Numero 1/2026

ARTE E TERAPIA

ART AND THERAPHY

Flavia Pompili[*]

DOI 10.57613/SIAR91 

 

Abstract

 

     L’articolo vuole fornire una riflessione sull’importanza dell’utilizzo dell’arte come strumento per entrare in contatto con le nostre emozioni e sensazioni corporee. Attraverso l’arte si può, infatti, esprimere ciò che non può essere espresso a parole. Il caso di Federica, qui presentato, testimonia come il linguaggio del corpo è il “sentire” sensazioni, emozioni, sentimenti che costituiscono il materiale principale sia dell’esperienza analitica che artistica. Federica una ragazza “senza colore”, grazie alla somministrazione di stimoli artistici è riuscita a connettersi con il proprio corpo, comprendendo il viaggio dell’emozione, riconoscendola e accogliendola.

 

Parole chiave

     Emozioni -  arte-terapia – corpo - linguaggio del corpo.

 

Abstract

    The article aims to provide a reflection on the importance of  using art as a way to connect with our emotions and bodily sensations. Art can, in fact, become an ideal non-verbal means of communication, for expressing what  cannot be expressed through words. The case study of Federica, presented here demonstrates how the body language is the “feeling” of sensations, emotions, sentiments, that constitute the main material of both the analytical and artistic experience. Federica, a “colorless girl”, thanks to the administration of artistic stimuli, was able to connect with her body, understanding the journey of emotion, recognizing it and welcoming it.

 

Key words 

     Emotions - art-therapy – body - body language.

 

 

 

“Mai l’umanità ha mancato di immagini potenti, apportatrici di magica protezione contro la paurosa realtà delle profondità psichiche; le forme dell’inconscio furono sempre espresse mediante immagini protettrici e guaritrici e in tal modo ricacciate nello spazio cosmico, ultrapsichico”.

(Jung, 1954)

     L’arte è un mezzo di comunicazione non verbale ideale per esprimere ciò che non può essere espresso a parole. Significative le parole della grande danzatrice Isadora Duncan, cha ha rinnovato le arti del primo ‘900 “Se lo potessi dire non lo danzerei!” L’attività artistica genera una stimolazione sensoriale che sembra essere benefica non solo per molte patologie, ma anche per lo sviluppo del bambino; si tratta infatti di un viaggio nel profondo mondo emotivo che già dalla preistoria gli esseri umani hanno intrapreso attraverso i colori e le forme. Il processo artistico consiste nel dare forma agli eventi; l’Io stesso può essere considerato un “Artista” (un prodotto artistico complesso) che dà forma alla materia biologica. Il processo dell’arteterapia si basa sul riconoscere che i sentimenti e i pensieri più profondi dell’uomo, derivati dall’inconscio, raggiungono l’espressione di immagini piuttosto che di parole (come avviene nei sogni). Ancora oggi, l’arte è usata come mezzo per penetrare nell’inconscio dell’individuo allo scopo di consentirgli di cambiare ulteriormente. Viene quindi utilizzata come linguaggio non verbale; permette di comunicare il proprio vissuto emotivo a chi non riesce ad esprimerlo a parole, soprattutto nel caso di un trauma.

     Jean-Pierre Changeaux si è occupato del rapporto arte-cervello, ponendo le basi di una “neuroscienza dell’arte” e sottolineando l’effetto indotto dalla contemplazione di una nuova opera d’arte che invade lo spazio della nostra coscienza. Changeaux ha inoltre analizzato i processi neuronali attivi durante l’esperienza di contemplazione di un’opera d’arte. Quando ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte, qual è la prima cosa che accade? I nostri occhi vedono, le nostre orecchie sentono. I processi neuronali che si formano durante la percezione visiva e uditiva sono il primo passo di un’esperienza estetica. Utilizzando tecniche di imaging da risonanza magnetica, uno studio ha rivelato cosa succede nel cervello: diverse aree si attivano e decifrano in modi diversi il ritmo, la melodia o le emozioni provocate dall’ascolto. Allo stesso modo, l’eye tracking ci mostra che, quando si contempla un’opera d’arte, l’occhio si muove strategicamente, secondo dei punti specifici.

     In una serie di esperimenti condotta negli anni Sessanta del 1900, uno psicofisico russo, Alfred Yarbus, ha studiato i movimenti degli occhi degli spettatori mentre esaminano un’opera d’arte. Quando le persone guardano un’opera d’arte per la prima volta, gli occhi vivono un periodo di fissazione abbastanza breve, durante il quale apprendono ciò che vedono. Acquistando familiarità con l’opera, lo spettatore si sposta da uno sguardo generale verso uno sguardo più specifico, verso le aree di suo interesse, quindi verso una risposta estetica. Uno dei protagonisti è sicuramente il colore: i segnali del colore vengono trattati nel cervello in modo diverso rispetto alla luce e alle forme. I colori vengono dotati di specifiche caratteristiche emotive e le reazioni ad essi variano in base al nostro umore; infatti il colore può significare cose diverse per persone diverse: un singolo quadro può suscitare reazioni diverse in spettatori diversi o anche nello stesso spettatore in tempi diversi. “La storia dell’arte fa parte della storia dell’uomo, della sua memoria, dei fatti che ha vissuto, delle guerre, delle battaglie, delle rivoluzioni economiche e sociali, ma anche dei costumi, delle sue creazioni, delle sue fantasie, della sua mente e del suo cervello. […] Narra con il potente mezzo delle immagini, la memoria degli uomini, la memoria delle loro conoscenze, delle loro emozioni, delle loro angosce, delle loro speranze che gli artisti hanno trasferito sulle tele, sulle pareti delle grotte o delle chiese. I quadri sono documenti storici nel senso scientifico della parola, passati attraverso l’interpretazione dell’artista diquel periodo. Tutta la conoscenza è memoria, senza memoria non è possibile pensare”. (L. Maffei, Arte e Cervello, 2008 pag. 331).

     Il National Center for Complementary and Alternative Medicine (2002), ha definito gli interventi mente-corpo come interventi pensati per facilitare la capacità della mente di influenzare la funzione corporea e i sintomi che manifesta. L’arteterapia è considerata un intervento mente-corpo. Esistono prove concrete relative al fatto che le immagini hanno un impatto significativo sul nostro corpo. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione alle immagini della natura dalla finestra di una stanza d’ospedale può diminuire la durata della degenza e aumentare la sensazione di benessere nei pazienti. (Ulrich, 1984) Le immagini infatti sono un potente ponte tra mente e corpo: Damasio nel 1994 dichiarava che il nostro corpo risponde alle immagini mentali come se fossero la realtà. Le immagini non sono solo visive, ma comprendono tutte le modalità sensoriali. L’arte e le immagini possono diventare un utile strumento per indagare, esprimere e rafforzare l’identità, per connettersi ai ricordi, pensieri e sentimenti sepolti nell’inconscio. Infatti, il potere delle immagini è anche quello di evocare contenuti di cui il soggetto non è consapevole, con l’obiettivo di rivolgere un nuovo sguardo a se stesso per conoscersi (scoprirsi) meglio, per ascoltare il proprio corpo e la propria mente, per comprendere le proprie emozioni e i propri sentimenti. Sarà proprio questo strumento ad essere utilizzato in un intervento integrato del caso clinico che presento.

 

Federica, una vita senza colori

     Federica ha 27 anni, è proprietaria di una toletta per cani. È molto magra, pallida con capelli abbastanza lunghi ma molto sottili e radi. Il suo abbigliamento è molto semplice e sportivo, non dà l’idea di essere una ragazza curata, solo le sue mani sembrano esserlo. Arriva molto agitata con una borsa a spalla, uno zainetto ed una busta di plastica in mano, arriva sempre carica. Si siede e assume una posizione che manterrà e che ancora oggi mantiene per tutta la durata della terapia, ovvero gambe incrociate e senza mai appoggiare la schiena.

     Con lo sguardo spento e con una comunicazione verbale veloce, quasi senza respiro, mi dice: “è arrivato il momento per me di chiedere aiuto, mi sento bloccata nel provare emozioni, non mi vivo mai i momenti felici perché già penso che finiranno”. Ad esempio non riesce ad essere felice del suo successo lavorativo perché pensa che potrebbe finire. Mi dice di avere una bella vita ma che non riesce né a provare né a manifestare emozioni e la cosa che più la fa soffrire è il non riuscire a provare felicità.

     Dopo averla ascoltata le spiego come sono solita lavorare, Federica ascolta con attenzione e appena parlo dell’utilizzo del corpo mi rimanda subito un commento molto significativo che sarà il tema principale di molti incontri successivi: “questo mi fa molto piacere, provo molto dolore durante i miei rapporti sessuali e la ginecologa mi ha detto che è solo tensione, non ho nulla”. Cerco di indagare un po’ di più: Federica dichiara di non provare piacere durante i rapporti sessuali ed è costretta a mantenere sempre la stessa posizione perché altrimenti prova dolore, non si toglie mai completamente tutti i vestiti, è spaventata dalla sua nudità, non si sente a proprio agio a “mettersi a nudo”. Si sente con il freno tirato, mentre si trova in intimità il suo pensiero costante è “speriamo che finisca presto”.

     Da questo passa a parlare di un grande dolore provato per la morte del nonno quando lei aveva 13 anni e sente di aver bloccato le emozioni in quel momento perché afferma con sicurezza che la sua vita in quel momento è cambiata.

 

Anamnesi in ottica Analitico-Psicodinamica

     I genitori di Federica si sono incontrati nel 1985 tramite amici in comune. Il papà ha conseguito studi di elettronica, la madre ha interrotto gli studi per lavorare come parrucchiera. Federica ricorda che tra i genitori ha sempre percepito un rapporto di complicità, di sostegno e di affetto che dura tuttora. Figlia unica nata a 9 mesi di parto cesareo programmato. La mamma aveva provato per 6 anni ad avere figli senza riuscirci a causa di problemi fisici. È stata operata ad un ovaio e ad una tuba a causa di cisti ovariche ma anche l’altra ovaia e l’altra tuba erano danneggiate al 70%. Prima del concepimento di Federica i genitori hanno provato l’inseminazione artificiale non andata a buon fine, affrontando un grande investimento economico. Successivamente hanno tentato l’adozione ma senza ottenere risultati. Dopo la nascita di Federica alla mamma è stato asportato l’utero e ancora oggi la mamma accusa problemi di salute.

     La gravidanza è stata molto monitorata, accompagnata da molti controlli. È stata sempre definita la figlia miracolata perché è nata nonostante le condizioni fisiche della madre fossero gravi. È cresciuta sentendo i racconti di come sia stato difficile il suo concepimento, la madre aveva paura di non farcela. Si deduce una situazione intrauterina molto allarmata. Federica non è stata allattata per mancanza di latte materno; da neonata ha avuto problemi digestivi da subito infatti si sono dovuti provare molti tipi di latte. Ha avuto da sempre problemi con il sonno, piangeva molto, voleva stare sempre all’aria aperta, era sempre nervosa. A 6 mesi è stata svezzata apprezzando da subito il cibo, la mamma le diceva spesso “lo avessi fatto prima”! Durante il suo primo anno di vita è morta la nonna materna, la madre ha vissuto un periodo di grande dolore. Dopo qualche anno il nonno materno è andato a vivere con loro. Ha iniziato a camminare all’età di un anno, Federica racconta un episodio: ero in una stanza a giocare con papà, lui si è alzato, mi ha “lasciato ed io per raggiungerlo mi sono alzata e sono andata da lui!”. Ha iniziato a parlare a circa un anno e mezzo. Ha succhiato il ciuccio fino ai tre anni.

     A 13 anni muore il nonno materno che viveva con loro e dice “non ho più permesso alle emozioni di saltarmi addosso”. Da un punto di vista emotivo, affettivo la presenza del nonno ha permesso a Federica di sperimentare un legame forte con una figura che lei chiama “secondo padre”.

     Figura molto significativa che gli ha insegnato tanto, passava molo tempo con lui. “Quando ero piccola ballavo davanti a tutti e lui mi dava le monetine come premio”. Mi ha insegnato a giocare a dama e dopo la sua morte non ci ho più giocato. È morto in ospedale non mi hanno fatto entrare per salutarlo. Prima della sua morte ero più affettuosa poi mi sono chiusa per troppo dolore. “Da quel momento non mi sono più divertita”, sente di aver bloccato le emozioni non solo di dolore ma anche di gioia. Ha il primo ciclo dopo la morte del nonno, lo ritiene invalidante, ne è infastidita perché non lo può controllare, è imbarazzata. Federica si definisce: maniaca del controllo, autocritica, orgogliosa, introversa. Il controllo aiuta a gestire l’ansia e l’allarme. Durante le elementari era insicura e non parlava, non diceva mai quello che pensava. Ha avuto difficoltà a dormire da sola, infatti, anche per problemi di spazio, ha dormito in camera con i suoi genitori fino a 16 anni. Aveva paura delle immagini che venivano trasmesse in televisione, durante le elementari aveva paura di rimanere da sola con quelle stesse immagini. Era sempre allarmata.

     Attualmente ha una rara attività sessuale, il fidanzato è molto comprensivo, lo definisce un fratello, un migliore amico, uno buono. Nel suo lavoro da commerciante titolare non accetta errori dai dipendenti, è in continua sfida con loro, non si fida di lasciare il negozio perché pensa che solo lei è in grado di gestirlo, se si allontana e qualcosa anche minima non va lei si ripete “Senza di me non vanno bene le cose”. Federica ha frequentato il Liceo Linguistico che non ha mai amato. Infatti dopo il diploma sceglie di iscriversi alla facoltà di Scienze Ambientali, percorso di studi interrotto quasi subito. Anche se il rendimento scolastico era buono quella non era la sua strada. Si sente di non essere mai abbastanza, di non essere mai all’altezza. Cerca sempre di fare la cosa giusta, non vuole deludere i suoi genitori.

pompili 1     È interessante notare dove si colloca Federica: sotto a tutti. Si potrebbe ipotizzare uno schiacciamento. Ho fatto notare a Federica che non aveva messo linee con i nonni ma solo con i genitori, lei dopo un attimo di riflessione mi dice: “ovvio, da me partono tre linee che si irradiano su tutti”. Deve qualcosa a tutti: a chi l’ha messa al mondo e a chi l’ha accudita. Un’altra riflessione da fare è la mancanza di linee tra i genitori, dopo questa mia riflessione Federica mi riporta un senso di colpa nel non averle segnate nonostante le mie indicazioni fossero state chiare. L’ipotesi che mi sento di fare è che Federica sia incastrata in un progetto genitoriale: deve dare continuamente dimostrazione di meritarsi il suo “essere miracolata”. Ha vissuto amicizie molto forti con le amiche dell’asilo e delle elementari, alcune sono durate fino a qualche anno fa. Anche alle medie ha avuto un gruppo di amiche, ma dopo il Covid si sono allontanate tutte, ad oggi le rimangono solo due amiche importanti che sente e vede.

Anamnesi socio-economica

     La condizione economica della famiglia non è mai stata semplice, viveva nelle case popolari, papà bidello/trasportatore e mamma casalinga. Madre siciliana, padre sardo, venivano da famiglie semplici contadine. Di loro dice: papà sicuro di sé, forte, gentile e buono; mamma premurosa, apprensiva, insicura.  “La svolta”, come la definisce lei, è avvenuta quando si è iscritta al corso da tolettatrice pagato interamente con i suoi soldi. La sua condizione socio-economica è migliorata, infatti si permette di fare viaggi ed è riuscita ad assumere due dipendenti. La prima cosa che avrebbe voluto fare, in realtà, era veterinaria ma non era pronta a trasferirsi da Roma dato che la facoltà di veterinaria a Roma non c’era, aggiunge poi “Ci voleva troppa forza, troppo dolore e troppa morte, non avrei retto a livello emotivo”. A quel punto scelse la facoltà di Scienze Ambientali, ha lasciato dopo un anno perché sentiva di non avere un obiettivo ben fissato, non riusciva più a studiare e neanche ad andare a lezione. Per un certo periodo ha tenuto nascosto il fatto che non stava più frequentando. Aveva paura di dare un dispiacere troppo grande ai genitori: “l’unica figlia e non si laurea!” La decisione di diventare tolettatrice è avvenuta quando parlando con il proprietario di una toletta per cani, ha sentito “un’illuminazione”. Da li si è iscritta ad un corso specifico, ha iniziato a lavorare quasi subito nel negozio di toletta che ha poi acquistato.

 

Anamnesi patologica remota e prossima

     Federica ha sofferto di asma fino a 7/8 anni e mi riporta con orgoglio: “sono guarita da sola!” Non ricorda eventi particolari di quegli anni. Dopo alcuni incontri, per una fortuita coincidenza, Federica mi rivela di avere la fobia delle rane. Per lei non era prioritario parlarmene, voleva dimenticarlo, era sufficiente per Federica evitare il problema, ne era spaventata e disgustata. Si è accorta di avere questa fobia a 15 anni quando, durante una gita in campagna, una rana le è saltata addosso e lei non riusciva a liberarsene. Da quel momento non riesce più a tollerarne neanche il verso. Ho iniziato ad indagare quali caratteristiche della rane erano per lei cosi spaventose e disgustose. Le zampe in estensione della rana che nuota, il movimento che quelle zampe compivano ogni volta che nuotavano. Il movimento delle zampe fu argomento di molti incontri.

     Nel corso della terapia emergerà, inoltre, che ha avuto due attacchi di forte ansia: uno durante un concerto a 20 anni e un altro a 22 anni quando ha contratto il Covid. In entrambi i casi si è sentita senza via di uscita, nel primo caso per la troppa gente e nel secondo caso per l’obbligo di non poter uscire e vedere gente.

     L’anamnesi di Federica mi porta a una diagnosi di Nevrosi da eccesso come descritta da G. Ferri: “Nevrosi da eccesso in fase trofo-ombelicale: si può assistere ad un circuito relazionale di primo campo di tipo fobico con buona densità, che trasmette al piccolo Sé un buon spessore di relazione oggettuale primaria, ma anche un allarme noradrenergico, un’oppressione e una contrazione. Nel caso questo vissuto producesse una fissazione prevalente (sesto livello tratto intrauterino fobico, assisteremmo ad una più o meno clinica insofferenza a qualsiasi situazione di spazio chiuso, del qui ed ora, da parte di quel Sé. Potrebbe tradursi nella forma sintomatica pura, in fobia situazionale: claustrofobia nell’espressività frattalica del “dentro e del chiuso”, ma anche agorafobia nell’espressione frattalica “del fuori e dell’aperto” con i livelli corporei interessati, rispettivamente il sesto nella prima forma classica e il sesto o il secondo se l’agorafobia ha genesi nel post partum o nel post svezzamento”. (Ferri, Cimini, 2022, p.158).

 

Segni incisi, tratti e passaggi di fase

     Il primo segno inciso va sicuramente riportato al periodo della gravidanza che la madre ha vissuto con enorme allarme. Un parto cesareo, la prima grande separazione probabilmente caratterizzato da una produzione elevata di noradrenalina, un passaggio brusco privo di contenimento nel canale del parto. Da questi primi segni incisi possiamo ipotizzare un tratto fobico intrauterino. Un altro segno inciso è sicuramente il mancato allattamento al seno per i problemi di salute della madre, causando alla piccola una difficoltà a nutrirsi che le ha procurato problemi digestivi protrattisi fino al momento dello svezzamento.

     Possiamo quindi evincere:

  • un’altadensitàdibase;
  • un forte stato di allarme intrauterino determinato dalla condizione di continua preoccupazione della madre;
  • una chiara componente fobica nelle situazioni di limitazione di movimento che prende poi forma nella fobia per le rane;
  • un tratto orale da eccesso dovuto alle enormi aspettative proiettate dalla madre sulla figlia nata “per miracolo”.

Livelli corporei periferici, aree centrali e cervelli prevalenti

     Federica ha uno sguardo spento e fisso, un primo livello (occhi) statico, impaurito e molto triste, un secondo livello (bocca) serrato. Parla molto e in modo veloce, spesso nei momenti in cui si mette in ascolto si morde il labbro. Torace e spalle contratte, molto spesso curvata in avanti, ci mostra un quarto livello chiuso, non libero di esprimersi e respirare  (ha sofferto d’asma). Il quinto livello (diaframma) e sesto livello (addome, area ombelicale), rappresentano in Federica il blocco. Le sue gambe sono sempre tese e incrociate.

    Mantiene sempre una certa lucidità nel riportare fatti accaduti, mi chiede sempre “vorrei lavorare su…”, si evince quindi una predominanza della neocortex. Il cervello limbico risulta spesso inibito, nel corso dei mesi in alcune situazioni è riuscita a dare libertà espressiva alle sua emozioni, chiedendomi poi “scusa”.

 

Analisi delle domande esplicite ed implicite

     Federica arriva con una domande esplicita “aiutami a provare emozioni”. Implicitamente le sue domande erano molte di più, “aiutami ad affrontare le mie paure, a sentire il mio corpo, a sbloccare le mie emozioni. Aiutami a vedere i miei limiti, rassicurami che posso sbagliare, insegnami a respirare”.

 

Relazione analitico-terapeutica e Controtransfert    

     La mia posizione inizialmente è stata quella di primo campo accogliente, diventata presto un primo campo strutturante. Federica ha sempre vissuto in un primo campo ansioso e preoccupato, questo l'ha portata a non avere fiducia in se stessa ed essere sempre molto autocritica. Ad oggi alterno le miei posizioni di primo e secondo campo strutturante affettivo.

     Già dal primo incontro ho sentito subito un blocco toracico, ho fin da subito percepito un impedimento a respirare liberamente, un peso che opprimeva la mia energia vitale, la mia libertà di movimento, sentivo soffocare i colori. Quando successivamente ho introdotto un acting di respirazione profonda ho respirato insieme a lei.

Il percorso analitico-terapeutico integrato

     Continuiamo gli incontri approfittando solo del primo principio attivo: la “relazione”. Tra di noi si era instaurata una relazione di fiducia molto buona. Che ci permette di lavorare  sulla sua fobia. Il modello S.I.A.R. colloca l’eziologia delle fobie nel tempo intrauterino. Federica ha vissuto il tempo intrauterino come allarmato, oppresso, contratto dove e stata minima la sua espansione. Federica è spaventata dal movimento in espansione delle zampe delle rane. Quello che proprio non tollera è il movimento di apertura delle zampe mentre la rana nuota o salta. Colleghiamo questa apertura al suo blocco della sessualità, del movimento libero, di un sentire bloccato, alla paura di affacciarsi alla vita in autonomia. Il concetto di autonomia verrà poi ripreso in incontri successivi quando parleremo della paura di andare a vivere da sola.

     Ho deciso di utilizzare un altro strumento in mio possesso: utilizzare le immagini come “esposizione”. Sicuramente è uno strumento più cognitivo comportamentale, ma in quel momento è stato fondamentale. Ho successivamente presentato a Federica delle foto di rane, avendo cura nel scegliere quelle che rappresentavano rane con una buona estensione delle zampe. In successione ho inserito dei video dove si sentiva il loro verso. Tutto questo sottolineando che io ero lì vicino a lei. All’inizio sentiva il suo corpo tremare, soprattutto le gambe, si sentiva poi rigida con il busto e le mani che sudavano, ma si sentiva comunque al sicuro infatti guardava l’immagine e poi guardava me, tornava sull’immagine e poi su di me, questo ci ha permesso ancora di più di lavorare sul primo principio attivo.

     Dopo l’estate rivedo Federica che mi riporta un episodio in cui, durante una cena sul Tevere, all’improvviso sente il verso delle rane è mi riferisce: “sono saltata in piedi e mi sono fatta cambiare tavolo, eravamo troppo sul bordo del fiume; ho chiesto un tavolo più interno, ma sono stata felice perché non sono scappata, sono rimasta per tutta la cena e sono stata bene”.

     Federica inizia ad essere meno rigida con il corpo, sempre un po’ chiusa ma continuo a notare che arriva sempre carica, porta sempre con sé uno zainetto, una borsa e il telefono sempre in mano che, appena si alza dal divanetto, sente il bisogno di consultare. “A cosa ti serve guardare subito il telefono?” lei ci riflette e mi risponde “Devo vedere se qualcuno mi ha cercato, non posso non rispondere subito”. Federica è sempre sul devo mai sul voglio.

     Decido quindi di introdurre l’acting della Respirazione profonda per cercare di alleggerire Federica dal peso di essere la miracolata. Il risultato è ottimo, mi riferisce “sono riuscita a concentrarmi sul mio respiro, mi sono un po’ liberata, mi sento più morbida, più in contatto con quello che provo”. Da quel momento questo acting decido di proporlo all’inizio di ogni incontro, per riportare Federica dal fuori caotico ad un dentro accogliente. Oltre alla respirazione decido di utilizzare le immagini per aprire altri canali comunicativi e permettere a Federica, ora che ne ha probabilmente la sostenibilità, di sentire il corpo e di dare voce a quello che sente. Raccontare lo stimolo visivo presentato, seguendo le sue sensazioni corporee e cercando di verbalizzare le emozioni.

     Decido di mostrare a Federica delle riproduzioni di dipinti e Klimt in primo luogo. Per tutte le riproduzioni le pongo le stesse domande:

  • Cosa vedi? Raccontami l’immagine
  • Che emozione senti?
  • In quale parte del corpo la senti?

     La prima immagine presentata fu La Famiglia (1909-1910)pompili 2

 

     “Affetto, protezione, oppressione, soprattutto il papà verso il figlio. Il papà chino su di lui sembra come schiacciarlo, rigido con il muscolo del braccio teso. La figura della donna è più accogliente. Mi dà comunque calore e colore. Sento qualcosa nella mia parte toracica, fino alle braccia.” Le chiedo come era l’abbraccio del padre. Con le lacrime agli occhi mi racconta un episodio specifico. Quando la nonna paterna è morta, il padre ha abbracciato Federica, in un abbraccio che diceva “se cadi ti prendo”. Mi dice di provare tristezza e malinconia. Poi aggiunge: “in quel momento è stato lui a dare appoggio a me, quando invece dovevo essere io a sostenere lui”.

 

Morte e Vita (1908-1915)pompili 3 buono

     “Il colore e la vivacità contro la pesantezza di quel buio. Vedo un calore umano, uno stare insieme e affetto contro la solitudine. Farsi forza l’uno con l’altro, l’unione, appoggiarsi all’altro contro una figura abbastanza anonima, è solo uno scheletro. Amore da una parte, solitudine dall’altra. Luce e buio. Provo malinconia. Anche riferito alla morte c’è sempre il pensiero di quei momenti che non ci saranno più. Pensare che il ciclo della vita è questo mi procura malinconia, pensare che prima o poi tutto finisca, mi mette ansia”.

     A questo punto noto che la sua posizione è cambiata, Federica non è più contratta con le gambe accavallate, ma è comodamente seduta sul divano. Le chiedo in quale parte del corpo sentiva le sue emozioni e mi risponde proprio: “le gambe”. Sentiva alternarsi rigidità e rilassatezza come se fossero contrazioni, in quel momento io ho pensato alla contrazione della cellula, al movimento vitale.

La Vergine (1912)pompili 4

     “Faccio un po’ fatica a capirlo, ci vedo il mondo femminile, ci vedo colore, il rosso che mi dà l’idea di passione. Ci vedo senso di libertà di esprimersi, dello stare bene con il proprio corpo anche se nudo. Essere a contatto con persone che potrebbero essere dello stesso sesso mi rafforza il concetto di essere donna, l’essere sensuale. C’è anche unione, la forza che ogni donna dovrebbe dare all’altra. Ci vedo passione. La parte del corpo che in questo momento sento maggiormente è la pancia, il ventre. Un essere donna indipendente che sta bene con il proprio corpo, indipendente ma che sa unirsi all’altro. In questo momento provo gioia, perché quando stai bene con te stessa e con il tuo corpo la gioia la percepisci e la emani”. (Federica non si sente a proprio agio nella nudità, tanto da rimanere in parte vestita durante l’atto sessuale).

 

Il Bacio (1908)pompili 5

 

     “In questo abbraccio la donna si lascia andare, si lascia trattenere dalla mano dell’uomo. Vedo nell’uomo un senso di protezione, “lasciati andare che ci sono io”. Non vedo amore passionale ma un amore tenero di confidenza, di essere reciprocamente di sostegno. Nel volto della donna c’è rilassatezza, c’è quindi uno stare bene. Sento un bel calore nel cuore. Sento che potrei dire tante altre cose ma che non voglio, mi piace perdermi nei miei pensieri mentre lo guardo”.

     Le chiedo: “Come stai?”

     “Benissimo, ho percepito per tutto il tempo il mio corpo, ogni volta che si contraeva o si rilassava ogni volta che cambiavo immagine sentivo una parte diversa. Quando mi hai spiegato cosa saremo andate a fare, alla tua domanda

     “Dove lo senti”, mi sono detta: non riuscirò mai a sentirlo. Sono rimasta invece piacevolmente sorpresa perché ogni immagine mi ha dato una vibrazione diversa in una parte diversa del corpo”.

 

     Aggiunge che l’immagine che più l’ha stupita è la La Vergine. “Essendo io rigida con il corpo e bloccata con la sessualità mi ha lasciato quel fricicolio che mi dice dai ci si può lavorare, c’è qualcosa che si muove. Mi è piaciuto moltissimo vivere il mondo delle emozioni e sentire nel corpo, sento di essere stata libera”. Durante l’incontro successivo, Federica arriva in seduta con una domanda specifica: doveva prendere un’importante decisione lavorativa, un suo conoscente gli aveva proposto una collaborazione, molto allettante economicamente, ma che avrebbe comportato la presenza costante di questa persona all’interno del suo negozio. Non era serena, le chiedo: “Il tuo corpo come ha reagito nel momento in cui hai ricevuto questa proposta?” E lei dopo pochi istanti di riflessione mi risponde: “Si è irrigidito, era teso,… il mio corpo mi ha detto da subito di non accettare”.

     È stata aperta una porta che ci permetterà di lavorare con gli acting, siamo arrivate al momento in cui Federica può veramente ricontattare le forze dell’Io. Risorse solo sue, per ognuno di noi l’Io è unico, ed è proprio li che sono le  nostre  risorse  che  in  alcuni  casi  sono  state  imprigionate  ma sicuramente non sparite, aspettano solo di poter uscire ed espandersi. L’Io è l’unica parola che ognuno può dire solo per sé.

     L’acting utilizzato negli incontri successivi è stato “battere le mani piatte sul lettino e dire Io”.

     In questo acting “il livello relazionale dominante è quello del torace: l’Io, con la sua entrata in muscolarità e l’acquisizione della voce, si fa particella che attraversa il torace e che, superando anche il collo, si affaccia all’altro dalla bocca “ (Ferri, 2020, pag. 116).

     La vita di Federica ha acquistato colore, adesso è una ragazza che vive e non solo sopravvive. Grazie al primo principio attivo, la relazione, Federica ha capito, acquisendo fiducia nel suo percorso, chi era, ha iniziato un processo di individuazione, separandosi in maniera sana da una condizione famigliare iperprotettiva e schiacciante. Oggi parla di andare a vivere da sola. La sua fobia per le rane si sta alleggerendo, è ancora presente, ma come lei dice “gestibile” quello che prova non è più paura ma disgusto.

“Un animale capace di rigenerarsi in forme diverse.

L'animale simbolo per eccellenza della metamorfosi.

Quando si pensa alle rane, si pensa a trasformazione e rinnovamento.

Il loro viaggio da girini a rane simboleggia crescita personale e nuovi inizi.

Sono profondamente legate all'acqua,

rappresentando emozioni, intuizione e il flusso della vita.

Le rane simboleggiano anche fertilità e abbondanza, riflettendo i costanti cicli e rinnovamenti della vita.

Molte culture le considerano messaggeri del cambiamento, incoraggiandoti ad

accogliere nuove opportunità  e adattarti”.

 

Serena Leone

 

BIBLIOGRAFIA

Ferri, G., Cimini, G. (2022). Carattere e Psicopatologia. Roma: Alpes.

Ferri, G. (2017) Il corpo Sa. Roma: Alpes.

Ferri, G. (2020). Il tempo nel Corpo, Roma, Alpes.

Kandel, E. R. (2012). L’età dell’Inconscio. Milano: Raffaello Cortina Editore.

L’ary, D. (2016). Ai miei occhi. Roma: Alpes.

Maffei, L., Fiorentini, A. (2008).  Arte e Cervello. Bologna: Saggi Zanichelli.

Maffei, L. (2014). Elogio alla lentezza. Il Mulino.

Mastandrea, S. (2015). Psicologia dell’arte. Roma: Carocci editore.

Reich, W. (1933). Analisi del Carattere. Gallarate: Sugarco Edizioni (1994).

 

 

[*]Psicologa, psicoterapeuta. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Indirizzo professionale: Via Pietro Gasparri 127, Roma.

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