra almeno una variabile psicologica e la presenza o la gravità del Long COVID. In questa prospettiva, il Long COVID appare non come un’entità esclusivamente medica, ma come una condizione complessa, in cui componenti biologiche, emotive e cognitive interagiscono in modo dinamico. In termini clinici, gli autori sostengono la necessità di un approccio terapeutico biopsicosociale integrato, in grado di riconoscere il peso del fattore psicologico non come spiegazione alternativa, ma come parte costitutiva del processo di malattia e di cura. (Engelmann et al., 2024).
La psicoterapia, in questo contesto, si pone come strumento essenziale per intervenire sulle radici psicologiche della sofferenza fisica. Dove risiedono e come si esprimono i ricordi pre-simbolici? Come influenzano lo sviluppo del Sé? Non sono accessibili alla verbalizzazione, ma plasmano l'esperienza soggettiva fin dalle prime fasi della vita. Il processo di integrazione psicosomatica, infatti, avviene fin dal periodo prenatale. Il feto si struttura in stretta relazione con l'ambiente esterno, in particolare con la madre. Il corpo non è solo contenitore ma un veicolo di messaggi e interazioni significative che passano attraverso il contatto fisico e i segnali non verbali che vanno a costituire il DNA psichico di ciascun individuo, la memoria implicita.
La relazione primaria è così importante che gli scienziati hanno dimostrato come l’attaccamento primario determina la formazione del cervello, della corteccia prefrontale destra, ma soprattutto lo stile d’attaccamento determina lo stile di regolazione emozionale che durerà tutta la vita. Nella corteccia prefrontale destra si colloca infatti il centro dell’autoregolazione delle emozioni che è demandato a calmare e consolare il corpo e che funziona come autoregolatore nei limiti della finestra di tolleranza individuale, ossia alla nostra capacità di sopportare oscillazioni delle emozioni, di contenere e di consolarci (Schore, 2003).
Questo articolo esplora il punto di vista dell’analisi reichiana contemporanea sulla somatizzazione partendo da un caso clinico, cioè dall’individuo e dalla sua storia che è formata da eventi unici e irripetibili, segni incisi che imprimono e determinano la storia di ognuno di noi fin dal momento del concepimento e vengono ‘incorporati’, interiorizzati e integrati nel proprio essere, plasmando la nostra identità.
Il primo obiettivo da porsi all’interno del setting è la lettura dei sintomi sui livelli corporei.
Somatizzazioni dal punto di vista reichiano
Sul tema della psicosomatica, il modello S.I.A.R. si propone di andare oltre la psicosomatica, in quanto questo termine sottintende e ripropone la diade mente–corpo. Invece ci troviamo all'interno di un modello complesso, caratterizzato dalla presenza di sistemi e sottosistemi corporei che si esprimono e interagiscono lungo una freccia del tempo evolutiva (freccia del tempo neghentropica) e dai livelli corporei predominanti nel tempo evolutivo analitico e dalle relazioni oggettuali con l'Altro da Sé. (Ferri, a.a. 2006/2007). Il concetto fondamentale della psicosomatica nella teoria reichiana è che si tratta di un processo psichico, inteso come comportamento di difesa e contemporaneamente anche un processo fisico. Si tratta di un processo unico e simultaneo. Sia nel blocco psichico che in quello muscolare, si scontrano l'energia che mira all'azione con quella che mira a reprimerla.
Reich ci proponeva una lettura secondo sette livelli corporei, articolati tra loro in maniera funzionale: occhi, bocca, collo, torace, diaframma, addome, genitali. Gli eccessi o i difetti di carica, le disfunzioni toniche in questi livelli compromettono il funzionamento dell'organismo nel suo insieme, comportando sia perturbazioni funzionali sia, col tempo, lesioni organiche.
La Vegetoterapia Carattero–Analitica (acting corporei proposti sui livelli sede dei blocchi) nacque proprio in seguito all'aver individuato i blocchi energetici. Piero Paradisi, nel suo libro, propone una meta-visione che ha origine dal modello reichiano contemporaneo, fornisce elementi interpretativi sulla genesi e sulla scelta d'organo delle affezioni psicosomatiche, in cui la chiave di volta è rappresentata dall'inserimento della tridimensionalità osservativa nell'evoluzione del Sé-individuo. Il modello S.I.A.R. (Società Italiana Analisi Reichiana) vuole essere un superamento sia dei paradigmi della medicina tradizionale, sia di quelli psicogenetici od olistici, proponendosi come un'applicazione della Teoria della Complessità nell'analisi e nella valutazione clinica di tali fenomeni. (Paradisi, 2015)
La storia del Sé individuo si snoda attraverso un percorso segnato da fasi evolutive, lungo un percorso temporale che noi individuiamo col termine di freccia del tempo neghentropica. Queste fasi sono: la fase intrauterina, la fase orale, la fase muscolare–coatta, la prima fase genito-oculare, la seconda fase genito-oculare. In ogni fase c'è la predominanza funzionale e strutturante di un livello corporeo che assume un rapporto di relazione oggettuale privilegiata con l'oggetto parziale dell'Altro da Sé. All’interno del setting, con il paziente si procede cercando di dare voce al corpo, non solo attraverso l’osservazione e la narrazione della storia dell’individuo (anamnesi) ma dialogando con l’intreccio delle fasi evolutive stratificate sulla freccia del tempo, per cercare di attuare un progetto terapeutico appropriato alla soggettività della persona che abbiamo di fronte.
Opera di M. StaritaUn caso clinico
Conosco Daniele tramite l’ambulatorio post covid dell’INMI L. Spallanzani di Roma, dove, nel reparto Multifunzione Psicologia, svolgo il tirocinio di specializzazione. Viene seguito negli ambulatori perché è entrato a far parte della sperimentazione dell’ospedale dedicata ai pazienti Long covid che lamentano sintomi fisici e difficoltà di concentrazione. Il Long covid, o sindrome post-covid-19, è caratterizzato da una varietà di sintomi persistenti che possono durare settimane o mesi dopo l'infezione acuta da SARS-CoV-2. Tra i sintomi più comuni si riscontrano affaticamento estremo, difficoltà di concentrazione (nota come "nebbia cerebrale"), disturbi del sonno, ansia e depressione. Daniele è stato sottoposto ai testi neuro psicologici e a tutta una serie di esami diagnostici e clinici, come indicato nel protocollo di sperimentazione che prevede una prima somministrazione ed un follow up a 6 mesi; i risultati dei test non hanno evidenziato deficit cognitivi.
Mi viene affidato per offrirgli un percorso di sostegno in relazione alla condizione di malessere che si ipotizza sia causata dal Long covid.
Daniele mi colpisce subito per la sua timidezza, la voce bassa, l’andatura incerta, così come i suoi gesti. Durante il primo colloquio mantiene la mascherina in bilico a metà del volto e di tanto in tanto tira l’elastico con la mano mostrando tutta la sua indecisione tra il volerla togliere e l’indossarla.
Mi parla subito dei suoi sintomi fisici che sono comparsi da qualche tempo e che lo spaventano e rendono incapace di compiere serenamente le attività quotidiane, il lavoro e persino una passeggiata. I sintomi che lui descrive minuziosamente vanno dai dolori articolari all’affanno, dalla ‘nebbia’ alla difficoltà di concentrazione; Daniele mi dice: ”mi sento completamente infiammato”! Durante l’anamnesi mi racconta di essere diplomato al conservatorio e poi prima che esplodesse la pandemia di aver conseguito il diploma in una scuola di fumetto. Mi dice di essere tornato a vivere a casa dei genitori, dopo un’esperienza fuori casa durata due anni, proprio a causa della pandemia e la condizione di incertezza generale che si percepiva. Dopo aver contratto il covid anche se non aveva avuto sintomi severi, aveva deciso di tornare a vivere con i genitori e la sorella, più piccola di qualche anno, anche lei rientrata a casa dopo un tentativo di convivenza. Daniele è stato travolto da quest’insieme di sintomi che si sono presentati a qualche mese di distanza dalla negativizzazione e si è sentito poco compreso dalle persone intorno ad eccezione di Mara la sua fidanzata che si è invece mostrata comprensiva e preoccupata.
Durante le nostre prime sedute mi rendo conto subito che Daniele vorrebbe essere considerato dai genitori e che i sintomi sono il linguaggio che utilizza, esprime la sua impotenza che attribuisce alla condizione di malessere fisico, ma scoprirò più avanti essere la sua condizione prevalente da sempre. Durante l’anamnesi mi racconta di sapere poco della sua gravidanza, la madre gli ha solo detto che lei aveva molta energia e che è nato da un parto distocico nel quale, nella fase di passaggio dal dentro al fuori subisce la frattura della clavicola. La sua prima grande separazione è dolorosa. C'è un segno inciso che si imprinta nella formazione del carattere di Daniele e riverbera in tutte le future esperienze di separazione. Malgrado questa prima esperienza significativa Daniele sembra possedere la capacità di sanare il difficile passaggio adattandosi progressivamente al nuovo, come mi sembra stia tentando di fare nella sua vita La madre, nel raccontargli il suo ingresso nel mondo, lo colloca all’età di 4 anni, momento nel quale nasce la sorella e lo definisce buono ma molto pigro.
Mi racconta di un episodio che lo ha colpito molto quando è andato in ospedale per la nascita della sorella, mi dice di aver ricevuto in regalo dei cioccolatini che stringeva fiero tra le mani ma che la mamma lo esorta ad offrirli alle persone presenti e lui rimane molto deluso perché rimane con un solo cioccolatino nella scatola. Probabilmente gli viene richiesto da sempre di essere responsabile, senza rispettare i tempi e le fasi evolutive. Ha una relazione difficile con la sorella che manifesta apertamente la sua ostilità e si mostra polemica con i genitori cercando di metterli in discussione, cosa che Daniele non osa fare e giudica aspramente la sorella. Il rapporto con il padre è distante, basato sulla poca complicità e questo mi sembra non permettergli di evolvere a posizioni più evolute.
Daniele, alla mia richiesta di trovare degli aggettivi sui componenti della sua famiglia, descrive la madre come solitaria, preoccupata, dolce; del padre dice un professionista, ottuso, timido; la sorella viene definita silenziosa, chiusa, criptica; riguardo se stesso usa gli aggettivi: debole, intelligente, diverso.
Daniele mi chiede di aiutarlo a gestire l’ansia che gli provoca la sua condizione di malessere fisico che percepisce come irreversibile e di riuscire a gestire un pensiero ossessivo riferito all’età delle persone, al tempo che scorre inesorabilmente facendolo sentire immobilizzato e incapace di compiere passi avanti, non solo metaforicamente, ma anche a causa di un respiro affannoso che attribuisce al long covid.
La sua domanda implicita sembra riguardare la fase muscolare, Daniele è stato trattenuto da una madre ansiosa che teme il mondo e lo vive come minaccioso e non accompagnato adeguatamente dal padre che risulta essere critico e molto severo anche con se stesso, perfezionista.
Deduco quindi la seguente diagnosi analitica: tratto orale insoddisfatto, difficoltà nei passaggi, ansia da separazione e difficoltà ad autodeterminarsi rispetto alla famiglia con conseguente difficoltà a mantenere la muscolarità acquisita.
Lo spostamento del setting, nel setting, del terapeuta
Io e Daniele cambiamo setting, dal setting ospedaliero dove ci siamo conosciuti passiamo al setting privato. Inevitabilmente è cambiata anche la mia posizione terapeutica. Daniele era arrivato da me nella ricerca di accoglienza e conforto, rassicurato dal contesto medicalizzato e asettico delle stanze del servizio di psicologia ospedaliero, il fatto che fossimo in un ospedale che io indossassi un camice, gli ha consentito probabilmente di ‘affidarsi’ potendosi sentire in un posto sicuro. Dopo 4 mesi, 14 sedute (una volta a settimana) Daniele mi chiede se possiamo continuare privatamente il nostro percorso insieme.
Già dal primo incontro nel nuovo setting Daniele mi sembra più sicuro e a suo agio, gli propongo di fare una consulenza con uno psichiatra per gestire i suoi pensieri ossessivi e ripetitivi e valutare quello che mi è sembrato un deficit di serotonina, un tratto depressivo latente. Lo psichiatra contattato gli prescrive alcune gocce di citalopram, un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) che lui accetta di buon grado, sempre ben disposto verso gli aiuti che provengono dalla medicina.
Ho cercato quindi di elaborare un progetto terapeutico mirato, utilizzando i tre principi attivi (la relazione analitico-terapeutica, le attivazioni corporee e la psicofarmacologia (Ferri, 2023). Ho accolto Daniele con l’obiettivo di farlo sentire considerato anche attraverso la narrazione dei suoi sintomi e le paure legate alle sensazioni fisiche che provava. Ho scelto di dedicare tempo a questa fase perché ad ogni incontro avevo la sensazione che Daniele fosse realmente nutrito e parzialmente riparato nella mancanza di considerazione che percepiva all’interno della sua famiglia, attraverso la relazione terapeutica con me. Ho quindi assunto una posizione di primo campo, inclusiva e affettiva[1].
Ho cercato poi di farlo evolvere dallo stallo oro-labiale dipendente ad una posizione maggiormente consolidata di muscolarità. Questo gli ha permesso di strutturarsi ed individuarsi, riducendo la dipendenza dall’altro e, di conseguenza, l’ansia da separazione.
All’interno del setting privato ho inserito quasi subito la Vegetoterapia carattero-analitica: ho cercato di rinforzare la stabilità e la reciprocità attraverso la somministrazione del “punto fisso luminoso”. È un acting per l’approccio mirato al trattamento della "giusta distanza o della perdita dei confini" tra il Sé e l’Altro da Sé. L’acting permette alla persona un nuovo ingresso nella soggettività, attiva la corteccia prefrontale, ma regola anche la distanza appropriata per la propria sostenibilità, raccoglie le possibili proiezioni che emergono dal profondo della sua storia, come sguardi escludenti o includenti (Ferri, 2020).
Daniele ha accettato di buon grado il lavoro sul lettino, mostrando fiducia e desiderio di sperimentare gli acting proposti, producendo buon materiale analitico. Dopo poche sedute ho sperimentato la necessità di non sostare troppo su un punto di stabilità, quanto invece l’importanza per Daniele di avere la possibilità di separarsi, di andare verso l’altro ma anche di poter tornare su di sé. Ho inserito il “naso cielo con oggetto stabile”, in cui la persona sperimenta la convergenza verso se stesso, verso la propria piramide nasale, sperimenterà la capacità di tornare nei propri confini, con la luce sempre ferma a rappresentare “l’oggetto parziale stabile e presente”. Questo è un acting che riattualizza il passaggio dalla fase oro-labiale a quella muscolare, dal primo campo al secondo campo, e i risultati sono stati subito evidenti: ha prodotto un aumento della socialità e il passaggio dal desiderio di andare a convivere con Mara, la sua compagna, che era emerso già da qualche tempo, alla realizzazione del progetto attraverso la ricerca concreta di una casa. In breve tempo è uscito di nuovo da casa dei genitori ed è approdato nella nuova casa, stavolta insieme alla sua compagna.
Successivamente ho proposto di uscire dal “due” incontrando anche il “tre” attraverso la somministrazione dell’acting del “movimento degli occhi ad arco”, acting di fase muscolare, che consiste nel muovere lateralmente la penna-luce all’altezza del punto di convergenza; questo gli ha dato la possibilità di uscire dal legame dipendente “a due” di primo campo (madre–bambino), concedendosi la possibilità del “tre” (padre–madre–bambino) e di sperimentare un secondo campo. Questo ha significato per Daniele l’idea di progettare una collaborazione lavorativa che includa più persone e metta a frutto sia le sue competenze artistiche che le sue capacità organizzative.
Siamo passati quindi alla “rotazione degli occhi”, acting di fase genito-oculare che presuppone una rotazione della penna-luce lungo la periferia del campo visivo della persona; questo ha concesso a Daniele la possibilità di vedere una scena ancora più ampia, uscendo dal nucleo familiare per entrare in relazione con il mondo. Attraverso una supervisione abbiamo riscontrato la possibilità di somministrare l’acting dell’”Io”, acting di fase muscolare che propone la possibilità di dire ad alta voce la parola “io”, ciò dà modo di avere l’opportunità di sentire l’Io e affermarlo nel mondo.
Oggi Daniele rispetto alla situazione familiare avverte ancora la distanza emotiva materna e il distacco paterno, ma sta acquisendo maggiore consapevolezza e serenità, ha gradualmente eliminato la sintomatologia iniziale, ed ha iniziato a sperimentare separazioni più accettabili e con meno carica ansiosa; si è concesso di esplorare maggiormente se stesso e il mondo. Ha deciso di intraprendere e sperimentare un progetto lavorativo che include altre persone, compresa la sorella, musicista anche lei, fondando una sua scuola di disegno rivolta a tutte le età, dove lui assume il ruolo di Direttore e ha inserito nell’organico altri professionisti/e tra cui la sua compagna che lo sostituisce laddove lui è impossibilitato a presenziare nella sede, per accogliere coloro che sono interessati ad avere informazioni sui corsi o procedere nell’iscrizione. Daniele sente a volte ancora un senso di disagio nell’essere affermativo ma è riuscito ad aprirsi e costruire in questo tempo una base sicura che gli ha permesso di andare nel mondo con un suo progetto frutto dei due percorsi formativi fatti in precedenza riuscendo ad integrare le sue passioni e competenze. Il percorso terapeutico continua, Daniele mi chiede di essere ancora supportato, in una posizione di secondo campo, per riuscire a rimanere in una posizione maggiormente affermativa; sento che posso ancora dare il mio supporto a Daniele, facendogli sperimentare piano piano maggiore sicurezza che gli consentirà di procedere da solo nei suoi progetti di vita.
[1] Secondo Allan N. Schore, una relazione particolarmente significativa, come quella terapeutica, è simile all’esperienza dell’attaccamento, capace di attivare i circuiti cerebrali destri, provocando una serie di modifiche nell’assestamento dell’affettività e dell’espressione emotiva, un fattore capace di interferire nelle mutazioni dei processi epigenetici. Stalh confronta il rapporto terapeutico nel setting con gli psicofarmaci e lo intende come probing neurobiologico in grado di indurre cambiamenti epigenetici nei circuiti cerebrali, tanto da meritare il titolo di epigenetic-drug. (Schore, 2003)
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[*] Psicologa, specializzanda in Psicoterapia nella Scuola Italiana di Analisi Reichiana. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Indirizzo professionale: via Lorenzo Vidaschi, 7. Roma