FERITA E TRAUMA

INJURIES AND TRAUMA

 

Simona Arcidiacono[*]

 

Abstract

    Ferite e trauma sono due temi che vengono  in questo lavoro accostati, guardati insieme da un punto di vista psico-corporeo. Le ferite come segni incisi che, secondo il modello analitico della SIAR formano la struttura caratteriale della persona, possono essere collegate all’immagine del taglio nella tela. Il trauma, come esperienza strabordante la capacità di elaborazione della persona, può essere rappresentato dai fori, dai buchi della frammentazione. Si sono delineati inoltre alcuni punti che accomunano l’esperienza del trauma e presentati alcuni processi di cura, tenendo insieme mente e corpo.

Parole chiave

     Ferita - carattere - trauma – mente-corpo – cura.

Abstract

     Topics such as wounds and traumas have often been compared form a psycho-corporeal point of view. According to the SIAR analytical model, the wounds, which are the foundations of a person's character, could be associated to the idea of a cut in the canvas. The trauma can be represented by the holes of fragmentation when considered an overwhelming experience a person can elaborate. Some points seem to compare the trauma experience to the cure process where body and mind are strongly connected.

Key words

     Wound - Trauma - Character - Body-Mind - Cure

 

Dalle ferite alle feritoie

     Ci sono ferite del corpo, le più evidenti, che toccano la pelle, la carne, il sangue, intese come lacerazioni, fori o percosse, colpi. Ci sono ferite emotive, legate alle relazioni, agli eventi della vita, meno visibili e non sempre facilmente dicibili. Il dolore, la sofferenza le accompagnano, comunicano la loro presenza. Attraverso il dolore ci accorgiamo delle nostre ferite e possiamo essere guidati per poter prendercene cura. Questo accade sia per le ferite del corpo che per quelle emotive. Le ferite emotive non sentite, non viste, non risolte, diventano invece la prospettiva da cui vediamo, sperimentiamo il mondo, essendovi immersi. Sembra come se la vita ce le riproponesse, come se gli altri e le cose che ci accadono si vestissero e si colorassero dei temi ad esse corrispondenti, secondo meccanismi proiettivi.

     Così perpetuano il loro male secondo la visione freudiana sulla coazione a ripetere: la persona si trova costretta “a ripetere il materiale rimosso come una esperienza attuale invece di ricordarlo come qualcosa appartenente al passato” (Freud, 1920; 1970 p.158). Emerge un “eterno ritorno dell’identico” (ibidem, p.161), in una continua ripetizione dei medesimi copioni relazionali. Guardare il mondo attraverso le nostre ferite non ci restituisce una visione nitida, un’esperienza piena, finché quella ferita non diventa un richiamo, un’occasione per fermarsi ed occuparsi di lei, disvelando una sua intelligenza a volte anche difficile da individuare, e così tanto colma di sofferenza. Daniela Lucangeli (2020) si chiedeva perché il nostro corpo mantenga le cicatrici, essendo molto rapidi i cambiamenti delle cellule della pelle. Nei suoi studi sui circuiti del dolore e sulle memorie di tali circuiti ha scoperto “l’armonia delle cicatrici”. “Fino a quando non ho capito che quella pelle si tiene quella cicatrice perché è una memoria epigenetica e dice a tutte le celluline successive: Stai attenta, attenta a non ferirmi più, io non capivo l’armonia delle cicatrici”.

     Cicatrice, quindi, come segno impresso di qualcosa che è accaduto e ci ha fatto male, e il fatto di poterlo vedere, riconoscere come impronta della nostra storia ci può aiutare a ricordare ciò che è avvenuto e ad orientarci in direzioni meno dolorose. Aldo Carotenuto (1998) afferma: “La propria ferita possa diventare la feritoia attraverso la quale guardare al proprio ed altrui mondo interiore”. Quindi come uno scorcio, un varco, o una lente rivolta verso di noi, al nostro interno che ci permette di comprendere meglio sia noi che gli altri e solo successivamente potervi entrare in un contatto armonioso.

     Le ferite, come la loro rielaborazione in feritoie, passaggio da qualcosa che brucia e fa male alla possibilità di portare dentro l’esperienza, accoglierla e sostenerla, implicano la sensibilità del sentire, che ha una connotazione prima di tutto corporea, del contatto con sé, con le cose, con gli altri ed il mondo.

Segni incisi e strutture caratteriali

     Nel modello psicoterapeutico analitico della S.I.A.R. parliamo di segni incisi, sono degli eventi significativi di tipo ambientale, biologico, affettivo e relazionale che vanno a lasciare appunto un segno nella vita dell’individuo, in una precisa fase evolutiva, contribuendo a dare forma alla sua struttura caratteriale. Marcello Mannella (2018) parla di autopoiesi del sistema rispetto a questo processo di selezione attiva degli stimoli nell’interazione con l’ambiente e con l’altro da sé. Sono inoltre da leggere all’interno di una cornice complessa di interazione dei sistemi e non in senso deterministico. “Il carattere, letteralmente segno inciso, è quindi il modo di essere specifico di una persona, esprime il suo passato, la sua storia biologico-biografica, il suo incontro-scontro con il mondo, la storia delle sue relazioni oggettuali, ha una sua stratificazione temporale ed una sua sostenibilità relazionale” (Ferri, Cimini, 2012, p.76).

Tali segni incisi hanno una corrispondenza psichica e fisica al tempo stesso nell’individuo, secondo l’Identità Funzionale teorizzata da Reich, cogliendo l’unitarietà psiche-soma dell’essere umano, ulteriore aspetto di complessità. Il come, il dove, e il quando, dei segni incisi, che comprendono anche le ferite,  andrà poi a formare dei tratti caratteriali che nelle loro combinazioni andranno a costituire la struttura caratteriale della persona.

IMG TESI Fontana Concetto spaziale. La fine di DioConcetto spaziale. La fine di Dio - Fontana

 

L’oltre delle ferite: il trauma

     Finora abbiamo visto le ferite un po’ come delle cicatrici che contraddistinguono la persona, che contribuiscono a darle una forma, un carattere vero e proprio. Gli aspetti patologici li ritroviamo quando questo tratto va oltre un certo limite,  nell’ oltresoglia di tratto. Provando ad accostare un’immagine, possiamo individuare quella delle cicatrici o, se non ancora risanate, quella delle ferite che ancora bruciano. Se ci soffermiamo invece sul trauma, l’immagine potrebbe essere quella di alcune ferite che continuano a sanguinare, che continuano ad essere aperte e che possono essere più difficili da risanare. Dal taglio ci spostiamo al buco, alla voragine, alla frammentazione.

     Provando ad approfondire il complesso fenomeno del trauma si riscontrano  nomi e categorie: l’abuso fisico e psicologico, la trascuratezza e l’abbandono, la violenza, la malattia, fino ad incidenti, guerre e catastrofi naturali. Che cosa accomuna l’esperienza di questi traumi? C’è un evento significativo che viola l’incolumità su un piano fisico, psichico, o su entrambi gli aspetti, della persona. Un evento soverchiante, non digeribile psicologicamente, non tollerabile.

     Ci sono traumi che si legano al vissuto della persona e alla sua sfera relazionale, possono riguardare dei momenti precoci nella vita dell’individuo e quindi momenti di maggiore vulnerabilità in cui questi non ha gli strumenti e le difese adeguate per fronteggiare la totalità degli accadimenti.

     Van Der Kolk afferma: “Nel corso degli anni, il nostro gruppo di ricerca aveva trovato svariate conferme rispetto al fatto che l’abuso emotivo cronico e la grave trascuratezza possano essere altrettanto devastanti quanto l’abuso fisico e le molestie sessuali. […] il non essere visti, il non essere riconosciuti e il non avere nessuno a cui rivolgersi per sentirsi al sicuro sono sconvolgenti a qualsiasi età, ma risultano particolarmente distruttivi per i bambini piccoli,  che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo” (Van Der Kolk, 2015, p. 101-102).

     Tra questi vissuti possiamo trovare altresì denigrazioni, umiliazioni, questioni relazionali non risolte, lutti non elaborati, accadimenti improvvisi e destabilizzanti come la perdita del lavoro, la diagnosi di una malattia. Queste esperienze possono anche rientrare all’interno di quelli che vengono denominati micro traumi che risentono della ripetitività, dell’effetto cumulativo. Attengono maggiormente al ciclo di vita della persona, e un elemento della loro problematicità sta nel non essere molto visibili, evidenti.

     Un’altra tipologia di traumi si lega ad un’intensità emotiva più carica, ad eventi eclatanti, catastrofici, che sconvolgono la vita della persona e comportano una minaccia altresì fisica per la persona, tanto da mettere in discussione la sua sopravvivenza. Al piano soggettivo dell’evento e della sua interpretazione si aggiunge un piano di realtà, un evento esterno che si impone nella vita della persona, sia esso un abuso, una violenza, un incidente, una catastrofe naturale, segnandone profondamente il decorso successivo.

     In entrambe le tipologie di trauma la risposta soggettiva della persona su un piano fisiologico, emotivo e psicologico all’evento può portare ad una differenza rispetto al peso che questo evento assume per la persona ed il suo modo di affrontarlo.

 

L’esperienza del trauma

     Proviamo adesso a guardare meglio alcuni aspetti caratteristici del trauma.

- La persona deve fronteggiare un evento ad alta intensità emotiva, che risulta intollerabile, supera cioè la sua “finestra di tolleranza”, teorizzata da Daniel Siegel (1999). Agli estremi di tale finestra troviamo in alto l’iperarousal, in basso l’ipoarousal. Entrambi gli stati di attivazione neurofisiologica si collegano ad uno stato di disregolazione emotiva, nella direzione iperattivata con comportamenti aggressivi, distruttivi, agiti, o, nella direzione ipoattivata, con perdita di energia, apatia, e congelamento affettivo. Nella direzione dell’iper è il sistema simpatico ad intervenire, nella direzione dell’ipo è il sistema parasimpatico. In quest’ultimo caso si manifestano fenomeni come il numbing, caratterizzato per uno stato di ottundimento emotivo, confusione, assenza, riduzione dei movimenti (Stupiggia, 2020, Lezioni nella Scuola di specializzazione SIAR). Nel disturbo post traumatico da stress, attraverso gli studi di neuroimaging, si riscontra un’attivazione massiccia dell’amigdala, che, all’interno del sistema limbico, è il rilevatore delle minacce. In maniera rapida, ancor prima della comunicazione con i lobi frontali che ne risultano inibiti, l’amigdala si prepara ad intervenire percependo un forte allarme. L’amigdala, inoltre, coinvolge anche gli ormoni dello stress, come l’adrenalina. L’attivazione di questi ormoni, a sua volta, porta delle risposte a livello corporeo: l’accelerazione del battito cardiaco, un aumento della pressione del sangue ed un aumento dell’ossigeno, risposte appunto alla minaccia, che preparano l’organismo all’attacco o alla fuga. Levine (2010), cita una ricerca israeliana del 1998, che correlava un’elevata intensità e frequenza del battito cardiaco dopo la dimissione dal pronto soccorso, a seguito di eventi traumatici - e quindi di un prolungarsi di questo stato di attacco-fuga su un piano fisiologico - ad un maggiore rischio di sviluppare un disturbo post traumatico da stress.

- La persona quando si presenta l’evento traumatico, può sperimentare di non avere vie d’uscita, può sentirsi in una posizione passiva di impotenza a qualcosa di più grande di lei o verso qualcuno che assume un potere su di lei. Quando l’attacco o la fuga, difese primarie, non sono realizzabili ed è messa in discussione la nostra sopravvivenza, si possono attivare difese più arcaiche come il freezing, l’immobilizzazione, che ereditiamo dai rettili e che coinvolge appunto la parte rettiliana del cervello. Van der Kolk (2015) evidenzia inoltre come il modo in cui ci si percepisce durante questi eventi può fare la differenza anche rispetto all’elaborazione dell’evento stesso. “Essere in grado di muoversi o di fare qualcosa per proteggersi è un fattore essenziale nel determinare se un’esperienza traumatica lascerà cicatrici profonde” (ibidem, p.62). Le persone che ad esempio, durante la caduta delle torri gemelle dell’11  Settembre, si sono trovate coinvolte nel disastro e hanno assunto un ruolo attivo nell’aiutare gli altri, hanno avuto una prognosi più favorevole.

- L’esperienza traumatica, soprattutto su un piano relazionale interviene prepotentemente sul senso di sé della persona. “Se durante l’infanzia siamo stati abusati o gravemente trascurati, o siamo cresciuti in una famiglia in cui la sessualità è vissuta come qualcosa di disgustoso, la nostra mappa interna conterrà un messaggio diverso. Il senso di noi sarà caratterizzato da disprezzo e umiliazione, saremo più propensi a pensare: “Lui (o lei) mi conosce a fondo, sa come sono” e, se maltrattati, non protesteremo”” (ibidem, p.148).

- Un ulteriore elemento che compare è la colpa. Una persona con uno scarso senso di sé che viene maltrattata, ad esempio, tenderà maggiormente ad accusare se stessa piuttosto che la persona che la maltratta. Stupiggia osserva, nella sua pratica clinica, come i vissuti di colpa che accompagnano la persona possono avere la funzione di “uscire da uno stato di impotenza” (Stupiggia, 2020, Lezioni nella Scuola di psicoterapia SIAR), non sentendosi così in balia dell’evento che ha vissuto, attribuendo a sé il potere di quello che è successo. Il poter pensare ad un’azione possibile, per quanto non compiuta, permette alla persona di percepirsi diversamente, di risalire dalla passività dello stato di impotenza sperimentata. “L’impotenza spegne il cervello, il senso di colpa lo tortura” afferma Stupiggia (ibidem), sottolineando come su un piano terapeutico nonostante l’effetto doloroso che la colpa può avere sulla persona, torturandola rispetto a quello che avrebbe potuto fare in alternativa, le permette di riconciliarsi con la possibilità di agire. La colpa assunta su di sé, può essere altresì un modo per tollerare una situazione molto difficile e destrutturante. Se l’evento traumatico, come ad esempio nei casi di abuso, è stato compiuto da parte di una persona cara, un familiare, che dovrebbe proteggere la persona e garantirgli una base sicura, rivolgere verso di sé la colpa è un modo per salvare questa base sicura senza metterla in discussione.

- La persona sperimenta un forte senso di solitudine e una mancanza di supporto e sostegno da parte degli altri. Si accompagna inoltre ad una mancanza di un senso di sicurezza, che può essere legato ad esperienze disagevoli e maltrattanti sperimentate. Nelle situazioni più gravi, come quelle riportate da Angelini e Pera (2019, in Clinica del trauma nei rifugiati) nel lavoro con i profughi in Medio Oriente, un fattore di rischio risulta essere la disgregazione sociale. La disgregazione fa perdere i fili con le proprie radici, i contatti con la base a cui si appartiene e il senso di sicurezza.

- Nel vissuto del trauma può presentarsi un senso di vergogna verso sé, predominante nell’abuso sessuale, nella violazione di una parte intima di sé. Il rischio di non essere creduti o addirittura di essere accusati sono degli elementi che intervengono sulla possibilità di comunicare un evento come questo e che alimentano la sofferenza e la solitudine della persona.

- Un ulteriore elemento che accomuna l’esperienza traumatica è l’impossibilità a comunicare l’esperienza del trauma in ambienti scarsamente accoglienti e affettivamente contenitivi. L’incomunicabilità del trauma è connessa altresì all’esperienza intrinseca del trauma stesso e alla sua difficoltà di essere tradotto in parole. Durante il trauma infatti l’area di Broca, che riguarda il linguaggio e la comunicazione delle esperienze, smette di funzionare. Quello che la persona vive durante questo terrore muto (Van der Kolk, 2004; Stupiggia, 2007) si manifesta  primariamente in stati fisici. Inoltre troviamo una disattivazione del talamo e dell’ippocampo, e ciò influisce sul tipo di racconto che la persona può fare della sua esperienza, che perde una struttura temporale organizzata, piuttosto vengono riportare “una serie di impronte sensoriali isolate” (Van der Kolk, 2015, p.80), emergono frammenti isolati: scene, suoni, immagini, sensazioni. La memoria traumatica è una memoria portata dal corpo che viene fuori prepotentemente, in modo intenso, senza un racconto, senza poter essere inserita nella storia della persona. In questo tipo di disturbo lo stato di minaccia è continuo, come la difesa attuata dal sistema immunitario che si attiva anche quando non sono presenti pericoli, per episodi che non rischiano di nuocere la persona. La persona in questo continuo stato di attivazione alterato, orientato verso la sopravvivenza, o nel senso dell’ipervigilanza, o nel senso dell’ottundimento, non si sente pienamente viva, ha difficoltà a vivere la sua vita nelle cose di ogni giorno, a provare piacere, che è la dimensione di una pienezza vitale. I sensi non sono più in contatto, non percepiscono, la persona è sconnessa da se stessa.

     Van der Kolk (2015) fa riferimento a Porges: “qualsiasi tipo di intimità profonda – un abbraccio intimo, dormire con un compagno, il sesso – richiede il concedersi di sperimentare un’immobilizzazione senza paura. È particolarmente complicato per le persone traumatizzate discernere quando sono al sicuro e in grado di mettere in atto il loro apparato difensivo da quando sono in pericolo” (Van der Kolk, 2015, p.97). La difficoltà di sentirsi al sicuro quindi non dipende solo da una valutazione alterata degli eventi sulla base dell’esperienza passata, ma anche nel modo in cui vive corporalmente tali eventi, dalla comunicazione interna che abbiamo visto che avviene nell’organismo della persona, ad esempio su un piano ormonale.

- Nel trauma viene inoltre alterata la percezione del tempo. Vercillo e Guerra (2019), sottolineano la percezione soggettiva del tempo che nel trauma può caratterizzarsi come concentrato o dilatato. Ciò viene legato ai livelli di arousal. “Gli stati di hyperarousal o di hypoarousal […] alterano la frequenza del battito del tempo interno, e con questo accelerano o rallentano il nostro senso del tempo” (ibidem, p.82). Si può quindi dedurre una corrispondenza tra hyperarousal e accelerazione del senso del tempo e hypoarousal e rallentamento del senso del tempo. Anche la direzione del tempo può essere differente, fanno presente gli autori, andando nella direzione della circolarità, per cui il passato intrude nel presente della persona, ad esempio attraverso i flashback. Oppure il tempo soggettivo può subire un blocco, smettendo di fluire, la persona rimane bloccata a quel momento traumatico, fermando le altre sfere della sua vita. Ancora può essere intaccato anche il senso di continuità del tempo, per cui possono presentarsi esperienze di vuoti all’interno di una giornata, in cui da un momento si passa ad un altro senza sapere come, senza sapere cosa è successo, come nelle amnesie dissociative.

- Patrizia Moselli (Il trauma in Analisi bioenergetica, 2020) mette in evidenza come il trauma vada ad incidere sui confini interni della persona, che vengono sentiti nel corpo. I confini ottimali prendono riferimento da come funzionano le membrane delle cellule: permettono di portare dentro ciò che nutre e tenere fuori ciò che è tossico, con una capacità di rispondere in maniera flessibile a ciò che le circonda. Nel caso del trauma lo stato di ipoattivazione ed iperattivazione porta a due tipi di reazioni cristallizzate: dei confini rigidi, maggiormente chiusi all’esterno, caratterizzati da contrazioni, tensioni muscolari atti a reggere la portata dell’evento, creando una barriera tra la persona e l’Altro, a livello interpersonale “è come se noi non facciamo entrare nessuno dentro di noi”. Confini rigidi, affiancabili alla “corazza caratteriale” teorizzata da Reich, su un piano psichico e fisico insieme. Si possono trovare anche dei confini diffusi, caratterizzati da un’alta sensibilità agli stati emotivi e da un aumento della disregolazione affettiva.

 

Processi di cura in una prospettiva psicocorporea

     Possiamo individuare alcuni aspetti che risultano importanti nel lavoro terapeutico con pazienti che hanno vissuto dei traumi che dovranno certamente tenere conto della loro storia, dei loro tratti caratteriali e dello stato psicofisico in cui si trovano.

     Occhi. Uno dei primi livelli corporei che può riguardare il lavoro nei casi di trauma sono gli occhi. I lavori sugli occhi permettono alla persona un contatto con l’esterno, con la realtà, in una posizione di maggior controllo e quindi di conseguenza anche di maggiore sicurezza. Inoltre gli esercizi oculari sviluppati e utilizzati nel modello della S.I.A.R. (Ferri, 2020) attivano la corteccia prefrontale e favoriscono i processi integrativi. Viene “rinforzata la presenza oculare, la capacità di mettere gli occhi senza disgregarsi e quindi di integrare le sensazioni frammentarie” (Angelini, Pera, in Psicoterapia Analitica Reichiana n. 2/2014).

     Gli occhi hanno altresì un ruolo fondamentale in una tecnica che risulta una delle più usate attualmente nel trattamento del trauma: l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) una tecnica messa appunto negli anni ‘90 da Shapiro e poi approfondita da Solomon. “I ricordi evolvono e cambiano, sono sottoposti, cioè, a un lungo processo di integrazione e reinterpretazione, che avviene in modo automatico nel cervello/mente, senza intervento alcuno da parte del sé conscio. Una volta completata l’elaborazione, l’esperienza si integra con gli eventi di vita e smette di avere vita propria (ibidem, p. 293). La persona diventa meno sensibile agli stimoli legati al trauma e si attiva un processo di riprocessamento di quell’esperienza, andando ad utilizzare delle capacità di autocura della persona (Galleano, 2019 in Clinica del trauma nei rifugiati).

     Contatto Corporeo. Come dicevamo è nel corpo che si situa la memoria del trauma. “Come ci insegnano le psicoterapie corporee, è il vissuto muscolare, micromuscolare, che attiva la percezione di emozioni cristallizzate e libera la via verso l’integrazione affettiva e intellettiva” (Pompei, 2016, pag. 58). 

IMG TESI lucio fontana concetto spaziale. attese. 1959Concetto spaziale. Attese. Lucio Fontana 1959

     La sensazione di embodiment può essere ripristinata attraverso dei lavori corporei che aiutano la persona a sentirsi e a regolare l’emotività. Angelini e Pera (2014, 2019) utilizzano il grounding, il radicamento loweniano ad una base, alla terra, che permette inoltre di ancorarsi nel qui ed ora, proponendolo insieme a lavori sulla presenza corporea e di contatto dei propri confini. Galleano (2019) parla anche di Autocontenimento accostando una mano alla parte del corpo maggiormente attivata e inserendo insieme il respiro. Possono essere significativi inoltre esercizi di integrazione psicocorporea che riprendiamo nella psicofisiologia ruggeriana (2006) come “Piede mio piede”, in cui dalla sensazione della singola parte del corpo e dal suo movimento, dopo averne sottolineato l’appartenenza dicendo “mio”, si passa alla sensazione di  quella parte insieme ad altre parti fino ad arrivare a percepire l’intero corpo. Lavora quindi sull’integrazione delle parti e sulla riattivazione del senso di appartenenza corporea. Van der Kolk parla in questa direzione anche di discipline come lo Yoga.

     Movimento e Azione. Il terrore muto di cui parlavamo (Van der Kolk 2004; Pompei, 2016), non ha accesso alla parola e rimane immobilizzato nell’impotenza senza poter esprimere la sua carica vitale. Nel caso di Donna l’Ary, una ragazza che ha subito abusi infantili e che poi è diventata una pittrice, come fa notare Marina Pompei (Pompei, 2016), attraverso il movimento, nel gesto del segnare linee e darvi forma e colore, Donna ha potuto riprendersi, riappropriarsi delle sue mani, intese non solo corporalmente ma anche, successivamente, come capacità di agire e di difendersi.

     Un ulteriore aspetto del movimento è legato al tremore e agli scuotimenti prodotti dal sistema nervoso che Peter Levine (2010) collega con le reazioni degli animali prima catturati e poi liberati, come scariche che ci permettono di ripristinare un equilibrio fisiologico. Da qui l’importanza di seguire ed assecondare i movimenti spontanei del corpo, le sue vibrazioni e formicolii, tanto cari al modello bioenergetico, che aiutano a ristabilire uno stato di equilibrio. Ferri parla di uscita dalla paura con una posizione di attacco che attraversa torace collo ed occhi, da attivare “rispetto a questo nemico, che permette di conoscerlo profondamente e utilizzare tutte le risorse a nostra disposizione” (Ferri, 2000, p.39).

     Interazione-relazione con l’Altro. Guardiamo anche nella direzione dell’altruismo: “Sentirsi d’aiuto per gli altri diventa fondamentale in queste situazioni. Molti tra gli operatori che nella popolazione, ci hanno confermato di essere usciti dal senso di paralisi, che spesso segue gli eventi traumatici, proprio impegnandosi a soccorrere e aiutare altre persone coinvolte” (Vercillo, Guerra, 2019, p. 307). Van der Kolk (2015) inoltre parla dell’importanza della sintonia.

     Mettere insieme i propri sensi, ha a che fare primariamente con quello che la figura di accudimento ha fatto o non fatto nella relazione, se e come è avvenuto questo processo di sintonizzazione con il bambino. Come anche nel caso del trauma può risultare una preziosa risorsa: “La sintonizzazione focalizzata con un’altra persona può farci uscire da stati disorganizzati e di terrore” (Van der Kolk, 2015, p.89).

     Porges (2020) parla di sistema di ingaggio sociale che permette attraverso le espressioni del volto, il tono della voce, la postura, una regolazione reciproca all’interno dell’interazione, che presuppone un collegamento tra il canale facciale e quello viscerale attraverso il passaggio del tronco encefalico. Permette quindi, se funzionale, il senso di connessione tra le persone, il senso di sicurezza, di rassicurazione.

     Van der Kolk osserva che il canale relazionale viene utilizzato dai pazienti per ripristinare la sintonia nel partecipare a canti e danze di gruppo, giochi di squadra. Alla ritmicità del suono e del movimento viene associato un senso di  rassicurazione, di sicurezza che vengono a essere ripristinati nella relazione con l’altro, non solo nella dimensione diadica ma anche gruppale. Nel gruppo inoltre la persona sperimenta di non essere l’unica ad aver fatto un tipo di esperienza tanto destabilizzante e può sperimentare la condivisione dei vissuti, ed iniziare ad aprirsi.

     Respiro. Van der Kolk (2015) sottolinea il legame tra l’aumento del ritmo respiratorio e l’aumento del battito cardiaco e quindi possiamo notare la connessione tra questi due livelli corporei, il IV del torace e il V del diaframma, che aumentano o diminuiscono insieme il loro ritmo.

     Lavorare sul respiro in maniera profonda non è sempre indicato con le persone traumatizzate, soprattutto all’inizio di un percorso, in quanto la persona può avere molto timore ad abbandonarsi, e un blocco diaframmatico può essere una difesa da quelle emozioni che la persona potrebbe percepire come destabilizzanti (Angelini, Pera, 2019). Mantenere un senso di controllo risulta quindi fondamentale ed una condizione di rilassamento potrebbe essere percepita come rischiosa. La respirazione andrà adeguata allo stato in cui si trova la persona.

     Il respiro in senso ampio porta “ad un riequilibrio vago simpatico delle due componenti del sistema nervoso autonomo” (Ferri, 2020, p. 204). L’inspirazione muove il sistema nervoso simpatico regolato da sostanze come l’adrenalina, che preparano la mente e il corpo all’azione. L’espirazione attiva il sistema nervoso parasimpatico, in cui si muove l’acetilcolina, che riduce il livello di arousal e produce un senso di rilassamento (Van der Kolk, 2015).

     Parola. La comparsa della possibilità di dare parola al vissuto ha un ruolo importante perché permette di ricollegare, riunire le esperienze di tipo emotivo che erano disorganizzate. Stupiggia (2007) sottolinea come in questo tipo di terapia risulti fondamentale procedere di pari passo ad un’integrazione tra mente e corpo, favorendo i nessi  tra contatto corporeo e racconto. Van der Kolk fa notare che ci sono delle ricerche neuroscientifiche che dimostrano come i ricordi traumatici a cui si riesce ad accedere diventano modificabili. “L’atto di raccontare la storia cambia la storia stessa”(Van Der Kolk, 2015, p.221). Da qui l’importanza per quei ricordi di diventare parola per poter essere padroneggiati e trasformati.

     Sebbene Van der Kolk (2015), ma anche Stupiggia (2007) sottolineino come il ricordare il trauma sia molto delicato per la persona e possa esporla al rischio di una nuova traumatizzazione. Per questo Stupiggia (2007) rimarca l’importanza di procedere all’interno di una relazione terapeutica in cui il paziente si possa sentire il più possibile al sicuro nella sua esplorazione, protetto. Che la relazione sia chiara e sia il paziente stesso a decidere di iniziare a parlare del suo trauma, come anche di potersi fermare quando lo sente più opportuno.

     Resilienza e riparazione. Nel trauma inoltre è importante procedere con una mappatura delle risorse ed un lavoro di implementazione di queste ultime, come punti di forza della persona che forniscono una base per il suo sistema di vita. Tempo, accoglienza e sostenibilità sono altresì degli elementi fondamentali per la costruzione di quella che possiamo vedere come forza nella vulnerabilità, la forza che nasce dal poter sentire quel dolore e non rimanerne sopraffatti. Poter attraversare questo dolore permette anzi il venir fuori di spazi e possibilità di forza e di vita. Ci apre a concetti di resilienza che non riguardano soltanto un adattamento alla situazione, per quanto avversa sia, ma riguardano l’intelligenza e la forza di un sistema che riesce a riorganizzarsi insieme a quello che lo circonda e a crescere insieme ad esso, trovando direzioni vitali.

     Resilienza che Van Der Kolk identifica nelle esperienze precoci rispetto al senso di sicurezza provato dal bambino come anche l’amabilità che hanno provato le madri nei loro confronti. La resilienza può andar insieme alla capacità riparativa, la capacità di trovare altre direzioni costruttive che possono risanare quell’esperienza che ha lasciato un segno così importante. Possiamo trovare un esempio nella spinta ad occuparsi degli altri, come fa notare Stupiggia: “la creatività altruistica dei bambini resilienti sutura le due parti dell’io lacerato” (Stupiggia, 2007, pag. 145).

     Perché questo avvenga ci deve essere la possibilità di cambiare posizione da vittima a persona che può agire, e che può agire anche in favore di sé e degli altri, imparando a lasciare andare quello che gli ha fatto male.

 

 

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Vercillo, E., Guerra, M. (2019). Clinica del trauma nei rifugiati. Un manuale tematico. Milano – Udine: Mimesis Edizioni.

Dalle lezioni nella Scuola di specializzazione SIAR:

Stupiggia, M., 2020 Lezioni nella Scuola di specializzazione SIAR.

Bibliografia on line

Porges, S., W., 2020, La Pandemia di Covid19. Una sfida paradossale al nostro sistema nervoso: una prospettiva polivagale.

Link facebook:

Cicatrice- Riflessioni tra Scienza ed Arte con Emiliano Toso e Daniela Lucangeli

04/10/2020:

https://www.facebook.com/watch/?v=430975904553407

Il trauma in Analisi Bioenergetica 30/11/2020

https://www.facebook.com/watch/live/?v=283011303240687

[*] Psicologa psicoterapeuta. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Indirizzo professionale: via Domenico Scinà, 51, Palermo.

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